Emanuele Macaluso il Riformista, 21/10/2003, 21 ottobre 2003
Macaluso confessa: bazzico la combriccola dei buongustai (non sono nobile come Padellaro), il Riformista, 21/10/2003 Faccio parte della «combriccola dei buongustai», quella che «dalle parti del Pantheon, frequenta ristoranti e rosticcerie»
Macaluso confessa: bazzico la combriccola dei buongustai (non sono nobile come Padellaro), il Riformista, 21/10/2003 Faccio parte della «combriccola dei buongustai», quella che «dalle parti del Pantheon, frequenta ristoranti e rosticcerie». Sono uno che bazzica il «triangolo dei supplì», sono anche un «ex-comunista in cerca di nuove compagnie». Questo identikit è stato tracciato, su ”l’Unità”, da un signore che non mangia supplì né pasta all’amatriciana, pasteggia a tartine, non beve vino e sorseggia Martini. Questo signore, erede di una grande famiglia siculo-romana che ha tenuto in mano, dai punti giusti dell’alta burocrazia, negli anni del fascismo e in quelli democristiani, leve importanti del potere, è approdato nei giornali borghesi, come si diceva una volta. Durante il consolato di Walter Veltroni, in «cerca di nuove compagnie», si è accasato nel giornale fondato dal comunista (o ex?) Antonio Gramsci, finanziato da parlamentari ex-comunisti e dove lavorano ancora tanti ex-comunisti. Come avrete capito, sto parlando del condirettore de ”l’Unità”, Antonio Padellaro. Il quale, sabato scorso, ha pubblicato sul suo giornale un editoriale con la pretesa di contestare le cose che, nei giorni scorsi, ho scritto su il ”Riformista” a proposito della campagna fatta da ”l’Unità” contro il procuratore di Palermo Piero Grasso. Ma, mentre si citano brani tratti dai miei scritti, non si fa mai il mio nome e cognome: sono solo uno della «combriccola dei supplì». Sono anche quello che scrive «con tortuose perifrasi in puro stile corleonese». Il nostro voleva insultarmi iscrivendomi anche nella combriccola di Totò Riina, e non sa che l’aggettivo «corleonese» mi appartiene veramente e mi fa onore. Dal 1949, quando con Pio La Torre e altri giovani come me guidammo nel Corleonese (questa volta è un sostantivo) una delle più straordinarie occupazioni di terre. In quelle contrade ebbi l’occasione di incrociare Luciano Liggio, guardiano di uno di quei feudi. La polizia in quell’occasione sparò, ferì molti contadini, ma fu La Torre ad essere arrestato (16 mesi di carcere) per violenze nei confronti di un commissario. Un falso. Recentemente un vecchio compagno mi ha spedito una bella foto in cui si vedono, in un aula di tribunale, carabinieri, giudici e imputati, fra cui io, tutti giovanissimi. Tutti condannati a sedici mesi di reclusione con la condizionale (ma La Torre li aveva già scontati). Nella foto c’è una didascalia scritta a penna: «Il processo ai corleonesi». Cinquantaquattro anni dopo il condirettore de ”l’Unità”, sì de ”l’Unità”, è riuscito a rovesciare il senso del quell’aggettivo. Bravissimo. Ma non si ferma. I miei articoli incriminati sono presentati così: «Parole del ”Riformista”, musica del Padrino». Cosa dicono le parole e la musica del Padrino? Hanno messo in rilievo, citando scrupolosamente gli articoli e i titoli de ”l’Unità”, come era stata scatenata una campagna giornalistica contro il procuratore Grasso, reo di avere riorganizzato la «distrettuale antimafia» non includendo, come indicava una direttiva del Csm, chi aveva superato gli otto anni di permanenza in quella struttura, cioè gli aggiunti Lo Forte e Scarpinato. Reo, il procuratore, di avere sostituito Lo Forte con l’aggiunto Giuseppe Pignatone, bollato come uomo del vecchio e discusso procuratore Giammanco e indicato da alcuni pentiti come «avvicinabile». Posizione del tutto simile a quella di Lo Forte, considerato invece da ”l’Unità” riferimento insostituibile nella lotta alla mafia. Misteri. Ho scritto, e lo riscrivo, che la campagna contro Grasso è pericolosa perché si tratta di un magistrato esposto. Aveva scritto lui la sentenza del maxi-processo che portò in carcere il Gotha della mafia e ha diretto la procura con fermezza. Il Csm ha avallato la decisione del procuratore di Palermo smentendo così anche ”l’Unità”. La quale, con il suo condirettore, è diventata «terzista», un colpo al cerchio e l’altro alla botte. Chiarisce che con gli articoli di Lodato, ”l’Unità” ha fatto lodevole informazione sulla crisi apertasi nella procura palermitana. Falso. è vero che le accuse a Grasso partivano da un gruppo di aggiunti e sostituti procuratori, ma il giornale le ha fatte sue con articoli a senso unico, sino all’ultimo, riprendendo ed esasperando nel titolo ciò che hanno scritto nella lettera tre Pm e cioè: «Grasso ha nascosto i documenti sulle stragi». La stessa accusa che i «puri e duri» fecero a Falcone. «Musica del Padrino» o verità scottanti? Dopo l’uccisione di Falcone, Piero Sansonetti con onestà professionale e morale chiese scusa per le cose che non lui, ma altri, avevano scritto su ”l’Unità”. Il condirettore di oggi, dopo la decisione del Csm, invece «terzeggia» (Grasso è bravo ma i suoi contestatori hanno ragione) e anziché riconoscere un errore accusa chi lo ha criticato di padrinaggio. Questo il sabato. Domenica Furio Colombo scrive un lungo editoriale per spiegare che c’è un regime in cui la stampa, tutta, tranne ”l’Unità”, è manipolata, che nei confronti degli avversari non si usa ancora il manganello, che non fanno ancora la fine che fece Giovanni Amendola, ma siamo su quella strada. Oggi c’è l’omissione, la deformazione e l’aggressione verbale a chi non è d’accordo. Come l’articolo del suo condirettore. Tuttavia noi non chiameremo nessuno ad esprimerci stima, e a farci elogi sperticati riempendo pagine di giornale. Tra l’altro, abbiamo poco spazio. Emanuele Macaluso