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 2003  ottobre 12 Domenica calendario

Cocteau non prese sul serio nemmeno la guerra, Il Sole-24 Ore, 12/10/2003 Jean Cocteau riceveva, come i re, mentre faceva toeletta

Cocteau non prese sul serio nemmeno la guerra, Il Sole-24 Ore, 12/10/2003 Jean Cocteau riceveva, come i re, mentre faceva toeletta. Gli amici si affollavano tra le sedie invase dai fogli e dai vestiti. Stretto in una vestaglia di piqué nero, lo scrittore volteggiava intorno al letto col viso triangolare bianco di schiuma. Intanto non smetteva di parlare inseguendo un’idea o mimando una scena. Cocteau, diceva la duchessa de Gramont, riusciva a imitare perfino i grandi che non aveva conosciuto. Il lungo e stretto appartamento al Palais-Royal, ribattezzato «il tunnel», navigava in un fecondo disordine da adolescente. Come nella sua opera, le cose più diverse si affastellavano senza problemi: un cubo di cartone di Picasso, foto di pugili, busti di gesso. A cinquant’anni, ricorda Brassaï, era ancora giovane e snello, con il profilo nervoso senza un filo d’argento nei capelli tagliati a spazzola. Quando Proust si era lamentato per l’indifferenza degli arisocratici alla Ricerca del tempo perduto, Cocteau aveva sorriso. Era, gli aveva detto, come se un grande entomologo soffrisse di non essere amato dagli insetti. Eppure per tutta la vita Jean aveva inseguito l’amore degli altri. Romanziere, disegnatore, scultore, regista, scenografo, librettista, poeta, Cocteau sembra precorrere l’immagine dell’artista moderno che passa disinvoltamente dall’arte alla pubblicità. Lavorò con i Balletti russi e con Picasso. Disegnò abiti e tessuti per Chanel e Schiapparelli. Il suo anello di fidanzamento con Radiguet - tre vere intrecciate di oro bianco, giallo e rosso - è rimasto nel catalogo Cartier. La linea funambolesca della sua stilografica era capace di delirare sotto l’effetto dell’oppio, di fondersi con l’osceno e di tracciare straordinari ritratti. Le sue poesie incantarono. I suoi libri - Oeuvres, Le Livre de Poche - scandalizzarono e sedussero. Il suo cinema, da La bella e la bestia a Orfeo è ancora apprezzato da registi come Tarantino, Almodovar e Lynch. Dall’arte alla pubblicità. L’eclettismo di Cocteau, la sua capacità di elaborare gli impulsi più diversi era solo una strategia. Jean doveva cambiare senza sosta per rimanere se stesso. «Un artista originale non può copiare. Dunque gli basta copiare per essere originale». Non smise mai di cercare, passando dal cattolicesimo di Maritain alle nubi insidiose dell’oppio. Omosessuale, corteggiò la donna più seducente di Parigi, Louise de Vilmorin, e si innamorò di una bellissima nipote dello zar, Nathalie Paley, che abortì di un suo figlio. Proust aveva scelto di vivere per scrivere, Morand aveva preferito vivere, Cocteau non volle rinunciare a niente. «Bisogna essere un uomo vivente e un artista postumo». Fu un irriducibile narciso in cui l’epoca si specchiò senza riconoscersi. Incapace di odiare Breton e i surrealisti che lo insultavano e interrompevano le sue rapprresentazioni, fu lui, insieme a Radiguet, a lanciare il «retour à l’ordre», rinviando all’equilibrio della classicità la cultura scossa dal terremoto delle avanguardie. «Io sono un pessimista ottimista». «Era un finto mondano», devoto agli amici come agli sconosciuti, spiega Dominique Rollin. Ma era anche un vero dandy, capace di indossare una sinfonia di bianco, grigio e nero. Le lunghe mani, inquadrate dai polsini della camicia sapientemente arrotolate sulle maniche della giacca, volteggiavano al ritmo della sua eloquenza, vertiginosa come la sua vita. Malgrado la sua grandezza, Cocteau resiste all’imbalsamazione. Abbagliata e fuorviata dalla sua frivolezza e dalla sua versatilità, la modernità rifiuta d’inscatolarlo tra i classici e gli consente ancora, sottovalutandolo, di parlare ai giovani. Nella nuova biografia – Jean Cocteau, Gallimard, pagg. 864, euro 35,00 – Claude Arnaud denuncia la sua «totale mancanza di senso politico». Jean non riuscì a prendere sul serio nemmeno la carneficina della Prima guerra mondiale che gli sembrava una gigantesca opera in cui le truppe di Wagner si scontravano con quelle di Offenbach. Nell’estate del ’43, mentre stava entrando nel métro di Place de la Concorde, era stato picchiato dai nazisti francesi, perché non si era scoperto il capo davanti alla bandiera francese da loro inalberata, malgrado le uniformi tedesche. La radio inglese l’accusava di collaborazionismo, mentre la stampa francese di regime gli rimproverava di essere gollista. «Ecco cosa capita» commentava «agli spiriti liberi che rifiutano d’occuparsi di politica e non ci capiscono nulla». Alla Liberazione gli atti di giustizia si mescolarono agli abusi e alle vendette personali. Una volta Cocteau aveva scritto: «Si è giudici o accusati. Il giudice è seduto. L’accusato in piedi. Vivere in piedi». D’altronde nessuno poteva muovergli delle accuse precise, se non qualche frequentazione troppo ardita come quella di Breker, lo scultore prediletto di Hitler. Malgrado la sua difficile posizione, non esitò ad aderire all’appelo contro la condanna a morte di un autore collaborazionista, Brasillach: «Firmerò perché ne ho abbastanza che si condannino a morte gli scrittori, mentre i fornitori dell’esercito tedesco vengono lasciati in pace». In quei giorni tumultuosi, Cocteau si sentiva a suo agio soltanto nei luoghi fuori dal tempo, come al ristorante Véfour, miracolosamente fermo alla fine del XVIII secolo. Solo Picasso lo consolava dei sospetti, mormorandogli, mentre finiva di dipingere una testa di donna per un libro offerto dagli scrittori della resistenza a de Gaulle: «Le cose non cambiano mai, il nostro regno non è di questa terra». Giuseppe Scaraffia