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 2003  ottobre 24 Venerdì calendario

Doping, quel sogno di esser più forti che iniziò con un liquore africano, l’Unità, 24/10/2003 L’ultima frontiera del doping, stando alle recenti rivelazioni di Terry Madden, capo della’Agenzia Usa che lo combatte, e di Don Catlin, direttore del laboratorio dell’Ucla (University of California-Los Angeles) è il tetrahydrogestrinone (Thg)

Doping, quel sogno di esser più forti che iniziò con un liquore africano, l’Unità, 24/10/2003 L’ultima frontiera del doping, stando alle recenti rivelazioni di Terry Madden, capo della’Agenzia Usa che lo combatte, e di Don Catlin, direttore del laboratorio dell’Ucla (University of California-Los Angeles) è il tetrahydrogestrinone (Thg). La scoperta di questo nuovo anabolizzante, il cui codice chimico era sconosciuto fino al 13 giugno scorso, è opera di una soffiata. Voci che si levano dal ”milieu” atletico indicano in Trevor Graham, già quattrocentista di valore mondiale e sino all’anno passato allenatore di Marion Jones e Tim Montgomery, il misterioso tecnico che avrebbe sollevato il velo sui lucrosi affari di Victor Conte e del suo Bay Area Laboratory Co-Operative (Balco). Che il doping (e, per inevitabile correlazione, pure l’antidoping) rappresenti un ottimo affare non è però cosa di oggi. Il suo nome, difatti, deriva da un antico commercio che i capi tribù del Kaffir, regione del Sud Africa, concludevano secoli or sono producendo e distribuendo ai sudditi un liquore stimolante, il ”dop”, in occasione delle feste religiose. La parola, mescolandosi all’Afrikaaner, si trasformò poi in ”dope” e, nel 1889, comparve per la prima volta in un dizionario inglese. Definizione del XIX secolo: mistura narcotica di oppio usata nelle corse dei cavalli. Ma il doping non era certo nato allora: ai Giochi Olimpici dell’antichità se ne faceva grande uso, sotto forma di brandy o mescolanza di vini, oppure mangiando certi funghi che si riteneva migliorassero la prestazione. In verità, non c’è stata epoca senza doping. O, meglio, non c’è stato momento della storia in cui l’uomo non abbia cercato di accrescere le sue capacità: velocità, resistenza, forza. Nel 1865, stando ai documenti, i nuotatori che si sfidavano per i canali di Amsterdam erano indicati come consumatori di ”dop”. I ciclisti, che incominciavano a correre per l’Europa e, in particolare, quelli delle ”sei giorni”, utilizzavano un cocktail di stricnina e cocaina, chiamato ”speedball”: ne avevano indubbio bisogno, per poter partecipare a una competizione prevista sulle 144 ore, giorno e notte, senza interruzione. I corridori belgi, invece, inzuppavano il tabacco nell’etere: poi se lo succhiavano scappando come forsennati. Ognuno aveva le sue preferenze: i francesi rincorrevano i belgi con bombe alla caffeina, gli inglesi - più raffinati - inalavano ossigeno puro, non disdegnando peraltro alcool, stricnina, eroina e cocaina. La stricnina, come si vede, fu a lungo l’additivo di ogni serio competitore: Dorando Petri, a Londra nel 1908, ne divenne, purtroppo, anche la vittima (doping esagerato: ecco il motivo delle sue cadute avanti l’arrivo). La ricerca chimica e farmacologica, nonché le esigenze guerresche, avrebbero presto modificato la qualità del doping. con la seconda guerra mondiale che i miscugli di alcool e stricnina, ancora utilizzati per mandare i nostri arditi all’assalto nel ’15-’18, furono soppiantati dalle amfetamine. Stimolanti del sistema nervoso centrale, erano largamente distribuite ai soldati nel ’40-’45, utilizzate dagli addetti a lavori pesanti o notturni (compresi molti studenti sotto esami) e adottate, infine, nelle competizioni sportive. Non è mistero per nessuno, eccetto che per gli ipocriti, che molti dei successi dell’Inter di HH (Helenio Herrera) fossero dovuti, oltreché al talento di quei campioni, anche al sapiente utilizzo di amfetamine. Lo stesso deve dirsi per Fausto Coppi, la cui leggenda non ebbe a patire i colpi dell’allora sconosciuto antidoping. Addirittura, negli sport ”pro” americani le amfetamine erano il companatico, se non il pane quotidiano, secondo il famoso rapporto (1981) di A. J. Mandell, K. D. Stewart e P. V. Russo - The Sunday Syndrome (la sindrome della domenica). Verso la fine degli anni ’50 ecco la comparsa degli anabolici-androgenici steroidi nello sport. probabile che i sovietici avessero sperimentato degli aiuti ormonali ai propri atleti già in occasione dell’Olimpiade del 1952, ma fu in ogni caso nel 1956, in occasione dei World Games a Mosca, che il dottor John B. Ziegler constatò l’utilizzo di derivati del testosterone tra gli atleti sovietici e, tornando negli Usa, s’impegnò nella ricerca e nel modo di sintetizzarli. Il risultato fu il Dianabol (methandrostenolone), prodotto dalla Ciba Farmaceutica, e da allora i prodotti steroidei sono cresciuti a dismisura. Ma già agli inizi degli anni Ottanta un altro farmaco - il growth ormone (Gh) o ormone della crescita – faceva la sua comparsa nel mondo dello sport. Primo a parlarne fu Terry Todd, un ex pugile e professore di kinesiologia all’Università del Texas, sollevando il velo sul largo uso di questo (tuttora introvabile all’antidoping) ormone anabolico, in natura secreto dalle ghiandole pituitarie. Il più famoso dispensatore di Gh agli atleti fu il dottor Robert B. Kerr, di San Gabriel in California, al quale un giorno si rivolse persino Pietro Mennea. In quegli stessi anni andava anche diffondendosi la pratica del doping del sangue - attraverso l’aumento dei globuli rossi - come corollario agli studi di uno dei più noti fisiologi del mondo, lo svedese Bjorn Ekblom. Infine, ecco l’eritropoietina per raggiungere, attraverso via sintetica ma assai più pericolosa, risultati equivalenti. Giorgio Reineri