Franco Cordero la Repubblica, 11/10/2003, 11 ottobre 2003
Nessuno pagò i 50 talenti per liberare Aldo Moro, la Repubblica, 11/10/2003 L’affare Moro, evocato da Buongiorno, notte, ha riacceso vecchie dispute, placate le quali, mi permetterei di fissare qualche punto
Nessuno pagò i 50 talenti per liberare Aldo Moro, la Repubblica, 11/10/2003 L’affare Moro, evocato da Buongiorno, notte, ha riacceso vecchie dispute, placate le quali, mi permetterei di fissare qualche punto. Cominciando da uno incontrovertibile: la colpa dello Stato nell’avvenimento che insanguina via Fani, angolo Stresa, giovedì mattina 16 marzo 1978, ore 9.15, quando nove brigatisti l’aspettano al varco: eccolo sulla solita 130 blu, seguito dall’Alfetta bianca; una 128 le supera, converge a destra, frena; gli otto appostati sparano sulle vetture imbottigliate ammazzando l’intera scorta con ragguardevole precisione, visto che lui esce incolume; se ne impadroniscono; lo portano via in barba alle polizie che accorrono inutilmente sul luogo, anziché sciamare sui possibili percorsi della fuga. Gli uccisi erano bersaglio d’un tiro a segno, sagome inerti. Quanto al rapito, sarebbe stato meno pericoloso andare in taxi o sull’autobus. Le Brigate rosse appartengono al bestiario italiano: uccidono da qualche anno; Aldo Moro costituiva la massima preda, fautore d’intese larghe fino alla graduale inclusione del Pci nell’area governativa, quindi odiato dagli estremisti hinc inde, 10 anni prima che cada il Muro; e non dimentichiamolo, presidente in pectore della Repubblica. Insomma, era molto esposto; bisognava difenderlo; quanto male vi provvedessero i responsabili, consta dall’assurda strage. Altrettanto ovvia la seconda conclusione: non l’hanno protetto; sta in mano ai sequestratori; lo salvino. L’indomani nasce un comitato interministeriale, le cui 7 riunioni pesano meno d’una giaculatoria. Nel Viminale un’équipe presieduta dal ministro tiene riunioni quotidiane, poi trisettimanali, senza verbali né appunti: anziché agire, gli apparati inscenano le frenesie d’un corpo senza cervello; spiegamenti pour épater le bourgeois; viene il dubbio che non lo cerchino. Esce una fotografia dalla ”prigione del popolo”. Terzo capitolo. Nella prima lettera, giovedì 29, il recluso ventila negoziati. No, esclamano i virtuosi: lo Stato non siede al tavolo dei terroristi assassini, e commettono una cosiddetta ”ignorantia elenchi”: vizio piuttosto diffuso, consiste nell’evadere dai termini della causa; ”prouver autre chose que ce qui est question” (Arnauld e Nicole, Logique de Port-Royal, III.19.1). L’argomento varrebbe se, trattando, l’autorità abdicasse: ad esempio, quel telegramma 28 ottobre 1922 dal Quirinale a Benito Mussolini; ma le Brigate rosse non la riconoscono né chiedono riconoscimenti. Nel loro universo fantasmagorico l’unico rapporto possibile con le diaboliche sovrastrutture borghesi è guerra senza quartiere: avendo sequestrato un nemico importante, intendono scambiarlo con dei detenuti, uomini loro; altrimenti morrà. Dal punto di vista dello Stato, classica estorsione: può resistere o subirla, riservandosi il rendiconto; vince il più forte; sono partite tra ordinamenti incompatibili. Il giovane Cesare ne sbriga una, anno 75 a.C.: navigando verso Rodi, alla scuola del retore-grammatico Molone (rectius Apollonio), cade in mano ai pirati; la sua vita vale 50 talenti; li paga sull’unghia; riparte, arma una piccola flotta, insegue i rapitori, li cattura e impicca. A parte il supplizio, così agiscono gli Stati rispettabili, dove manchino alternative. Inutile dire quale sia l’auspicabile, irrompere nel covo. Se al Viminale sedesse Giolitti (s’era sempre tenuto gl’Interni), non vi penserebbe due volte. In spregio alle norme? Nossignori, nel codice penale esiste l’art. 54: fatti previsti come reato (a esempio, aprire le porte ai detenuti fuori dei casi legittimi) diventano leciti (’scriminati”) ogniqualvolta l’autore vi sia «costretto dalla necessità di salvare sé o altri dal pericolo attuale d’un danno grave alla persona, pericolo da lui non volontariamente causato né altrimenti evitabile». Come minimo, i negoziati mangiano tempo, guadagno netto dove esistano organi efficienti. Qui non lo sono. Dura 55 giorni la bancarotta poliziesca. L’ex-oratoriano Fouché, ministro napoleonico, risolveva casi simili in poche ore. Siamo al quarto punto, orribile commedia. Moro penalista era scrittore nebuloso. L’uomo politico coltivava un lessico ermetico in frasi lunghe, sinuose, a taglio multiplo, sul filo del nonsense (le famose ”convergenze parallele”). Nella ”prigione del popolo” cambia stile. Sono chiarissime le 8 lettere edite, l’ultima all’allora presidente della Repubblica, 4 maggio, quando gli restano solo più 5 mattine. Sciolti i sottintesi, il discorso suona così: «Possibile che nessuno scovi la mia prigione?; allora riscattatemi; il mio sangue non giova a nessuno; lo espiereste». Non è più lui, rispondono i santoni: l’autentico Aldo Moro era uno statista; i verbi all’imperfetto mandano rintocchi funebri; e quanto più disperatamente ragiona, tanto meno l’ascoltano; lo seppelliscono vivo. Hieronymus Bosch ha dipinto tali maschere nella salita al Calvario. Mentre i Tartufi fingono compassione, dei rigoristi gliela negano: non piagnucoli come un povero diavolo qualunque; gli uomini al potere hanno privilegi e responsabilità. Massima romana, ma diversamente da Attilio Regolo, costoro fanno gli eroi sulla pelle altrui. Fioriscono vari teoremi. A esempio, deve morire perché sono morti i cinque: ”le mort saisit le vif”; discorsi degni delle Erinni, spiriti infernali incombenti su Oreste prima che Atena l’addomestichi. «Il contrappasso non c’entra», direbbe la dea protoilluminista: «avevano un compito, difenderlo dalle aggressioni; non era comoda sinecura; sia colpa loro o dei superiori, non l’hanno adempiuto; riposino in pace; salvate lui piuttosto». Nella primavera italiana 1978 rombano retoriche funeree sorde all’intelligenza illuministica. Poi, articolo quinto, vengono i brigatisti. Il colpo in via Fani era una quaterna al lotto. Hanno l’occasione irripetibile: l’establishment svela miserie, infamie, stupidità; che colpo sarebbe dire al prigioniero «sei libero», gratis. Paolo VI li esorta nell’appello 21 aprile: «Restituite (...) l’onorevole Aldo Moro; liberate(lo) semplicemente...». Anche Sua Santità avalla la linea dura? Sarebbe un avallo incongruo e l’espertissimo curialista non commette gaffes simili. Se vuol persuadere i brigatisti, l’appello va letto così: sinora hanno tenuto lo Stato in scacco; non buttino via la vittoria. L’enorme prestigio acquisito con una mossa da signori benevoli vale più d’ogni riscatto. Dicono d’essere in guerra con gl’imperialismi: liberando Moro, scatenano pandemoni nei santuari del potere; l’atto omicida serve solo a chi, avendo giocato la carta mortuaria, sbiancherebbe vedendoselo davanti, altro che Lazzaro. Discorso molto persuasivo se i destinatari capissero. Che teste abbiano, lo dicono i 32 capitoli della ”Risoluzione strategica” annessa al comunicato n. 4, 4 aprile, asfissiante logorrea sulla guerra civile antimperialista. Nessun dubbio sull’anamnesi: discendono dal chiericato marx-leninista, un filone eretico, onniscienti come ogni chierico; senonché l’infallibile dottrina non spiega come gestire Moro, né possono insistere nel sequestro; faute de mieux, l’ammazzano. Stupidità macabra. L’ultimo capitolo tocca l’attuale teatro italiano dell’assurdo. L’allora ministro degl’Interni era irremovibile sulla linea ferma, uno dei due nella Dc (lo ricorda senza pentimenti: intervista al ”Corriere”, ”Sette”, 18 settembre). Cosa v’aspettereste? Che esca umilmente dal giro, e altrove succede. Qui no: l’enorme défaillance lo lancia alle stelle; nei 7 anni seguenti presiede il consiglio, poi la Camera alta, infine sale al Quirinale, eletto trionfalmente. Svanisce l’equivoco ”compromesso storico”: Spadolini, Craxi, ancora gabinetti democristiani, equilibrio instabile, finché il sistema consociativo implode, consumato dal malaffare (i processi sono effetto, non causa); e dal rimescolìo salta fuori l’affarista plutocrate, creatura della defunta consorteria. L’Italia riaffonda, stavolta sotto un regime personale la cui bancarotta politica appare prossima, ma la ronda seguiterà se non cambia qualcosa nei cromosomi. Franco Cordero