[1] Elena Polidori, ཿla Repubblica 1/11/2003; [2] Massimo Mucchetti, ཿL’espresso 28/8/2003; [3] Federico De Rosa, ཿCorriere della Sera 24/10/2003; [4] Giuseppe Turani, ཿla Repubblica 24/10/2003; [5] Giacomo Ferrari, ཿCorriere della Sera 1/11/2003; [6, 1 novembre 2003
APERTURA FOGLIO DEI FOGLI 3 NOVEMBRE 2003
Navighiamo in un mare di debiti (sotto forma di bond).
La crescita dell’economia «si è arrestata», il deficit «tende ad ampliarsi», il made in Italy non va. L’ha detto venerdì alla giornata del risparmio Antonio Fazio: non c’è crescita, l’obiettivo di uno sviluppo dell’1,9 per cento l’anno prossimo «appare difficile»; i consumi ristagnano, l’export crolla, il Sud è malato di disoccupazione; c’è un «impegno notevole» per le infrastrutture, ma i progetti sono in ritardo. Le imprese sono piccole e non investono in tecnologia e ricerca ecc. [1]
Nel 2002 il deficit d’esercizio complessivo dei privati è stato pari a 3,7 miliardi di euro. Mucchetti: «Una batosta impressionante. Nell’età dell’euro non è più possibile ricorrere alla svalutazione della moneta nazionale, come si fece all’inizio degli anni Novanta, per ricostituire artificialmente i margini di competitività dell’economia nazionale». [2]
L’ultimo rapporto Mediobanca sui maggiori gruppi italiani (bilanci 2002) mostra una sostanziale staticità del «sistema Italia». La congiuntura negativa ha avuto un effetto pesante, per i grandi gruppi la crisi si è tradotta in una contrazione dei profitti e in un aumento dell’indebitamento. Queste difficoltà hanno pesato anche sull’industria della finanza, in particolare sulle banche, facendo salire le perdite sui crediti. [3]
Il gruppo Ifi-Fiat nel 2002 ha fatturato 56 miliardi di euro: nel 2001 ne aveva fatturati due in più. I dipendenti sono scesi da 233mila a 209mila. [4] A giudicare dai risultati del terzo trimestre 2003, che il consiglio di amministrazione ha approvato venerdì a Torino, ci sono però dei miglioramenti: i conti, restano in rosso, gli amministratori parlano di «difficile periodo di transizione», ma confermano che «il piano sarà pienamente rispettato, con il raggiungimento del pareggio operativo nel 2004 e il ritorno all’utile nel 2005». [5]
Che la Fiat si salvi o meno, la forza del capitalismo italiano sono i servizi. I profitti delle 1.398 aziende analizzate da Mediobanca sono pari a circa 11 miliardi di euro. Turani: «Per arrivare a questo totale, però, basta sommare i risultati delle prime 26 società. Le altre 1.372 si compensano fra di loro: una guadagna, una perde, il totale fa zero. Ma c’è di peggio. [...] Sommando gli utili delle prime quattro società (per dimensione dei profitti), si arriva a quasi 9 miliardi di utili. Insomma, il 90 per cento degli utili di tutte le società, è fatto da 4 (quattro) società. Che sono, per la cronaca, le seguenti: Eni, Enel, Tim, Autostrade. Società di servizi, ovviamente». [4]
La produzione industriale continua a diminuire. Il dato Istat di agosto è il peggiore degli ultimi venti mesi: gli ordinativi sono crollati dell’11,6 per cento in un anno. Meno 5,4 per cento il fatturato. Male tessile e abbigliamento (fatturato a -21,1 per cento, ordinativi a -1,2), male gli ordinativi dell’industria delle pelli e delle calzature (-15,4 per cento), del legno (-15,1), dei mobili (-20,5), degli apparecchi elettrici e di precisione (-29,6 per cento), della meccanica (-14,6). [6]
Nella fisiologica evoluzione di un Paese avanzato come l’Italia, è normale che le produzioni a più basso reddito vengano cedute a Paesi più arretrati. Alfredo Recanatesi: «Questa cessione avviene trasferendo impianti e produzioni in Paesi con più basso benessere e quindi con più bassi costi (il caso più frequente è quello delle aziende italiane in Romania e nell’est europeo in genere), oppure cessando attività (di fatto lasciando che dell’offerta si incarichino Paesi di nuova industrializzazione come quelli dell’Asia), o ancora affidando ad immigrati lavori che noi italiani non siamo più disposti a svolgere. Se si vuole progredire, o anche evitare di arretrare dato che la globalizzazione ha moltiplicato concorrenza e competitori, la cessione di queste attività è una condizione necessaria». [7]
La diminuzione della produzione industriale è un processo necessario ma non sufficiente. Recanatesi: «Il problema che deve preoccupare non è che quelle attività a basso reddito cessino o emigrino, ma che non vengano sostituite con altre più evolute, più sofisticate, più ricche. Se queste attività venissero avviate, potrebbero essere prodotte le risorse necessarie per finanziare un incremento [...] del patrimonio pubblico, per finanziare una domanda pubblica che induca ricerca e innovazione, per evitare tagli alla spesa sociale». [7]
Le iniziative da prendere in considerazione: liberalizzazioni e ricapitalizzazioni. Recanatesi: «Sulle liberalizzazioni si ripetono luoghi comuni come fossero assiomi anche se l’esperienza dimostra che non sempre lo sono. Producono efficienza, riduzione dei prezzi, vantaggi per i consumatori. Non si dice, o si dice più sommessamente, che le liberalizzazioni dovrebbero servire anche a ridurre i profitti in modo che l’investimento nei servizi e nelle utility non spiazzi l’investimento nelle attività industriali come è avvenuto in Italia. Questo spiazzamento è avvenuto a motivo di privatizzazioni fatte prima delle liberalizzazioni [...] inducendo gruppi industriali ad investirvi riducendo l’impegno nelle attività che avevano svolto fino ad allora, che per questo motivo in molti casi sono deperite, ed aumentando l’indebitamento. E poi ci si stupisce se la produzione industriale diminuisce». [7]
I servizi sono il cardine di una economia post-industriale, «ma costituiscono un’evoluzione positiva quando producono una domanda di beni strumentali ad alta tecnologia di produzione nazionale (ciò che in Italia avviene in misura assai scarsa) e quando sono in competizione con produttori esteri (cosa che avviene solo per il turismo e per ben poco d’altro). E così da noi i servizi sono cresciuti non come supporto ad una industria evoluta e sofisticata, ma come alternativa ad essa» (Recanatesi). [7]
Le ricapitalizzazioni, l’altro strumento per la difesa di un ruolo industriale di alto livello. Recanatesi: «Il fine dovrebbe essere non solo quello di innalzare la dimensione media delle nostre imprese, ma anche di affrancarle da un elevato indebitamento che ne irrigidisce le scelte strategiche ed inibisce l’assunzione dei rischi impliciti nella ricerca e nella innovazione. Lo strumento fiscale, se usato con decisione, potrebbe ottenere notevoli risultati in questo senso. Determinerebbe anche un rimescolamento del controllo su imprese e gruppi, è qui sta probabilmente il motivo per cui questa strada non viene percorsa». [7]
L’economia italiana naviga in un mare di debiti, sotto forma di bond. Rinaldo Gianola su ”l’Unità”: «Finora questo mare è stato tranquillo, ma ci sono segnali di increspature, come insegna il crack Cirio, che potrebbero trasformarsi in vere e proprie tempeste». Le obbligazioni di soggetti italiani rappresentano il 47 per cento del prodotto interno lordo, contro il 28 per cento del 1998. Tra il 1998 e il giugno 2003 le imprese private hanno collocato obbligazioni per 78,6 miliardi di euro, il settore pubblico (ministeri, enti locali, società a capitale statale) è arrivato a 51,8 miliardi, per un totale di 130,4 (dal rapporto Lo sviluppo del mercato obbligazionario per le imprese italiane preparato dal Servizio Studi e dai Servizi di Vigilanza della Banca d’Italia). [8]
Nel 2004 e nel 2005 giungerà a scadenza un volume di prestiti obbligazionari «assai cospicuo» (Bankitalia): 21 e 11 miliardi di euro. Nel biennio successivo scadranno titoli per un importo complessivo pari a circa 19 miliardi. Gianola: «La fine dei prestiti vuol dire che devono essere rimborsati, cioè investitori, risparmiatori, famiglie che hanno sottoscritto i bond vogliono indietro i soldi. A volte, come nel caso della Cirio, le aziende non sono in grado di rimborsare e quindi diventano insolventi». [8]
Tutti i collocamenti al pubblico sono stati realizzati garantendo la massima informazione e trasparenza per tutelare gli investitori? Bankitalia rileva che nel periodo 1999/2002, cioè negli anni di maggiore offerta di obbligazioni da parte di società italiane, su 43 emissioni solo 22 erano accompagnate da rating (il giudizio di affidabilità rilasciato da società indipendenti internazionali). Le obbligazioni Cirio, per capirsi, il rating non ce l’avevano. [8]
Chi può obbligare le aziende a chiedere il rating? Gianola: «Forse le banche che collocano le obbligazioni e che, spesso, sono creditrici delle stesse imprese e magari temono di non vedere più i loro soldi? Appare poco convincente la difesa puntigliosa di Fazio (’Per legge tocca alla Consob vigilare”) perché se Bankitalia ha il compito di vigilanza sul sistema bancario – sul quale sta conducendo gli adeguati accertamenti per il caso Cirio – allora il Governatore, forse, dovrebbe chiedere agli istituti in quale modo abbiano offerto e stiano offrendo alle famiglie e alle vecchiette, che cercano investimenti sicuri e redditizi come i Bot di una volta, i titoli del debito delle aziende italiane». [9] Maria Pierdicchi, direttore generale per l’Italia di Standard & Poor’s: «Il mercato è ormai chiuso per chi non ha un giudizio sul debito, tanto è vero che anche le società che si collocano a livello speculativo ora finalmente chiedono un rating». [9]
Per tranquillizzare il pubblico, venerdì Fazio ha fatto sapere che i risparmiatori coinvolti nel crack Cirio potrebbero essere rimborsati: «Le banche nei casi in cui dovessero accertare, anche solo sulla base di riscontri interni, che gli adempimenti richiesti dalla normativa non sono stati pienamente espletati, valuteranno l’opportunità di avviare iniziative per rafforzare la fiducia dei risparmiatori e mantenere integra la reputazione aziendale». [10]
All’Italia resta un sicuro soggetto di sviluppo: le medie imprese. Fra il 1996 e il 2000 il loro valore aggiunto è aumentato del 24,6 per cento. Nello stesso periodo di tempo il valore aggiunto delle grandi imprese italiane è aumentato appena del 13,3. Turani: «Queste medie imprese, peraltro, non sono centinaia di migliaia (come spesso si crede). Non sono insomma una sterminata platea. Mediobanca e Unioncamere le hanno contate [...] e sono riuscite a trovarne soltanto 3.667. Un numero così piccolo potrà stupire, ma i criteri adottati per individuare un’azienda come media impresa sono piuttosto rigorosi: fatturato compreso fra 13 e 260 milioni, dipendenti fra 50 e 500, struttura proprietaria autonoma». [11]
Che cosa producono le medie imprese? Turani: «Sostanzialmente beni per la persona e la casa (tessile, abbigliamento, pelletteria, piastrelle, gioielli, ecc.) e meccanica. Insomma, non fanno niente di clamoroso. Però lo fanno bene e spesso dentro i loro prodotti c’è un elevato contenuto di ”made in Italy”. Le percentuali più alte di crescita delle esportazioni si sono avute nel comparto mezzi di trasporto e accessori (più 76 per cento nel periodo 1996-2000). [...] Benissimo tutta la roba da mangiare, dai formaggi, al vino, alle conserve [...]». [11]
Caso raro per l’industria italiana, le medie imprese sono virtuose. Turani: «Aumentano produttività e redditività, ma anche gli occupati. Fra il ’96 e il 2000 le quasi 3.700 medie imprese italiane hanno aumentato la loro forza lavoro del 12,1 per cento: nello stesso periodo di tempo le grandi imprese hanno diminuito il numero degli addetti del 5,3 per cento». [11]
Le medie imprese, si dice, sono però affette da ”nanismo”. Turani: «Analizzando i loro bilanci si è scoperto che, di solito, una crescita delle dimensioni comporta un minor rendimento del capitale. E quindi le medie imprese, alla fine, si assestano sulla dimensione ”giusta” (non troppo grande). Il ”nanismo” di queste aziende non nasce [...] dalla stoltezza dei ”padroncini”, ma dalla scelta della dimensione ottimale per produrre, essere competitivi e guadagnare. Insomma, le medie sono medie (e non grandi) perché quella è la misura giusta per stare sui mercati». [11]
L’Italia ce la può fare anche in un ciclo di crescita economica meno forte che in passato. Elio Catania, presidente e amministratore delegato di Ibm Italia: «Dobbiamo trovare un punto d’incontro nuovo tra la creatività e le Pmi, insomma tutte quelle cose che per tanti anni ci hanno portato sui libri di Harvard, e una nuova dimensione che è quella del sistema. [...] Le piccole e medie imprese hanno investito in innovazione, ma lo hanno fatto al primo livello, cioè nel processo produttivo. Questo non basta più perché oggi il 75-80 per cento del valore di un prodotto sta in quello che lo circonda, nell’immateriale. Dal design, al marketing al sistema logistico [...]». [12]
La Pmi deve avere una struttura che la aiuti. Catania: «[...] Ci vuole un triangolo magico composto da politica industriale che spetta al governo, politica d’impresa che è compito della Confindustria e politica dell’istruzione che spetta alla scuola. [...] inutile che io rinnovi l’azienda se poi l’amministrazione locale è vecchia e per avere una mappa catastale ci metto un mese». [12]
Cosmano Spagnolo, segretario della Fim, l’organizzazione dei metalmeccanici della Cisl « cambiato completamente il quadro. Un anno fa noi eravamo preoccupati per la situazione complessiva del gruppo e per l’eventualità dell’uscita dell’Italia da un importante settore come l’automobile. Oggi invece ci troviamo di fronte a un assetto profondamente trasformato. [...] Io credo che questo piano possa veramente rilanciare la Fiat». [6]
L’impresa italiana spende in tecnologia meno di quella Usa. lo scotto che pagano le Pmi per le loro dimensioni? Catania: «In passato i motivi per spendere meno erano tanti, dal fatto che una gran parte della nostra economia non era esposta al mercato a quel grande scudo che era il tasso di cambio. Adesso, per fortuna, quella situazione è finita ma si sconta ancora un problema culturale. Le faccio un esempio piccolo ma significativo: quando vado alle riunioni di Confindustria tutti hanno un telefonino in mano. Negli Stati Uniti, alle riunioni hanno tutti un computer davanti. Se uno gira con il computer vuol dire che per lui il cambiamento continuo in azienda è un’ossessione». [12]
[...] Questo per dire non che sia facile avviare attività produttive più sofisticate e redditizie, ma che se ci sono riforme da fare, o almeno da tentare, la priorità dovrebbe essere accordata a quelle che, rafforzando il sistema produttivo, sono in grado di prospettare un benessere maggiore