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 2003  ottobre 22 Mercoledì calendario

Perfino l’egoismo delle nazioni è una questione di geni, ”La Stampa-tst”, 22/10/2003 1953-2003: mezzo secolo da quando James Watson e Francis Crick intuirono la doppia elica del DNA

Perfino l’egoismo delle nazioni è una questione di geni, ”La Stampa-tst”, 22/10/2003 1953-2003: mezzo secolo da quando James Watson e Francis Crick intuirono la doppia elica del DNA. Anche l’Italia celebra la scoperta del segreto della vita e lo fa festeggiando a Firenze Renato Dulbecco, premio Nobel per la Medicina, che nel 1985 lanciò il Progetto Genoma Umano, una ricerca da 4 miliardi di dollari per tracciare la mappa completa dei nostri geni. Obiettivo raggiunto quindici anni dopo, sia da un consorzio internazionale di ricercatori con finanziamenti pubblici sia da una azienda privata americana, la Celera. L’iniziativa - un riconoscimento a Dulbecco e un finanziamento all’Istituto Telethon - è della Lilly, multinazionale all’avanguardia nello sviluppo di farmaci basati sull’ingegneria genetica. Ma aldilà dell’aspetto promozionale, l’occasione è buona per capire dove va la genetica con un protagonista di questa rivoluzione scientifica. Professor Dulbecco, qualche tempo fa domandai a Watson come sarebbe oggi la biologia se lui e Francis Crick cinquant’anni fa non avessero scoperto la struttura a doppia elica del DNA. Rispose che sarebbe tutto com’è oggi, perché se non avessero fatto loro la scoperta l’avrebbe fatta sei mesi dopo qualcun altro. Lei è d’accordo? « certamente così, ed è così in tutta la scienza. Si è in tanti a lavorare sugli stessi problemi, partendo dalle stesse basi di conoscenza. Le scoperte, in certo senso, sono nell’aria, perché la scienza è un lavoro collettivo. Però ovviamente contano anche le singole personalità. Nel caso del DNA, certamente altri prima o poi sarebbero arrivati alla doppia elica, ma a Watson bisogna riconoscere un contributo decisivo, il suo lavoro è stato ancora più determinante di quello di Francis Crick, senza il quale, tuttavia, Watson non sarebbe riuscito nel suo intento». Watson nel suo ultimo libro I geni del genio (Garzanti) parla di escursioni in montagna con lei, per esempio una salita in cima al Baldy, nelle San Gabriel Mountains: che ricordi ha di quegli anni? «Siamo nel 1948. Io ero arrivato negli Stati Uniti da poco, prima nell’Indiana e poi al Caltech, in California. Per un anno siamo stati uno accanto all’altro. Lui era uno studente ventenne, io avevo 34 anni, mi aveva chiamato Salvador Luria. Ricordo lunghe conversazioni sul problema del DNA e sulla sua struttura. Watson era già molto vicino all’intuizione giusta». Nel 1985 lei propose la mappatura del genoma umano. L’idea fu accolta con freddezza e anche con dure critiche. «Sì, molti ritenevano che fosse una fatica inutile, altri temevano che con i suoi costi quel progetto prosciugasse i finanziamenti di tutte le altre ricerche interessanti in biologia. Presentai la proposta all’inaugurazione di un nuovo laboratorio a Cold Spring Harbor e nell’uditorio calò un gran gelo. Un genetista osservò che mappare tutti i geni sarebbe stato come descrivere una per una le foglie di un albero. Un genetista! Possibile che non sapesse che i geni sono tutti diversi? Poi ripresentai l’idea in un articolo su ”Science” nel 1986, e un po’ per volta iniziarono i consensi. Finché arrivò il finanziamento del Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti: erano interessati alla mappa genetica per capire meglio come le radiazioni possano causare mutazioni genetiche». Watson diresse poi il progetto Genoma Umano dal 1988 al 1992. Nella fase finale ci furono tensioni anche perché la Celera stava per battere sul tempo il consorzio pubblico... «Ma tutto sommato la competizione ha fatto bene al progetto. Bisogna dire però che il metodo usato dalla Celera, che consiste nel tagliare tanti pezzetti a caso di DNA, nel decifrarli e poi nell’affidare ai computer la ricostruzione delle informazioni, non solo dà molti errori, ma non sarebbe stato applicabile se prima i ricercatori del consorzio pubblico non avessero individuato tutta una serie di punti di riferimento sull’intera sequenza del genoma. In ogni caso la concorrenza alla fine ha generato due mappe complementari, e quindi è stata utile». Nel suo libro La mappa della vita (Sperling & Kupfer) lei ricorda che nei dati sul nostro DNA ci sono ancora centomila ”buchi”, più o meno il 6 per cento del genoma: tuttavia a grandi linee il messaggio è chiaro. Qual è la lezione filosofica mente più importante che possiamo trarne? «L’unità della vita. Organismi elementari, come i lieviti, hanno in comune con noi già il 30 per cento dei geni, lo scimpanzé oltre il 98 per cento. la prova più evidente dell’evoluzione biologica». C’è stata la sorpresa del numero dei geni: ne abbiamo solo 30-40 mila, mentre prima si stimava fossero più di centomila. «Si è capito, infatti, che non conta tanto il numero dei geni, quanto la complessità delle loro interazioni». Conclusa l’esplorazione del genoma, inizia l’era della proteomica. Sarà un’impresa complessa come la mappatura del DNA? «Molto di più. Si tratta, ora, di passare dalla sequenza dei geni alla loro funzione: cioè dobbiamo capire come e perché i vari geni dirigano la formazione delle centomila proteine che costituiscono il nostro organismo. un lavoro enorme, che richiederà decenni. Un gene può intervenire nella costruzione anche di una decina di proteine diverse...». Ci porterà a una nuova medicina, con cure e farmaci personalizzati sul patrimonio genetico del singolo paziente? «Questo è uno degli obiettivi finali. Ognuno di noi ha specifiche caratteristiche genetiche che rendono varie le reazioni ai farmaci. Per esempio uno studio fatto qualche anno fa negli Stati Uniti stabilì che il 7 per cento dei pazienti ricoverati ha reazioni avverse ai farmaci». Molte speranze sono legate alla clonazione di cellule staminali mirate alla ricostruzione di tessuti ed organi malati. «Sì, ma è stato un errore far credere ai cittadini che questi risultati potranno arrivare in tempi brevi. In realtà nessuno oggi può dire quanto tempo bisognerà attendere». Come giudica il no alla clonazione di cellule degli embrioni ”orfani” a scopo di ricerca e di terapia? «Credo che quando ci sarà una applicazione terapeutica importante e chiara, anche sulla clonazione molte posizioni cambieranno». Dopo la mappatura, terapie geniche e cura del cancro sono traguardi più vicini? «Le malattie genetiche sono circa 4.000. Sono rare, ma nell’insieme colpiscono un notevole numero di persone. Su 4.000 solo il 2 per cento dipende da un solo gene, le altre sono poligeniche. Per esempio la retinite pigmentosa dipende da una trentina di geni. Per le prime la terapia genica è più vicina, per le altre più lontana. Quanto al cancro, è essenzialmente una malattia dei geni, e quindi la soluzione finale sarà di tipo genetico».  favorevole agli Ogm utilizzati nell’alimentazione? «Non è documentato, ad oggi, nessun danno per la salute dovuto a Ogm. Qui i problemi sono altri e nascono agli interessi economici connessi». Come giudica i brevetti in campo genetico? «Negli ultimi tempi si è esagerato. Non ha alcun senso brevettare un gene in quanto tale. Si può brevettare, invece, un processo industriale, una invenzione che porta a un prodotto terapeutico. Brevettare i geni significa solo impedire ogni ricerca ai paesi più poveri». Si parla dell’’egoismo dei geni”, cioè della loro tendenza esclusiva a perpetuarsi e ad affermarsi. Ciò spiega anche l’egoismo che vediamo nelle società e nelle nazioni? «L’egoismo dei geni è sotteso a tutto, quindi anche agli aspetti sociali e politici. Noi possiamo solo temperare la nostra base biologica con la ragione e con la morale». Ma siamo determinati anche dall’ambiente. Rimane spazio per la libertà? «L’ambiente è importante: al punto che modifica i geni. Quello di libertà è un concetto molto complesso, uno spazio residuo tra una molteplicità di condizionamenti». Qual è il problema della ricerca in Italia? «Il vero problema è che il merito non è riconosciuto, a cominciare dalle Università. Negli Stati Uniti l’università è nata privata, e quindi funziona come un’azienda: deve produrre. In Italia non è così». Piero Bianucci