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 2003  ottobre 10 Venerdì calendario

Fare la madre di sinistra che lavora non è un pranzo di gala, diario, 10/10/2003 La consapevolezza di essere una schifezza a 360 gradi: ecco quello che frega la madre lavoratrice di sinistra

Fare la madre di sinistra che lavora non è un pranzo di gala, diario, 10/10/2003 La consapevolezza di essere una schifezza a 360 gradi: ecco quello che frega la madre lavoratrice di sinistra. La madre di sinistra, memore degli anni d’oro della pedagogia e dei servizi sociali, fin dalla più tenera età del figlio frequenta con masochistico entusiasmo i centri comunali (dove ci sono) in cui può confrontarsi con altre madri e con educatrici specializzate, per scoprire di essere un mostro. In questi luoghi pieni di tappeti colorati e morbidi cuscini si imbatte nella vera madre italiana, sotto forma di diversi tipi. C’è la madre di sinistra che non lavora. La madre che se ne frega della politica e non lavora. La madre cattolica che non lavora. Pochissime altre madri che lavorano e che si riconoscono perché guardano compulsivamente l’orologio e spesso si incantano a fissare il vuoto. La più perniciosa, ai fini del complesso d’inferiorità, è la madre di sinistra che non lavora, perché nei suoi confronti non funziona il meccanismo di autodifesa che consiste nel pensare che sia solo una rimbambita tradizionalista angiola del focolare. La madre di sinistra che non lavora fa dei bellissimi giochi creativi con i suoi bambini e non perde mai la pazienza perché ha letto e introiettato tutti i libri di Marcello Bernardi e di Françoise Dolto. Anche la madre di sinistra che lavora li ha letti, però un po’ di fretta saltando le pagine e nei momenti di stanchezza tutte quelle teorie libertarie e permissive le sembrano una stronzata faticosissima da seguire, quindi è capace di cacciare delle urla disumane e di far volare sganassoni, di cui si pente in senso non solo umano ma politico. La madre cattolica che non lavora è un altro elemento pessimo con cui confrontarsi. Si parla qui della madre cattolica con un numero di figli che va da uno a quattro. Sopra i quattro figli la madre cattolica ha uno sguardo mistico, e dunque la sua maternità evidentemente è una deviazione mentale e questo la pone al di là di ogni competizione. Alla madre di sinistra che lavora restano poche consolazioni, per esempio si consola quando sente la madre cattolica con uno-tre figli sbraitare come una pazza, e allora le piace sognare che quella madre sotto sotto detesti i suoi figli, perché è costretta a stare tutto il giorno in casa con quei rompicoglioni. A ogni modo questa è una madre capace di organizzare feste di compleanno in casa e di gonfiare lei i palloncini, a uno a uno. Ed è anche capace di fare una ciambella o una torta margherita ogni mattina, per non parlare del fatto che sicuramente non le è mai capitato di spalancare la porta del frigo alle otto di sera e di rendersi conto con orrore che è vuoto. Poi arriva il momento dell’asilo nido. Alla mamma di sinistra che lavora l’idea piace molto, perché è un posto dove si socializza, il che è un’attività tipica di sinistra. Ma al nido comunale è quasi impossibile trovare posto: in lista davanti a lei, con un sacco di punteggio, ci sono madri abbandonate, disoccupati, tossicodipendenti, redditi bassi, nonne paralizzate. Quindi la madre di sinistra che lavora è lacerata: da una parte ha il suo tipico e subliminale senso di colpa per non essere svantaggiata nella scala sociale. Dall’altra parte prova un disdicevote astio nei confronti di quei maledetti che le hanno fregato il posto, anche perché mica gliel’aveva detto il dottore di fare i tossicodipendenti e di guadagnare poco. Nei confronti dei nidi privati la madre di sinistra ha un’atavica repulsione, e quindi non le resta che ricorrere a una baby sitter. Solo il firmare lettere di protesta contro il Comune la fa sentire meglio, specie se il Comune è amministrato da Forza Italia. Finalmente arriva l’iscrizione alla scuola materna. Tutte le mattine la madre di sinistra che lavora inforca la bicicletta, perché lei è responsabile e non vuole né inquinare né aggravare la situazione del traffico. Non la ferma neanche l’arrivo del secondo figlio e infatti la si vede barcollare pericolosamente sulla carreggiata, mentre la bici ondeggia sotto il peso di due seggiolini, uno davanti e uno dietro. Il bambino dietro si lamenta perché lo zaino della mamma gli arriva sulla faccia; quello davanti piagnucola perché ha freddo. Lei si fa forza pensando che la rivoluzione non è un pranzo di gala. Lo spettacolo è così patetico che neppure gli automobilisti hanno il cuore di strombazzare per far sì che la madre di sinistra si levi dai piedi. Entrambi i bambini tutte le mattine pregano che mamma si senta male, e che li accompagni a scuola un parente privo di coscienza ecologica, in modo che li lasci davanti al portone dopo aver parcheggiato in terza fila. Solo la nascita di un terzo figlio esonera psicologicamente la madre dall’uso della bici, salvo che il primogenito non sia già in grado di pedalare per i fatti suoi. Anche alla scuola materna la madre di sinistra che lavora soffre di sensi di colpa. Intanto perché appena il bidello apre il cancello, cioè poco dopo l’alba, lei schiaffa dentro il piccolo e corre via. La maggioranza delle altre madri arriva verso le 9.30, con passo calmo accompagna il bimbo dalla maestra e dopo va al bar a bere un cappuccino in compagnia. La madre di sinistra che lavora vorrebbe sgozzare quelle che bevono il cappuccino, anche perché ha la sensazione che la maestra le preferisca. Alcune volte è costretta, a causa di una riunione di lavoro - sembra lo facciano apposta a farle tutte dopo le 16 - a lasciare il/i piccolo/i fino all’orario dell’uscita serale, l’ultima possibile prima che intervengano il Telefono azzurro e le assistenti sociali per abbandono di minore. Quando lo va a prendere è buio, un buio malinconico, e lei si sente un verme perché il/i poveretto/i è stato costretto a un pomeriggio dickensiano. Viceversa capita che dalla scuola materna chiamino per avvertire che il bambino sta male, allora lei corre come una pazza mollando il lavoro a metà, e dopo si sente un verme con i colleghi. Alcune volte, pur di non dover affrontare gli sguardi colpevolizzatori dei vicini di scrivania (nei cui occhi si accende la luce «lemadritantovalechestianoacasa») invece che dire che va dal pediatra per la duecentesima volta - sti accidenti ne hanno sempre una - si inventa altri impegni personali. Sente che se dicesse che va dall’estetista godrebbe di maggiore prestigio. Più avanti arriva il momento della scuola vera e propria, molto emozionante perché ha una concezione sacrale dell’istruzione, arma di riscatto delle masse. Le maestre la trovano di loro gradimento, perché dopo il colloquio quadrimestrale è disposta - nel santo ricordo del maestro Alberto Manzi - a tornare a casa e a minacciare di morte il figlio che si dimentica gli apostrofi. Questo la pone in opposizione con altre madri prive di analoga volontà di riscatto. Viceversa stringe un rapporto complottardo con le madri che hanno chiesto l’esonero dall’ora di religione: si scambiano telefonate carbonare dopo aver interrogato i figli con metodi da Gestapo, a proposito dell’inopinata comparsa di Gesù Bambino su un quaderno. Nel frattempo la madre di sinistra porta avanti la sua battaglia per un mondo migliore. Sapendo quante risorse si consumino per allevare una mucca, risorse sottratte al Terzo Mondo, si accosta al banco biologico-vegetariano e acquista dello spezzatino di soia non geneticamente modificata. I colleghi single le hanno giurato che è delizioso, indistinguibile dalla carne, basta condirlo per bene. La madre lavoratrice di sinistra si alza alle sei del mattino per mettere a mollo i bocconcini e cucinarli di nascosto, prima che gli altri si alzino. Siccome è un po’ socialdemocratica, per prudenza mischia alla soia alcuni bocconcini di vitello, e poi va a lavorare soddisfatta di se stessa e appagata dal punto di vista ideologico. La sera a tavola il figlio estrae con geometrica precisione i pezzetti di soia e annuncia gelidamente: la mamma ha tentato di fregarci. Dopo un paio di tentativi andati a vuoto, la madre di sinistra si rompe le palle, corre al super e compra degli hamburger di manzo. Per autoassolversi pensa all’effetto benefico che ciò avrà sul livello occupazionale dei boscaioli dell’Amazzonia. In preda all’abbruttimento, decide di toccare il fondo e compra la besciamella in cartone senza neanche guardare se sia stata prodotta dalla Nestlé. Nel frattempo si verificano alcuni fatti inquietanti, che la convincono sempre di più di essere incapace di assolvere i compiti che lei stessa si era imposta. A causa di una sede di sciagurati equivoci, né la babysitter, né la nonna, né un’amica cui le pareva di essersi raccomandata ritirano il figlio da scuola. Alle cinque meno cinque squilla il telefono sulla scrivania della madre lavoratrice, e una voce seccata le annuncia che il bambino è lì in lacrime, mentre a scuola stanno spegnendo le luci. Lei si scaraventa a prenderlo, rosa da un orribile rimorso, e intanto si augura che non siano stati avvertiti i carabinieri. Giura che non lo farà mai più, ma sente che l’onta è incancellabile. Anche sul piano educativo il ferimento incombe. Una sera la madre lavoratrice di sinistra sta guardando il telegiornale. Il figlio maggiore non batte ciglio davanti a una colonna di profughi macilenti, poi scoppia in singhiozzi perché la Borsa è scesa e lui teme per i soldi che gli ha dato la nonna. La madre se la prende con quella piccolo-borghese che gli ha inculcato il senso del denaro, e medita di licenziarsi per recuperare il terreno perduto. Marina Morpurgo