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 2003  ottobre 15 Mercoledì calendario

Cossiga: «Dopo Ciampi, è Prodi la persona che capisce meno di politica», Chi, 15/10/2003 L’occasione dell’incontro è l’uscita del suo ultimo libro, Per carità di patria (a cura di Pasquale Chessa, Mondadori), sugli ultimi dodici anni, dal 1992 al 2003, della storia e della politica italiane

Cossiga: «Dopo Ciampi, è Prodi la persona che capisce meno di politica», Chi, 15/10/2003 L’occasione dell’incontro è l’uscita del suo ultimo libro, Per carità di patria (a cura di Pasquale Chessa, Mondadori), sugli ultimi dodici anni, dal 1992 al 2003, della storia e della politica italiane. Presidente, contrariamente a quanti dicono che l’8 settembre la patria sia morta, il suo libro presuppone che la patria ce l’abbiamo... «La patria noi l’abbiamo, semmai non abbiamo il senso unitario e condiviso del concetto di patria. è un male che ci portiamo dentro dal Risorgimento per diversi motivi: per la rottura fra cattolici e laici; per l’unità fatta attraverso la diplomazia e le armi; per la manipolazione della storia della conquista del Sud. Giolitti si era messo su una strada costruttiva, ma poi è venuta la guerra che ha ulteriormente diviso gli italiani tra neutralisti e interventisti; è venuto il fascismo che ha diviso gli italiani fra buoni e cattivi; è arrivata la ”morte della patria” con l’8 settembre. In seguito c’è stata l’ulteriore manipolazione storica che ci ha messo fra i vincitori della guerra». Lei si considera un padre della patria? «No. Io mi considero un patriota repubblicano. Vi è un’unica persona che può essere considerata se non il padre della patria, il padre dello stato democratico, ed è Alcide De Gasperi». Lei quale ruolo ha svolto allora per l’Italia? «Sono stato un buon alto funzionario dello Stato». Un po’ riduttivo per uno che ha ricoperto la carica di capo dello Stato... «Ma no! Vede, io ho sempre abitato in questa casa nel quartiere Prati. Agli autisti la mattina non dicevo: andiamo al Palazzo. Dicevo: andiamo in ufficio. Al Quirinale ci andavo e ci restavo a dormire per qualche giorno solo quando dovevo ricevere gli ospiti stranieri o quando la famiglia era via per le vacanze. Era triste stare lì». Davvero? «Sì. Il Quirinale è uno dei palazzi più oppressivi e depressivi di Roma. Credo che su di esso gravi ancora la maledizione che don Bosco lanciò contri i piemontesi che da lì cacciarono il Papa. Tanto è vero che i Savoia ne temevano la jella e gli unici due che vi abitarono stabilmente fecero una brutta fine: re Umberto I finì ucciso a Monza e l’altro, Umberto II, durò pochissimo e ne fu cacciato quasi subito». E lei, sapendo questo, non ebbe timori quando accettò la nomina di capo dello Stato? «Ma sa, la vanità dell’essere umano...Ma lì ho sofferto una grande solitudine. Oggi sconsiglierei a chi non ha una forza politica alle spalle di accettare quel mandato. Il più grande, doloroso isolamento lo sentii infatti quando la Dc mi ripudiò». Ricorda il suo repentino cambiamento da presidente ”normale” a quello che alcuni definirono il ”pazzo furioso”? «Sì, fu dopo un convegno alla Fiera di Roma in cui avevo sentito tali e tante sciocchezze che capii che non c’era via di scampo. Chiamai Ludovico Ortona e indissi una conferenza stampa. Cominciò da lì la mia seconda ”vita”». Perché lo fece. Può dircelo oggi? «Volevo tentare di fare il presidente ispirandomi a Einaudi che fu il primo a dare un’interpretazione presidenzialista alla Costituzione. Non me lo permisero. Curioso che in seguito assolutamente presidenzialista nei fatti sia stato Oscar Luigi Scalfaro, lo stesso uomo che, quando mandai il mio messaggio alle Camere per la riforma dello Stato, si alzò in piedi e gridò: «Viva il Parlamento!». è ancor più curioso che il più presidenzialista di tutti sia l’attuale presidente della Repubblica». A suo giudizio, qual è la persona che sta operando bene per la patria adesso? «Nessuna. Tutti ci stiamo comportando mediocremente. Mediocremente Berlusconi, mediocremente Carlo Azeglio Ciampi che, non essendo un politico, sta facendo anche troppo. Anzi, se fosse un politico direi di più, direi che sta facendo malamente. Nessuno lo sa, ma dietro la sua apparente affabilità è un uomo dal pessimo carattere, un uomo di totale freddezza, scostante anche nei confronti del personale e dei suoi collaboratori più vicini. Il presidente che al Quirinale ricordano ancora come il più cortese, corretto e gentile verso tutti, devo dirlo, è Scalfaro». [...] Non si è mai pentito di qualcuna delle sue micidiali stilettate verbali? «No, e lo sa perché? Perché le battute che sparavo erano in realtà meditate. Alcune le ”provavo” in anticipo con i miei collaboratori. Loro si allarmavano solo quando smettevo di parlare, quando diventavo freddo. Come tutti i sardi, quandi sto in silenzio, allora sì divento terribile». Qual è stata la cosa che l’ha fatta davvero adirare di più? «Quando mi hanno accusato di aver agevolato la fuga di Marco Donat Cattin, di aver aiutato un terrorista perché figlio di un Dc». Che ad accusarlo fosse suo cugino, Enrico Berlinguer, contribuì ad accrescere la sua ira? «La grandezza oscura del comunismo è questa: il comunista vero non deve avere né padre, né madre, né fratelli. Mi offese profondamente che avesse esposto me e la mia famiglia a pericoli veri e reali. Quello fu il periodo peggiore della mia vita». [...] Curioso che lei sia stato il primo a portarli poi al governo, i comunisti... «E questo mi ha divertito tanto... Dal punto di vista politico è forse la cosa migliore che abbia fatto in vita mia». [...] Fra i ”sinistri” chi porterebbe al governo se potesse ancora farlo? «Tra Prodi e D’Alema mi fido molto più di D’Alema. Dopo Ciampi, è Prodi la persona che meno capisce di politica, ma è uno degli uomini più furbi che conosca. Allevato con me in sacrestia, dice le bugie meglio di Berlusconi. Non dico che siano bugiardi, mi intende, dico solo che dicono bugie. Se si presenteranno in futuro da un lato il Polo delle libertà, dall’altro il pasticcio prodiano, mi sa che voterò per Rifondazione, non perché ”rifondarolo” ma tanto per essere fedele a una tradizione storica». [...] Fare politica era nel suo dna? «[...] Mi sono sempre considerato uno buono per scrivere manuali. I manuali per la tutela del segreto li ho scritti io. Non ho la fantasia del politico, in me c’è il rigore, la precisione, la freddezza del grande funzionario». [...] Della sua famiglia si sa pochissimo. Sua moglie Giuseppa Sigurani non è mai comparsa al suo fianco. Perché? «E questo è il dolore. Non si sa, perché non si deve sapere. Abbiamo voluto che non si sapesse, ma questo silenzio nasconde un gran dolore». [...] Ma da ragazzo ha avuto degli amori? O già allora era un solitario? «Da ragazzo sì, li ho avuti. Una si chiamava Lisa, era sarda, più giovane di me. Io non ero farfallone, non le facevo la corte. Le chiesi semplicemente e formalmente di sposarmi. Lei mi rifiutò. Ha sposato poi un mio caro amico. Adesso è nonna felice di otto nipoti». In seguito, nella sua maturità, c’è stato qualche amore? «No, assolutamente. Io ho fatto il presidente della Repubblica», e ride. Ma quella tale ragazza irlandese... «è una cosa che è stata fraintesa. Io sono innamorato dell’Irlanda, fra poco, infatti, parto per la stagione teatrale. Se io passo per Dublino la gente mi riconosce e in molti pub espongono la mia foto». Come bevitore di whisky o come presidente? «Come bevitore di birra...», scherza. Torniamo all’irlandese... «Ebbene, un giorno che ero in un pub, entrano un padre vestito in tweed e questa ragazzina che avrà avuto sedici anni. Mi colpì perché aveva tutto delle ragazze di buona famiglia irlandese: il portamento severo, lo sguardo severo, il comportamento composto, aveva gli occhi celesti e piccole efelidi sul viso. Mi colpì davvero, tanto che stavo per alzarmi per chiedere al padre se la potevo fotografare. Poi non l’ho fatto». E che ha fatto? «Tornato a casa mi sono messo a scrivere un abbozzo di novella intitolata La ragazza irlandese». E non l’ha più rivista? «Due anni dopo in un famoso caffè di Dublino a Grafton street entro e la vedo. Ma era cambiata, adesso era una donna» [...]. Lei si era innamorato? «Vede l’innamoramento è diverso dall’amore. è una nevrosi che altera la percezione dei valori. Un mio amico psichiatra mi ha spiegato che dall’innamoramento si guarisce spontaneamente nell’arco di un anno e mezzo, al massimo. Se si va da un buon medico e si prendono le medicine giuste, in sei mesi si torna alla normalità». Ma lei ci è caduto in questa nevrosi? «Tre volte in tutta la vita». E poi mai più? «Mai più. Come dice il mio direttore spirituale che è irlandese, io ero riuscito a fare in me il deserto dei sentimenti». E come mai la si vede spesso circondato da donne bellissime? «Ho moltissime amiche che mi conoscono. A una di queste ho detto: ”mettiti in testa che non c’è trippa per gatti, tanto meno per gatte”». Lei che è credente pensa che un giorno, lontanissimo speriamo, andrà in Paradiso o all’Inferno? «Non posso essere certo di niente, non fosse altro perché essere certi della propria salvezza è un errore dogmatico condannato dal Concilio di Trento. Ho la speranza di salvarmi. Se mi salvo, non mi salvo per i miei meriti, questo è sicuro». Flora Lepore