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 2003  novembre 05 Mercoledì calendario

La confusione tra avversario e nemico nasce già con la Bibbia: «Siamo tutti figli del Libro», Panorama, 05/11/2003 «I centri sociali come luogo di reclutamento del nuovo terrorismo? Lo escludo

La confusione tra avversario e nemico nasce già con la Bibbia: «Siamo tutti figli del Libro», Panorama, 05/11/2003 «I centri sociali come luogo di reclutamento del nuovo terrorismo? Lo escludo. O meglio: il reclutamento può avvenire in qualunque posto in cui il terrorista riesca a mimetizzarsi e a manifestare le proprie propensioni individuali. Al centro sociale Blitz di Roma, come al ministero del Lavoro. Non si tratta di adesioni trasparenti che possono chiamare in causa responsabilità collettive. E se da un possibile episodio avvenuto in un centro sociale, come in una qualsiasi realtà, si passa all’intera galassia dei centri sociali per parlarne come luogo di reclutamento, si compie un’operazione di inquinamento drammatica e fuorviante». Fausto Bertinotti dissente profondamente da chi, come l’ex terrorista Sergio Sergio («un uomo che stimo») denuncia [in fondo, ndr] i ritardi della sinistra nella comprensione delle radici delle nuove Br accusandola di non voler sfogliare fino in fondo l’album di famiglia. «Nella storia del movimento operaio si trovano tracce sia della cultura della violenza sia della trasformazione dell’avversario in nemico. Ma solo in essa? Siamo tutti figli del Libro. Nell’Antico Testamento riscontriamo esattamente gli stessi elementi: basta ricordare la strage degli egiziani nel Mar Rosso per produrre la liberazione degli ebrei. Anche nel Corano il problema della violenza e del rapporto avversario-nemico è irrisolto. Come in tutte le grandi correnti culturali che hanno attraversato i secoli». Dunque? «Dunque, negli anni Settanta i disegni del partito armato apparivano così lontani, e lo dico per testimonianza diretta, dall’area più radicale del sindacato che per un lungo periodo, consapevolmente, gli attentati furono attribuiti ad un complotto dell’avversario». Le «sedicenti Brigate rosse». E oggi? «Se nella cultura del movimento operaio, come ho detto, esistono questi due elementi (la violenza e il rapporto avversario-nemico), occorre separarli e sottoporli entrambi a critica, come sta cercando di fare il movimento dei movimenti». Eppure Segio sostiene che il movimento copre chi si trova nella zona grigia tra contestazione e terrorismo. E cita un episodio avvenuto a Milano durante una grande manifestazione contro la guerra in Iraq: un giovane a volto scoperto scrisse accanto al Duomo «Galesi spara ancora» e nessuno lo ha né denunciato né censurato. «Anche qui stiamo attenti a non cadere in un equivoco disastroso. Se la mia avversione al governo mi può far dire che esso, con la sua politica, genera terrorismo, apro un solco radicale e immotivato che indebolisce la cultura comune del Paese contro il terrorismo. Ma se da destra si dice che il terrorismo è figlio del movimento o dei centri sociali, si introduce un veleno analogo». Il rimprovero di Segio non viene da destra. « del tutto evidente che nelle componenti marginali del movimento possono esserci zone d’ombra, dove la critica radicale può sfociare in una inimicizia profonda. Ricorda i giovani che nel ’77 durante le manifestazioni alzavano un braccio simulando con le dita il gesto di che spara? Era il segnale dell’indifferenza rispetto alla gravità dell’uso della violenza. Non era tuttavia adesione al terrorismo, ma una forma sbagliata di estremismo». La stessa analisi vale per chi ha scritto «Galesi spara ancora»? « un atto grave che va combattuto culturalmente a fondo, un comportamento sociale che va censurato dalle forze del movimento come una forma di devianza. un gesto che non può considerarsi terrorismo, ma che rende più difficile la lotta al terrorismo». Il movimento è attento a queste devianze? «Il movimento dei movimenti è frutto della cultura pacifista. la prima volta che questo accade, se si guarda alla storia dell’intero Novecento. In tutte le discussioni del mese di ottobre, compreso il mio saggio per ”Liberazione” sul futuro del movimento, per la prima volta ci siamo esposti nell’affermazione della cultura non violenta. il modo definitivo per combattere queste devianze. Non si tratta di proporre lotte meno radicali (per esempio restiamo favorevoli alla disobbedienza e all’occupazione di case), ma lotte non violente». Bruno Vespa