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 2003  ottobre 14 Martedì calendario

Metà dei bangladeshi di piazza Vittorio li ha portati Mister Tony, la Repubblica, 14/10/2003 La Valletta (Malta)

Metà dei bangladeshi di piazza Vittorio li ha portati Mister Tony, la Repubblica, 14/10/2003 La Valletta (Malta). Un tempo per Turab Ahmed Sheik, pachistano con cittadinanza maltese, c’era una sola differenza tra gli uomini e le casse di sigarette: i primi camminano ed è più facile trasportarli. Allora era uno tra i più ricchi di Malta, oggi è in attesa del sussidio di povertà. In compenso ha imparato che gli uomini fanno anche altro: piangono, ridono, vivono e muoiono. Muoiono, soprattutto. Il nuovo Turab, che adesso indica l’Italia da un molo del porto di Marsaxlokk, è nato alle tre della notte tra il 25 e il 26 dicembre del 1996 quando ha perso il suo ultimo carico umano nel Canale di Sicilia in tempesta. Il 21 di questo mese Turab sarà processato, assieme al libanese Yousuf El Hallal, dalla corte d’assise di Siracusa per l’omicidio volontario dei 283 migranti indiani, pachistani e tamil del «naufragio di Natale» e anche per la morte di due dei tre uomini dell’equipaggio: il maltese Marcel Barbara e il greco residente a Malta Dionisios Avgerinou. Turab organizzò quel viaggio e solo all’ultimo momento decise di non parteciparvi perché il mare era troppo grosso. Aveva esperienza. Negli otto anni precedenti aveva fatto giungere clandestinamente in Europa venticinquemila cittadini asiatici. Il guadagno era stato, al netto delle spese, quindici milioni di dollari. la prima volta che rivela queste cifre. la prima volta che Turab riconosce d’essere stato il più grande trafficante d’uomini d’Europa: «Metà del Bangladesh che c’è a Roma l’ho portato io. Chiedete attorno a piazza Vittorio chi non conosce mister Tony», dice a un certo punto con uno strano, amaro orgoglio. «Mister Tony». I familiari delle vittime ne parlavano con odio, rispetto, paura. L’inseguivamo dal maggio scorso, quando aveva lasciato il carcere di Siracusa dopo sette mesi di reclusione. un uomo solo. Marianna, la moglie maltese di Gozo, l’ha lasciato. I soldi sono finiti, sperperati. I quattro figli li vede quando può. Divide con tre immigrati un appartamento spoglio a Paceville, il quartiere notturno di Sliema. Lui che ha studiato al Saint Edward’s, il più prestigioso college di Malta. Lui, che quando gli veniva voglia saltava su un aereo e andava a giocare a cricket in qualunque parte del mondo. Lui che parla fluentemente l’urdu, l’arabo, l’inglese, il maltese, l’italiano, se la cava un po’ anche col tedesco, e ha frequentato i migliori alberghi, i ristoranti di lusso e ha bevuto il miglior whisky. «I miei erano musulmani molto poco fondamentalisti. Si trasferirono in Libia per lavoro quando avevo tredici anni e, come si usava allora, mi mandarono a studiare a Malta. Ho sempre bevuto alcool senza problemi e mi sono sposato in una delle vostre chiese». *** «L’idea di quel business m’è venuta a Londra. C’ero capitato perché m’ero innamorato di Sally, un’inglese che era venuta a Malta in vacanza. La storia è finita ma sono rimasto là. Avevo un taxi e mia moglie aspettava il terzo figlio, dovevo lavorare. Un amico pachistano mi parlò d’un modo semplice per fare soldi: c’erano moltissimi indiani che volevano raggiungere l’Europa e non sapevano come fare. Si trattava di studiare le regole dei visti, delle dogane, e aiutarli. Pagavano bene. Bisognava trovare la strada. Acquistai il ”Travel Information Manual”. Una strada passava proprio per Malta. Vendetti il taxi e tornai qua. Era il 1988. Allora un cittadino indiano poteva entrare facilmente, era sufficiente che al controllo di frontiera mostrasse il passaporto, un biglietto andata-ritorno, un po’ di soldi e otteneva il visto turistico. Partivano con l’Aeroflot da New Delhi per Mosca, poi da Mosca ad Atene e infine alla Valletta. Io acquistavo i biglietti per Francoforte. Li trovavano all’arrivo, assieme a un Ford transit per Birzerbbuga...». Ride. «Ha presente i sikh? Quelli con i turbanti colorati, le barbe lunghe... no, non passano inosservati. Mentre per fare quell’operazione è necessario essere anonimi. Anche il mio soprannome, Mister Tony, l’ho scelto per essere anonimo. Di Turab a Malta ci sono solo io. Feci un accordo con un barbiere di Bizerbbuga, un paese poco distante da qua. Glieli portavo appena arrivati. Via i turbanti, via le barbe, in pochi minuti erano normali turisti indiani. C’erano tre voli la settimana da Malta a Francoforte e ogni volta partivano in dieci-quindici. Pensi quante barbe ha tagliato quel barbiere di Bizerbbuga». Già, e quanti soldi s’è messo in tasca Turab. «Ognuno mi dava 1500 dollari, il biglietto per Francoforte ne costava 150, poi avevo altre spese: l’alloggio, un pasto». Allora facciamo 1000 dollari a indiano, trenta indiani la settimana, per cinque anni, dall’87 al ’92, sono 7.500 indiani. E sette milioni e mezzo di dollari. Turab annuisce. «Arrivavano verso mezzanotte e all’alba li riportavo all’aeroporto: il volo dell’Air Malta per Francoforte era alle sette. Una volta saliti sull’aereo dovevano andare in bagno, fare a piccoli pezzi il biglietto dell’Aeroflot e il passaporto. Arrivati a Francoforte, si presentavano al controllo di polizia. Naturalmente non dovevano dire la vera provenienza. Raccontavano di aver volato per giorni, di non ricordare i nomi degli aeroporti, di essere perseguitati. La polizia tedesca si accontentava. Ottenevano l’asilo. Facile. Ebbi un solo incidente. All’inizio del 1991 arrivarono una decina di bangladeshi spiantati. Mi dissero che i soldi glieli avrebbero portati in pochi giorni. Un mese dopo erano ancora qua, in un appartamento. Qualcuno li notò e avvertì la polizia. Mi portarono al commissariato. Dissi che li ospitavo perché sapevo che erano venuti a Malta per un business. Finì lì». *** Nel 1992 Turab diversifica: acquista un ristorante e comincia a ragionare sulla possibilità di usare il mare. I contrabbandieri lo fanno da anni, con successo, benché le sigarette non camminino. Ha un motoscafo veloce. Fa una gita a Pozzallo. Entra nel porto come un normale turista, ormeggia, si guarda attorno. Il sopralluogo gli torna utile poco tempo dopo. «Un indiano residente a Malta si accorse della mia attività con Francoforte. Mi propose di diventare soci, gli dissi di no. Un giorno, poco dopo il decollo, con una telefonata anonima fece sapere alla polizia che sul volo per la Germania c’erano quattordici indiani senza documenti. La polizia tedesca bloccò l’aereo sulla pista. Qualcuno degli indiani fece il mio nome. Mi convocarono di nuovo in commissariato. Ammisi solo di aver acquistato i biglietti, quanto al resto, non ne sapevo nulla. Mi credettero ancora...». Non è facile, Turab, credere a questa credulità. Sorride. «Sì, capisco. Ho sentito anch’io, anni fa, di qualche poliziotto corrotto. Dicevano che ce n’erano tre o quattro...». Ma lei non ne ha mai conosciuti? Apre la sua busta di ”Drum”, riempie una cartina, arrotola una sigaretta. «Fui costretto a interrompere i voli con la Germania e passai alle barche per l’Italia. Anche la clientela cambiò: cominciarono ad arrivare sempre più richieste dal Bangladesh di persone che avevano proprio l’Italia come meta finale. Per un mese e mezzo arrivarono a Malta circa 250 bangladeshi la settimana. Venivano in aereo con la ”Biman”, la loro compagnia aerea nazionale. Ufficialmente per raggiungere in nave la Libia dove, a causa dell’embargo internazionale, era impossibile andare in aereo. Ma, appena usciti dall’aeroporto, prendevano contatto con me. Li sistemavo in diversi alberghi. Prendevo 500-1000 dollari da ognuno. Ma molti li ho portati gratis. Erano disperati, a volte piangevano. Naturalmente da solo non potevo farcela. Misi assieme una lista di venti-trenta pescatori e proprietari di barche disponibili». *** Negli anni che vanno dal 1992 al 1994 la flottiglia di mister Tony porta da Malta alle coste della Sicilia circa diecimila clandestini. Il guadagno netto è di circa cinque milioni di dollari. Turab è ormai un’autorità nel settore. La sua fama giunge fino alle orecchie di Mandhir Kumar Wahi, alias ”Pavlo”, il re dei trafficanti indiani, uno dei pochi uomini al mondo che può vantare un carnet superiore al suo: cinquantamila espatri clandestini dall’India all’Europa. «Mi telefonò e mi chiese di raggiungerlo ad Atene. Era il 1994, potrei dire il giorno, fu quando morì Ayrton Senna, mi dispiacque molto, era il mio idolo. Pavlo mi propose di lavorare a un nuovo tipo di traffico: lui avrebbe imbarcato i clandestini su grandi navi che io avrei dovuto raggiungere in alto mare per occuparmi, con mezzi più piccoli e veloci, del trasporto fino alla costa siciliana. Andai altre volte da Pavlo sempre per parlare di affari. Conobbi Eftichios Zerboudakis, il greco, e Yousuf El Hallal, il capitano libanese. Era al comando della prima delle grandi navi che incontrai nel Canale di Sicilia. Si chiamava ”Irini”, come la segretaria di Pavlo, e quella prima volta partì dal porto di Tunisi sotto gli occhi della polizia». «El Hallal l’ho visto l’ultima volta nel settembre o nell’ottobre del 1996. Lo raggiunsi tra Malta e la Sicilia e salii a bordo della sua nave per organizzare il trasferimento. Restai stupito perché con lui c’era una donna, una ragazza rumena molto bella, avrà avuto diciott’anni. ”My girlfriend”, disse. C’erano stati problemi. Quattro pachistani, insoddisfatti per il trattamento a bordo, avevano tentato di dare fuoco alla nave. Erano stati chiusi dentro una cabina. Li abbiamo fatti uscire e picchiati. Forse troppo: due di loro perdevano sangue dalla bocca e faticavano a camminare. stato un problema farli salire sulla barca. Poi, comunque, anche loro sono sbarcati in Sicilia». *** «Nel 1996, all’inizio di dicembre, i miei soci greci erano molto agitati. Stava per partire un carico enorme: più di quattrocento persone. Ci voleva una barca più grande di quelle che avevo usato fino ad allora. Verso il 10 dicembre venne qua apposta Eftichios Zerboudakis che ripartì il giorno dopo. Ci riunimmo assieme a Ben Snoussi, un tunisino che è morto annegato nel 1998, durante un’altra operazione. Snoussi aveva la barca adatta, un ex ferry boat della Marina inglese lungo sedici metri e largo quattro. La sigla era ”F-174”. Costava 24.000 lire maltesi, circa 50.000 dollari. Decidemmo di comprarla. Anticipai i soldi. Avrei dovuto recuperarli e guadagnarne altrettanti. Per Pavlo era un affare enorme: ogni clandestino aveva pagato mediamente 6000 dollari e, togliendone anche la metà per varie spese - biglietti aerei fino ai porti, corruzione della polizia turca ed egiziana - gliene rimanevano 3000. Per quattrocento fa un milione e duecentomila dollari». Quando si tenne quel meeting ”Yiohan”, comandata da Yousuf El Hallal, aveva già cominciato a vagabondare per il Mediterraneo. Un primo tratto di quel viaggio, i clandestini l’avevano fatto a bordo di un’altra nave, la ”Hira”, che poi non era altro che la vecchia ”Irini P.” a cui era stato cambiato il nome dopo un sequestro e un rapidissimo dissequestro a Reggio Calabria. «Zerboudakis tornò a Malta il 23 dicembre portando con sé 80.000 dollari. Ci vedemmo nel pomeriggio. Dissi subito che con quel mare non avrei partecipato alla spedizione. La prese male, secondo lui non c’era problema. Dionisios Avgerinou non disse niente. Era un ingegnere navale, conosceva il mare, ma aveva paura di Zerboudakis. Ci demmo appuntamento a mezzogiorno dell’indomani. Dissi ancora no. Fu allora, penso, che Avgerinou decise di arruolare Marcel Barbara». A Malta vivono John Barbara, il fratello di Marcel, e Rita, la vedova. Raccontano che Marcel, alle sette di sera di quel 24 dicembre, era nella cucina della sua casa di Cospicua e stava preparando il tacchino. La sera, dopo cena, doveva partecipare al brindisi della vigilia, assieme alla moglie e ai tre figli. Rita dice che il marito ricevette una telefonata di Avgerinou, quel greco che vedeva spesso la sera al bar ”Salvatore”. In un primo tempo disse di no. Poi cambiò idea: «Tanto tornerò dopo poche ore, prima dell’alba». Verso le otto di sera uscì di casa. «Ci vedemmo al bar ”Carrubia” nel porto di Marsaxlokk. Entrammo a bere. Zerboudakis e io un whisky, Avgerinou un caffè, quel Marcel Barbara, che non aveva mai visto prima, una Coca cola. Era vestito in modo elegante, poco adatto a un viaggio in barca. Mi spiegò che sarebbe dovuto andare a una cena con la moglie. Gli chiesi se aveva figli. Ne aveva tre. Allora era pazzo a partire con quel mare. Rispose che gli avevano offerto più di ventimila dollari e che sarebbe stato pazzo a perdere quella opportunità. ”E poi ho esperienza di mare”, disse. Gli domandai quale. Ogni mattina puliva la spiaggia». Turab ride: «Capito? Puliva la spiaggia e questa era la sua esperienza di mare». John Barbara conferma che Marcel lavorava per una società che si occupa proprio della gestione dell’arenile e dei servizi per il turismo. Questo era lo stipendio fisso. Siccome finiva presto, lavorava anche come imbianchino e muratore per arrotondare. «Salparono. Io dovevo verificare da terra che tutto fosse tranquillo. Salii sulla mia Toyota Land Cruiser e raggiunsi il promontorio di Dalimada. In mare non c’era traccia di controlli. Il grecale tagliava la faccia. Con la radio diedi il via libera e uscirono dal golfo. Poi mi spostai a Madliena, un altro promontorio più a occidente. Anche là tutto tranquillo. Erano ormai le due di notte. Zerboudakis mi disse che c’era qualche problema: una delle tre pompe era rotta. Fu l’ultimo contatto con loro, poi la radio smise di funzionare». *** La barca maltese vagò ancora per venti ore prima di incontrare la ”Yiohan”. Zerboudakis vi salì a bordo e ne prese il comando. Ne era infatti il proprietario, molto probabilmente come prestanome di Pavlo. Trecento dei quattrocentocinquanta passeggeri, esasperati dalla lunghissima attesa, si lanciarono sulla ”F-174”. A Marsaxlokk c’è la gemella, si chiama ”Temptation”. Vi saliamo sopra. Turab misura il ponte percorrendolo a piccoli passi. «Col mare calmo su una barca come questa potevano salire anche in quattrocento, con quel mare era una follia». Una follia, con quel mare e con quella barca. I superstiti hanno raccontato che i problemi cominciarono subito dopo il trasbordo: entrava più acqua di quanta le due pompe ancora funzionanti riuscivano a buttare fuori. Si misero anche i clandestini con dei secchi. Niente, l’acqua continuava a crescere. Quelli che si trovavano nella stiva ce l’avevano alle caviglie, alle ginocchia, e gridavano. Zerboudakis diceva «no problem, no problem». Solo dopo due ore si decise a chiamare la ”Yiohan” per chiedere soccorso. La barca piccola e quella grande furono di nuovo vicine ma si scontrarono. La F-174 s’inabissò in pochi secondi mentre quelli della stiva pestavano i pugni sul portellone nel tentativo di uscire. Zerboudakis riuscì a salvarsi perché per primo afferrò una delle cime lanciate dalla ”Yiohan” e salì a bordo. «Dopo quel contatto radio alle due del mattino del 25 dicembre non li avevo più sentiti. Avevo provato per tutta la mattina del giorno di Natale. Niente. Mia moglie i figli andarono a Gozo, a casa dei suoceri, per il pranzo. Tornarono nel tardo pomeriggio. Mia moglie mi diede una bottiglia di whisky, il regalo di suo padre per me. Andammo a dormire. Alle tre del mattino squillò il telefono. Era Zerboudakis che chiamava col cellulare dalla ”Yiohan”. «Big trouble», grande guaio, disse: in trecento erano morti, erano morti anche Dionisios e il ragazzo maltese. Dovevo andare subito ad aprire la macchina di Avgerinou che era parcheggiata a Marsaxlokk. Aveva dimenticato là i suoi documenti e se la polizia li trovava eravamo fregati. Non ci andai. Bevvi tutta la bottiglia di whisky e tornai a dormire». Giovanni Maria Bellu