Francesco La Licata La Stampa, 08/10/2003, 8 ottobre 2003
Per smaltire cadaveri scomodi la mafia americana predilige i funerali con bare a due piazze, La Stampa, 08/10/2003 A Palermo come a New York, nel Queens, a Filadelfia, a Napoli o in ogni Sud delle comunità a forte condizionamento mafioso, la morte non è un accadimento che può essere archiviato con una frettolosa cerimonia
Per smaltire cadaveri scomodi la mafia americana predilige i funerali con bare a due piazze, La Stampa, 08/10/2003 A Palermo come a New York, nel Queens, a Filadelfia, a Napoli o in ogni Sud delle comunità a forte condizionamento mafioso, la morte non è un accadimento che può essere archiviato con una frettolosa cerimonia. Anche per questo motivo, dunque, assume importanza determinante intrattenere buoni rapporti con le imprese di pompe funebri che, alla faccia di ogni scongiuro, vengono tenute in grande considerazione. Spesso è la stessa mafia, la stessa «famiglia» a gestire l’attività che è un po’ business, un po’ tradizione e, ovviammente, spesso lavoro che nasconde illegalità. Non stupisce più di tanto, perciò, la notizia [...] che il potente clan dei De Cavalcante (hanno ispirato la serie televisiva dedicata ai Soprano) utilizzava la propria agenzia di pompe funebri del New Jersey come mezzo per «smaltire» i cadaveri dei nemici fatti fuori col sistema della «lupara bianca». La rivelazione è stata fatta durante un processo a New York. Si è appreso, così, che lo «smaltimento» avveniva per mezzo di bare dotate di doppio fondo situato al di sotto della base che ospitava il cadavere di qualcuno morto «in grazia di Dio». Ogni volta, dunque, che una cassa prendeva la via del cimitero portava con sé un altro cadavere «clandestino». Questo «giochetto», ha rivelato il pentito Anthony Rotondo, è andato avanti per decenni. «Certo - ha aggiunto - qualche volta si notava che il peso del morto era eccessivo, ma nessuno sollevava il problema». Come ogni attività mafiosa, la gestione ufficiale del «business» era affidata ad una testa di cuoio: nella fattispecie, Carl Corsentino, figlio del fondatore Carlo, morto dopo aver compiuto cento anni e ricevuto un biglietto di congratulazioni dal presidente Clinton. Sembra di vedere uno dei tanti film sui «paisà» d’America, col funerale in pompa magna, il «restyling» del morto devastato dalle pallottole, il whisky o i soldi o addirittura le armi nelle bare portate in spalla, il pianto contenuto del Padrino ferito in qualcuno dei suoi affetti. Eppure non è solo fantasia. Basterebbe pensare al povero John Gotti che, dopo un’esistenza dedicata alle «giacche da duemila dollari», alle cravatte di seta e alle scarpe fatte a mano, si ritrovò detenuto senza via scampo. E, depresso per l’inaspettata detenzione, dovette pure occuparsi di organizzare il proprio funerale quando gli fu comunicato che un cancro se lo stava divorando [...]. Eppure nelle storie «nere» della mafia il funerale è una costante che il cinema ha preso in prestito: A ciascuno il suo, Cadaveri eccellenti e mille altre pellicole ambientate tra i «Funeral House» degli Usa e le parrocchie delle campagne siciliane o delle borgate palermitane. Le cento «limousine» nere dietro alla bara di Charles Gambino, a Brooklyn, e la fila degli uomini con le coppole in mano davanti al cadavere di Stefano Bontade «esposto» nella sua casa di Falsomiele, tra gli agrumeti di Palermo. è un incubo, per il mafioso, il funerale. Bisogna dare soddisfazione alla gente e così morire è come sposarsi o fare una festa di battesimo. Sfortunati quelli condannati a restare ufficialmente senza tomba. [...] Calogero Bagarella, fratello del più rinomato Leoluca, rimase per terra durante lo scontro a fuoco passato alla storia come la strage di viale Lazio [...]. Il corpo venne recuperato dal commando e riportato a Corleone. Fu seppellito nel cimitero del paese, ma senza nome. Chissà in quale tomba anonima è stato custodito. Il sistema della «tumulazione anonima» è prassi consolidata: dicono i pentiti che, prima dell’avvento dell’acido adoperato per sciogliere i cadaveri, i nemici soppressi «senza rumore» (cioè strangolati dopo un «trattamento» adeguato per farli «parlare») venivano interrati nelle tombe di cimiteri omertosamente ospitali. In assenza di tanta opportunità, si sopperiva con una zolla conosciuta solo dal parente prossimo. Come nel caso di Vincenzina Marchese, moglie di Leoluca Bagarella morta suicida in clandestinità. Già, è una sfortuna ricorrente, quella del boss corleonese. Trovò Vincenzina appesa alla trave della camera adibita a stiratoio. Devastato dal dolore, la tirò giù, la vestì di tutto punto, la portò in ascensore come se fosse viva e capace di camminare. Riuscì a raggiungere l’auto senza destare sospetti tra i vicini. Aiutato da due ragazzi la seppellì in un posto segreto. Quando i «picciotti» si pentirono e rivelarono il sito del cimitero privato, la polizia non trovò nulla. Leoluca non si fidava e perciò le aveva cambiato posto. Oggi solo lui sa dove riposa Vincenzina. Francesco La Licata