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 2003  ottobre 15 Mercoledì calendario

APERTURA FOGLIO DEI FOGLI 20 OTTOBRE 2003

Lo Spirito Santo soffia dove vuole (forse a sinistra),
Avanti il prossimo. Sul finire del suo pontificato, Giovanni Paolo II compie il suo ultimo atto magisteriale significativo chiamando a raccolta i cardinali che dovranno eleggere il suo successore. Il concistoro che si chiude domani originariamente era stato fissato per febbraio 2004. La fretta tradisce l’allarme della curia per le condizioni di salute del papa, che di recente ha confessato ai suoi intimi: «La Slovacchia è stata l’ultimo viaggio» (internazionale).

«Ogni papa pensa al suo successore, cercando poi di convincere della scelta i cardinali» (card. Andrzej Marie Deskur, grande amico di Wojtyla). Una volta delineatesi le linee fondamentali di un pontificato, il concistoro assume la funzione principale di orientare i cardinali che parteciperanno al conclave, affinché facciano convergere i voti su colui che meglio si avvicina al profilo di successore che ha in mente il papa in carica. Salvo sorprese. [1]

«Spiritus ubi vult spirat». Anche in Vaticano. Come venticinque anni fa, alle ore 17 e 20 di lunedì 16 ottobre 1978. Lo sconosciuto cardinale polacco Karol Wojtyla, arcivescovo di Cracovia, fu eletto papa con 99 voti su 111 all’ottavo scrutinio, il primo straniero dopo 450 anni (e il primo assoluto di origine slava). Una soluzione a sorpresa scaturita dopo un estenuante e inconcludente testa a testa tra i due candidati forti della vigilia: Giuseppe Siri, arcivescovo di Genova (su cui puntavano i tradizionalisti, decisi a una correzione di rotta dopo la stagione riformatrice di Giovanni XXIII e Paolo VI) e Giovanni Benelli, arcivescovo di Firenze (rappresentante dei progressisti, desiderosi di proseguire sulla via delle riforme). Wojtyla era comunque un outsider di vaglia (si prese una manciata di voti già nel conclave di agosto dello stesso anno, quando fu eletto Albino Luciani), come aveva intuito uno dei più grandi teologi del Novecento, il gesuita francese Henri De Lubac: «Da molto tempo, in conversazioni con amici mi era capitato di dire: ”Dopo Paolo VI il mio candidato è Wojtyla”. Discorso semiserio, semischerzoso. Del resto, aggiungevo: ”Ma non ha nessuna chance”».

Giovanni Paolo II, sentendosi vicino alla fine, accelera. La celebrazione solenne di giovedì scorso per il venticinquesimo anniversario dell’elezione ne ha crudelmente mostrato l’avanzato decadimento fisico. Pochi giorni fa il cardinale argentino Mejia ha ipotizzato che il pontefice abbia scritto una lettera (come fece Paolo VI) in cui dichiara di rinunciare in caso di piena inabilità. L’entourage ha subito replicato: «Il papa soffre molto ma non si rassegnerà e continuerà la sua missione». Wojtyla stesso sa benissimo di non avere più molto tempo a disposizione, ma per tutta risposta affida «a Cristo» la sua fragilità e infittisce l’agenda.

Un tramonto in diretta tivù. Respirando l’aria di questi giorni, c’è chi parla di situazione magmatica «tipica delle stagioni di fine impero» in cui non si sa bene chi comanda [2], chi invece garantisce che «decide ancora lui, nelle cose che contano e si impone – oggi come ieri – ai suoi collaboratori» [3] . Comunque, in evidente contrasto con il trionfalismo celebrativo che a volte assume i toni di una vera e propria ”papolatria”, Karol Wojtyla si avvia verso «un tramonto – perché di tramonto inevitabilmente si tratta – dominato dalla sua immagine sui mass media, tutt’altro che trionfalista, in netto contrasto con quella dei successi che avevano punteggiato il pontificato. Una strana sorte per il papa vecchio e malato. L’attenzione è rivolta più alla sua salute che al suo messaggio» [4].
Un trionfo di meno. Nel frattempo, nonostante uno scrittore ben introdotto – più papista del papa – si sia prodigato per perorarne la causa, nessuno nei Sacri Palazzi si è stracciato le vesti per il Nobel della pace mancato («non si dà il premio della bontà al Bambin Gesù», è la battuta fulminante del cardinal Silvestrini) [5] . Anche perché tutti, nella Chiesa e fuori, erano già concentrati sul concistoro annunciato.

Domenica 28 settembre Giovanni Paolo II ha annunciato la convocazione di un concistoro (il nono del suo pontificato) per la creazione di 31 nuovi cardinali, di cui 6 italiani e uno in pectore (cioè del quale non è stato diffuso il nome, in genere a motivo di impedimenti politico-diplomatici). Di questi, 26 parteciperanno al prossimo conclave (gli altri sono ultraottantenni e quindi non hanno più diritto di voto). Con i nuovi arrivati, il Sacro collegio consta attualmente di 195 membri; 135 di essi sono cardinali elettori (il conclave prevede un tetto massimo di 120), ma diversi di loro nei prossimi tempi supereranno gli ottant’anni.

«Nessun papa ha creato più cardinali di lui (il 94 per cento del collegio elettorale è frutto dei suoi concistori) e nessuno nella storia della Chiesa ha nominato più vescovi: sono 3.345 quelli viventi che devono a lui la nomina, sul totale dei 4.714 vescovi cattolici in carica [...]. Nessun papa in qualsiasi secolo ha inciso più profondamente sulla selezione della ”classe dirigente” della Chiesa, se il 71 per cento dell’episcopato è frutto di scelte compiute sotto il suo regno. Eppure, al record quantitativo corrisponde anche un dato sull’invecchiamento della gerarchia cattolica». [6]

Un’abbondante infornata in proiezione planetaria e terzomondiale. «L’alto numero delle nomine gli è indispensabile per tener fede all’impegno di promuovere le giovani Chiese, senza mortificare il personale di curia e le grandi diocesi del vecchio mondo. Oggi i cardinali elettori sono 135, esattamente come all’indomani del concistoro 2001. Gli europei erano allora 65 e sono oggi 66, ma in essi gli italiani (che restano comunque il gruppo nazionale più numeroso) scendono da 24 a 23. I latinoamericani passano da 27 a 24, i nordamericani da 13 a 14, gli africani erano e restano 13, Asia e Oceania insieme passano da 17 a 18». [3]

Prevalgono i liberal (e c’è pure un ”eretico”). Il Sacro collegio emerso da questo concistoro assume un’evidente connotazione liberal (ma le categorie politiche, quando si tratta di affari vaticani, vanno sempre prese con le molle). Ai nomi storici di Carlo Maria Martini, già arcivescovo di Milano, Walter Kasper, già vescovo di Stoccarda e ora ”ministro dell’ecumenismo”, Karl Lehmann, vescovo di Magonza, Godfried Danneels, arcivescovo di Bruxelles – tutti teologi di vaglia e convinti sostenitori della necessità di proseguire la via delle riforme tracciata dal Concilio Vaticano II (magari convocandone un terzo) -, si aggiungono ora quelli di Francesco Marchisano, del giapponese Stephen Fumio Hamao, ”ministro” vaticano dei migranti, del francescano spagnolo Carlos Amigo Vallejo, arcivescovo di Siviglia. Tra i neoporporati c’è anche Keith O’Brien, arcivescovo di Edimburgo, da sempre favorevole alla fine del celibato dei preti e tollerante sulle tematiche omosessuali. Il 7 ottobre scorso ha fatto una parziale retromarcia dichiarando solennemente la sua totale adesione al magistero ufficiale (salvo ribadire, in un’intervista, che per lui la questione del celibato presbiterale rimane aperta).
Stando ai soli numeri, la partita sulla futura elezione papale si dovrebbe giocare tra due blocchi, quello latinoamericano-spagnolo e quello italiano. Se il primo esprime alcune personalità di spicco (il colombiano Alfonso Lopez Trujillo, presidente del Pontificio consiglio per la famiglia, il gesuita Jorge Mario Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires, Norberto Rivera Carrera, arcivescovo di Città del Messico), il secondo, per ora, sembra lontano dal poter diventare un partito compatto o quantomeno un cartello in grado di puntare su un solo nome. [7]

Ritratti italiani. I sei nuovi cardinali italiani – tre di curia e tre ”residenziali” (titolari di diocesi) sono tutti di ottimo profilo. L’arcivescovo di Firenze, Ennio Antonelli, è un ottimo pastore d’anime che soffre il potere e ha avuto vita difficile nei palazzi vaticani: «potrebbe essere proposto in un conclave che avesse bisogno di una figura tipo Luciani (Giovanni Paolo I), cioè di un candidato totalmente estraneo all’esperienza curiale e diplomatica». Tarcisio Bertone, arcivescovo di Genova, «è un uomo affabile e serio, bravissimo nelle relazioni interpersonali; ha viaggiato per il mondo intessendo una fitta rete di rapporti». Angelo Scola, patriarca di Venezia, «teologo di professione, di grande capacità nelle pubbliche relazioni, è un ciellino della prima ora, ma la sua posizione episcopale non può essere appiattita su quella del movimento di don Giussani». «Tra i tre curiali, Francesco Marchisano è il più colto e defilato, Renato Martino il più noto e dinamico, Attilio Nicora il più efficiente e riservato». [3]

Un ferrarista in pole position. Dionigi Tettamanzi, arcivescovo di Milano, 69 anni, brianzolo di Renate, è uno dei più accreditati alla successione di Wojtyla. Negli ultimi tempi si è sottoposto a un tour de force mediatico molto intenso a base di «messaggi, articoli, interviste, lettere pastorali, in cui trovano posto citazioni di Bill Gates e Max Pezzali degli 883. [...] Beatificato on line dal sito internet della diocesi. In cui si trovano decine di pubblicazioni in cui il cardinale dice la sua su rapporti prematrimoniali, aborto, lavoro, globalizzazione, spiritualità dell’anziano, cura della sterilità e perfino su cosa deve fare la vedova cristiana». Appassionato di sport, all’ultimo Gran premio di Monza ha fatto visita al paddock distribuendo benedizioni e incoraggiando gli uomini della Ferrari. «Né di destra, né di sinistra, un centrista perfetto, in politica e nella geografia ecclesiale. Si costruisce così un papabile di successo» [8]. Tra gli altri italiani di spicco, stabili le quotazioni di Giovan Battista Re, potente prefetto della Congregazione per i vescovi. Un po’ in ribasso quelle di Camillo Ruini, cardinale vicario di Roma.

L’agenda del prossimo successore di Pietro è già definita. Sulla falsariga del simposio che ha impegnato il Sacro collegio in questi giorni, il futuro pontefice dovrà occuparsi di: collegialità (rapporto papa-vescovi) e partecipazione alla vita ecclesiale (rapporto clero-laici), vocazioni alla vita consacrata (cioè il reclutamento del clero, in forte crisi), dimensione missionaria (lotta contro la fame, la povertà ecc.), impegno per la pace (ovvero analisi della situazione internazionale), rapporto con le altre religioni (che politicamente si traduce soprattutto nello studio della questione islamica e del conflitto arabo-israeliano) e con le altre Chiese cristiane.

«Ut unum sint». Di tutti i temi sul tappeto - il meno appariscente secondo una logica mondana, ma forse il più decisivo per le sorti della Chiesa cattolica- è quello dell’ecumenismo, l’unico lascito consistente, in termini teologici, di un papato «di grande segno e incerto destino, alla pari di tutti i pontificati segnati più dal messaggio che dal governo e che non producono riforme» [9]. Nell’enciclica Ut unum sint del 1995, infatti, il vescovo di Roma ha chiesto ai cristiani delle altre Chiese di aiutarlo a rivedere le forme di esercizio del primato petrino – una questione che, tra l’altro, può avere contraccolpi geopolitici notevolissimi.

«Primus inter pares». In appendice, anche un tema scabroso di evidente attualità: «Fra i vescovi che hanno esercitato fino a 75 anni precisi la stessa paternità sacramentale di cui gode il papa e che vi hanno rinunziato per il bene delle loro chiese, non mancano parole severe per ricordare che il prossimo papa non potrà evadere questa norma che egli chiede a tutti di rispettare» [10]. Forse per questo il cardinale Danneels, prima di arrivare a Roma, ha lanciato «un ballon d’essai destinato a suscitare ripercussioni nelle conversazioni a quattr’occhi: i futuri papi, ha detto, non saranno più a vita, ma ”potranno rimettere il loro mandato, quando lo riterranno opportuno”» (senza contare il suo progetto di una curia romana declericalizzata in cui abbiano compiti direttivi anche le donne). [11]

Papabili e papere. «Chi entra papa a un conclave, esce cardinale». Una sentenza proverbiale che nasce dalla storia secolare dei conclavi, in cui la sorpresa è di norma (unica eccezione, negli ultimi tempi, l’elezione di Pio XII, quell’Eugenio Pacelli che, secondo il popolino romano, «aveva studiato da papa»). Il rischio di sbagliare previsioni è elevatissimo, tant’è vero che le rose di candidati che compaiono sui giornali sono sempre abbastanza ampie da evitare sviste madornali.

Kingmaker e grandi elettori. Nel caso di Wojtyla fu Franz Koenig, arcivescovo di Vienna, a coalizzare il blocco dei cardinali tedeschi sul nome del cardinale polacco. Nel prossimo conclave il ruolo di kingmaker se lo giocano l’arcivescovo di Parigi, il settantaseienne Jean-Marie Lustiger, l’ucraino Lubomyr Husar, 70 anni, uno dei più impegnati nell’ecumenismo, e il cardinale Martini. Cristoph Schoenborn, arcivescovo di Vienna, teologo di 58 anni, uno dei pochissimi porporati invitato nelle più prestigiose università islamiche, è un nome sul quale diverse correnti potrebbero ritrovarsi. Nel ruolo di grandi elettori spiccano i neo-cardinali italiani Martino, Bertone, Scola.

Un americano a Roma? Se volesse spiazzare tutti, si potrebbe azzardare che lo Spirito Santo nel prossimo conclave sceglierà «un papa americano – degli Stati Uniti, intendo. Certo, la chiesa cattolica non è mai stata così debole e screditata negli Usa, ma un papa giovane forte integerrimo e per così dire ”antiamericano” scelto nel clero americano, che emulasse (mutato quasi tutto, lo so) il ruolo del papa polacco nei confronti dell’impero comunista, sarebbe un vero colpo di scena. So anche che la Provvidenza non segue disegni umani, essendo il nome che i credenti danno all’eterogenesi dei fini, cioè alla deviazione e allo scacco cui sono destinate le nostre intenzioni». [12]

Un parroco smarrito. Esaurite le analisi e i pronostici di rito, resta chiaro che «non sarà facile scegliere il successore. Dopo un papa di tal fatta, che sembra un imperatore ritagliato nella pietra medievale di una cattedrale, il cardinale su cui si fermerà lo Spirito Santo rischierà di apparire un parroco smarrito in un’umanità con poco o punto tempo per pregare o pensare all’aldilà» [13].