Brunella Giovara La Stampa, 10/10/2003, 10 ottobre 2003
A Gallarate la «provocazione metafisica» di Fini non è piaciuta, La Stampa, 10/10/2003 Ecco, guardi adesso
A Gallarate la «provocazione metafisica» di Fini non è piaciuta, La Stampa, 10/10/2003 Ecco, guardi adesso. Lo vede?». Affacciato alla porta si vede un uomo che parla al telefonino. «Eh, è un marocchino! Guardi, guardi bene... Non le fa paura? Io sono terrorizzata». Quell’uomo sembra innocuo, ma questa donna che sbircia dalle tende della sua villetta monofamiliare è veramente terrorizzata. Non è una paranoica, «ma per via della moschea mi è quasi venuto l’esaurimento nervoso», spiega asciugandosi le molte lacrime, e intanto accarezza la tovaglia di pizzo, come se qualcuno stesse per portargliela via. Non faccia così, signora... «Piango perché mi sento abbandonata da tutti, sono sei anni che combatto contro i marocchini e niente, sono sempre lì. Doveva venire di venerdì, così sentiva le loro litanie. Un incubo! Secondo me inneggiano alla jihad, ma non ne ho le prove...». Mariangela Badà, casalinga e pittrice per hobby, piange spesso, ultimamente. Perché si sente «tradita dai politici e dagli amministratori», si sente «schiava», pure, «in casa mia, dove sono nata». Cioè Gallarate, frazione Cedrate, via Peschiera. Duecento metri di strada, quattro villette da una parte e quattro dall’altra, e i relativi giardinetti molto ben pettinati. In mezzo, l’ex fabbrica di tendaggi diventata moschea. Un casone giallo un po’ sbrecciato, piantato in una zona che un tempo era tutta villette e tessiture e ricamifici, e ora si sente «periferia abbandonata in mano a loro», spiega in due parole il marito di Mariangela, Aldo Macchi. «Loro» sarebbero il centro islamico dall’altra parte della strada, affittato sei anni fa ad un gruppetto di islamici che l’hanno trasformato in una delle moschee più famose, non fosse che per l’inchiesta della procura di Milano che ci ha arrestato persino l’imam, qualche mese fa. Il ministero dell’Interno la considera una delle roccaforti italiane dell’Islam militante e rivoluzionario. La signora Mariangela, più modestamente, un posto «non in regola con le norme di sicurezza, quindi abusivo, da sgomberare subito» oltre che un luogo «inquietante, che mi fa paura di giorno e di notte». Perciò l’altra sera, ascoltando il solito tiggì, «mi è venuto un nodo alla gola quando ho sentito Fini, e dico Fini..., dichiarare che lui gli darebbe il voto, agli stranieri. Ma venga qua lui, ad abitare in via Peschiera!», e così parlando la Mariangela dimostra alla perfezione la tesi del vicesindaco di Gallarate, Paolo Caravatti (di Alleanza nazionale), a proposito della «provocazione metafisica» (parole sue) del leader del suo partito: «Fini ha voluto aprire un dibattito, è chiaro. Ma poi tutto va calato nella realtà locale. Mi spiego: ci vogliono dei paletti precisi: diamogli il diritto di voto, ma a patto che si integrino perfettamente con la nostra cultura e le nostre tradizioni, e che imparino a rispettare le nostre leggi». E «per carità, non mi definisca leghista, se le parlo di cultura e radici! Anzi, a me il razzismo della Lega proprio non mi piace, e le parlo da vicesindaco di una città isolata in un territorio interamente leghista». In effetti, Cassano Magnago - paese natale di Umberto Bossi - è lontano appena un chilometro. Varese (città natale della Lega Nord), è vicinissima, e qui «siamo circondati da leghisti. Busto Arsizio, ad esempio... e moltissimi paesini intorno. Leghisti e spesso razzisti. Noi no, ma la storia della moschea deve essere definita una volta per tutte». Così parla anche il sindaco Mucci (Forza Italia), che promette «a brevissimo una soluzione definitiva, mi creda», ma intanto le vicissitudini e i mal di pancia di via Peschiera insegnano che basta poco, pochissimo, e una strada, un quartiere, una città si ribella fieramente allo straniero - chiunque sia -, ne invoca l’allontanamento «immediato», perde la fiducia negli amministratori e, talvolta, si ammala di esaurimento nervoso. Se poi gli si chiede un parere sul voto agli immigrati, si levano alti lamenti, e si rischia anche il pestaggio da parte di chi, così vicino al problema, non vuole sentir parlare di convivenza e tolleranza e «baggianate simili». «Io sono solo arrabbiata, e le spiego perché», racconta una donna elegante affacciata al cancello. «L’atteggiamento dei marocchini è arrogante, e a nessuno fa piacere avere dei dirimpettai che ti trattano come una serva, giusto?», fa la signora Francesca, che vive nella casa vicina a quella dei Macchi. «Ecco, mi sento trattata come una serva, visto che non mi rivolgono la parola in quanto donna. Non sono femminista, io, ma qui sono padrona, e se hanno qualcosa da dire me la devono dire in faccia. E poi sono tanti: trecento persone che frequentano abitualmente la moschea e arrivano sulle loro trecento macchine, che parcheggiano in questa stradina così piccola, come vede, e noi non possiamo più parcheggiare le nostre. Fanno le loro messe con l’altoparlante a tutto volume e dire che disturbano è poco. Io, il muezzin ce l’ho in casa, praticamente». «Disturbano e sporcano. Sono sporchi, infatti mio nipote che va a scuola con uno dei loro bambini mi è tornato a casa con i pidocchi», racconta la signora Anna, due numeri civici più in là. Forse sono poveri, forse vivono in case malsane e vecchie... «ma la faccia se la laveranno anche loro, diavolo!», esplode Giovanni G., pensionato che vive nella sua villetta all’inizio della via Peschiera. «Quella non è solo moschea, ma fa anche da asilo, infatti ci portano i bambini sul pulmino, a studiare il Corano. Li ho visti io con i miei occhi, e ci vedo bene, io». Alle tre del pomeriggio la strada è deserta, la porta della moschea socchiusa, un gran silenzio, forse il terribile muezzin sta riposando. «Qui ci riparavano le loro macchine, proprio qui in mezzo alla strada. Poi sono venuti i vigili e hanno smesso», fa il signor Macchi, che il quotidiano locale ”La Prealpina” ha prontamente battezzato «l’alfiere che combatte da solo i mori». «Non sono razzista, certo. Ma intanto non sono padrone in casa mia». Lei vota per la Lega, signor Macchi? «Diciamo che son simpatizzante, non attivista. Ma intanto la Lega è l’unica che è venuta a vedere le nostre condizioni di vita. Qua il venerdì ci sono le persone che pregano per strada, sa? Qua portano quintali di farina, per farci non si sa che cosa». Il pane? «Mah». La farina è locale, questo è certo. Nella macelleria di Cedrate, «un tempo del Broggini», oggi c’è una macelleria islamica, che però vende farina made in Gallarate, come sta scritto sui sacchi esposti in vetrina. Ma «la carne chissà da dove viene», sospetta il pensionato Giovanni. Non carne di manzo, «ma bestie strane, forse capretti, ma a quintali e quintali... Cosa se ne fanno di quei capretti, va’ a saperlo». La sciura Anna, che vive in fondo alla strada, racconta che a lei ne hanno fatte di tutti i colori, «compreso il chiamarmi cicciona. E io allora gli ho detto ”non mi mantieni mica tu!” a quello lì che mi insultava». E perché la insultava? «Avevo criticato il fatto che mi parcheggiassero davanti al cancello. Lui mi ha mandato affan... non dico la parola ma lei mi capisce. In italiano, sicuro. Le parolacce le hanno imparate subito». «Io ho paura per mia figlia di 14 anni, confesso», fa la Francesca. «Le ho detto ”quando esci tieni gli occhi bassi, non parlare, non guardarli”. Ma dico io: se vado in Egitto devo rispettare le loro regole, perché loro le nostre non le rispettano?». Ad esempio «le norme di sicurezza. Non hanno l’agibilità, non hanno i permessi dei vigili e dell’Asl. Sono illegali ma nessuno fa niente», dice «l’alfiere» Macchi. «A me intanto hanno tagliato quattro gomme all’utilitaria, e meno male che avevo in garage le altre due macchine, le più belle. Mi hanno anche minacciato. ”Attento sennò ti tiriamo sotto con la macchina”. è vita questa?». Al bar vicino alla chiesa, il titolare Luca giura che lui, agli stranieri, il voto glielo darebbe, «sempre che si comportino bene. A me non danno fastidio, ma a quelli di via Peschiera sì. Gli islamici vengono da me a comprare le sigarette, e pagano sempre, chiaro. E io li vedo: certi hanno le mani sporche di grasso, e allora significa che sono lavoratori, qui nelle fabbriche. Certi invece hanno le mani belle pulite, quindi sono gente che non lavora, che fa chissà che cosa. Una cosa è certa: a me il Comune non lascerebbe fare quello che ha lasciato fare a loro. Bagni nuovi, tutti abusivi, e altre cose che non so di sicuro, ma non in regola. Io per aprire una porta devo aspettare degli anni, e pagare fior di soldi. Loro fanno quello che vogliono. Perché?». «Sono tutti d’accordo...», suggeriscono gli «assediati» di via Peschiera. Tutti chi? Il Comune, Fini? «Anche Fini, chi se lo sarebbe mai aspettato, da Fini», singhiozza la Mariangela Badà nel suo tinello di Cedrate, frazione di Gallarate. Brunella Giovara