Maurizio Cabona il Giornale, 30/09/2003, 30 settembre 2003
Kazan, esule greco e delatore, tormentato dalla libido e dai moralisti chic/2, il Giornale, 30/09/2003 Elia Kazan, nato Kazanjoglou, è morto l’altra notte a 94 anni
Kazan, esule greco e delatore, tormentato dalla libido e dai moralisti chic/2, il Giornale, 30/09/2003 Elia Kazan, nato Kazanjoglou, è morto l’altra notte a 94 anni. Il suo cinema gli sopravvivrà, ed è giusto; ingiusto è che gli sopravviva anche per il «caso Kazan». Infatti il mondo mediatico evacua sistematicamente l’attualità, ma rumina continuamente certi fatti e certi film del passato. Nel suo caso, la cinematografia non alimenta solo una necrofilia che nel pubblico è reale quanto inconsapevole (auto, scarpe o orologi si vendono meglio se i testimonial sono i defunti Humphrey Bogart e Audrey Hepburn, Steve McQueen e Marilyn Monroe). C’è anche la vacuità del cinema di oggi a consentire che si perpetui la densità del cinema di ieri, anche se coloro che scrivono in morte di Kazan, per età non hanno visto i suoi film al cinema e per pubblicità non li hanno visti nemmeno in tv: infatti sono in bianco e nero e abbattono gli ascolti. Dunque, gran parte del teatro e del cinema di Kazan dal 1947 - quando fonda a New York con Lee Strasberg, l’Actor’s Studio - al 1957 (Mare d’erba, Boomerang, Barriera invisibile, Pinky, Bandiera gialla, Viva Zapata!, Salto mortale, Fronte del porto e Un volto nella folla) non è ricordato per il successo di critica e per gli Oscar andati ai produttori, agli attori e ai tecnici, cioè per la straordinaria bravura di un regista capace di imporre gli altri, ma per la straordinaria sfortuna di un uomo tenuto a deporre sugli altri. Si sostiene tuttora che li avrebbe rovinati. Se però non deponesse davanti alla Commissione per le attività antiamericane, Kazan rovinerebbe se stesso come reo di oltraggio alla corte, colpa particolamente grave negli Stati Uniti: per restare a un grande regista, è la condanna per oltraggio alla corte a tenere tuttora il vincitore dell’ultima Palma d’oro a Cannes col Pianista, Roman Polanski, sotto minaccia di arresto, ben più che l’accusa originaria di sodomia su una minorenne (di allora, oggi in età). Iscritto al Partito comunista nel 1934, nel 1952 della guerra di Corea Kazan tenta di salvare se stesso senza rovinare gli altri, rimasti caparbi comunisti: fa due nomi di artisti morti, tre di artisti esuli già noti come comunisti e tre di artisti in attività (dopo averli avvertiti). Non si comporta da eroe, ma è entrato nel mondo del teatro e del cinema, non in un ordine guerriero e nemmeno nei pompieri di Cernobil o di Manhattan. Non è un buon «compagno», né un gentiluomo? Ma è all’apice della carriera e non vuole spezzarla solo per chi l’ha indotto alle dimissioni dal partito nel 1936, dopo un processo di cellula particolarmente umiliante per un regista, che è qualcuno dalla personalità necessariamente forte. Al momento della consegna dell’Oscar alla carriera, nel 1999, si scatena la canea. Nella scia di Rod Steiger, comprimario di Fronte del porto, intervengono contro Kazan Ed Harris, Carl Reiner, Richard Dreyfuss e - con qualche ragione in più visto che era uno dei «dieci di Hollywood» messi al bando come comunista - Abraham Polonsky. Difende Kazan un altro suo attore di fiducia, Karl Malden, che per Fronte del porto ha avuto l’Oscar come non protagonista. Dice la sua, senza ridere, anche Roberto Benigni: «Kazan è un regista straordinario, ma non so come reagirò quando lo vedrò fisicamente. Difficile separare il suo lavoro da ciò che ha fatto. Dante l’avrebbe messo nella cerchia più bassa dell’Inferno». Davanti al «parossismo moralistico di coloro che reclamano un previo atto di contrizione» da Kazan, il liberal Arthur Schlesinger - collaboratore e biografo di Kennedy - chiede: «Costoro l’avrebbero stigmatizzato egualmente se per ipotesi, dopo essersi affiliato al Bund tedesco-americano, Kazan avesse denunciato dei criptonazisti?». Non ottiene risposta, perché a Kazan non si rimprovera di essere un delatore, ma un delatore ai danni di un Pc. E si noti che questo rigurgito di anti-anticomunismo viene importato in Italia da quasi tutta la stampa e da quasi tutte le tv sulla scia del radicalismo chic, non del postcomunismo pop, perché Fronte del porto - l’apologia della delazione, che vale a Kazan l’Oscar come miglior regista - è uscito in vhs allegato all’’Unità” nel 1995... «I cani abbaiano, la carovana passa», dice il proverbio. Kazan esce dalla vita ed entra nella storia non solo del cinema per avere vissuto e raccontato l’epoca totalitaria più a lungo e meglio di Orson Welles. Ai cui tre grandi film - Quarto potere, L’orgoglio degli Amberson e L’infernale Quinlan - Kazan ne oppone sei - Bandiera gialla, Fronte del porto (dvd Columbia), La valle dell’Eden, Baby Doll, Un volto nella folla, Splendore nell’erba - di alta qualità e altri da avere comunque in videoteca, come Viva Zapata! (dvd Fox), Fango sulle stelle, Il ribelle dell’Anatolia e Il compromesso. Ma anche Barriera invisibile (dvd Fox) resta da vedere, anche se non per le ragioni che si sono generalmente scritte in occasione della recente morte del protagonista, Gregory Peck («uno zero di bell’aspetto» per Kazan). Girato nel 1947, Barriera invisibile racconta di un giornalista americano che per due mesi si finge ebreo onde raccogliere meteriale per un servizio sull’antiebraismo. Non si scontra mai con episodi gravi, come quelli del coevo Odio implacabile di Edward Dmytryk, ma colleziona una serie di diffidenze certo frutto di pregiudizio, ma che il protagonista fa di tutto per portare alla luce. Lo spinge infatti un fanatismo che non lo rende simpatico allo spettatore, lo stesso fanatismo che in Un volto nella folla (1957) si mescola alla vendetta per gelosia e spinge il personaggio della giornalista progressista (Patricia Neal) a compromettere la carriera dell’imbonitore radiofonico (Andy Griffith), che lei stessa ha lanciato. Rimasto di sinistra, Kazan bolla in tutti i suoi film, prima e dopo il 1952, l’estremista. Esemplare il personaggio del giornalista progressista (Joseph Wiseman) anche in Viva Zapata!, che echeggia il reale comunista americano John Reed. Paradossalmente, proprio Reed nel 1981 ispira Reds a Warren Beatty, da lui scritto, diretto e interpretato. Ed è lo stesso Beatty, diciotto anni dopo, che alla consegna del contestato Oscar alla carriera si alza ostentatamente per applaudire Kazan, piangendo di commozione e gratitudine. Perché l’uomo che avrebbe rovinato certe carriere - inclusa quella di Lee J. Cobb di Fronte del porto, che invece lavora a Hollywood fino alla morte - lascia anche buoni ricordi. Splendore nell’erba - Oscar per la sceneggiatura a Thomas Inge - nel 1961 lancia Beatty e rilancia definitivamente, dopo Gioventù bruciata di Nicholas Ray (1956) un’incantevole ragazza ebrea d’origine russa che è stata bambina prodigio: Natalie Wood, scomparsa proprio nel 1981 di Reds e del trionfo di Beatty. Eppure la sera dell’Oscar a Kazan pare di vederla applaudire con Beatty quel grande vecchio, magari vecchio bastardo, che nella sua lunga, eccezionale vita di esule greco dall’Anatolia, è diventato un incubo per pochi, un sogno per molti. Maurizio Cabona