Stefano Lorenzetto il Giornale, 21/09/2003, 21 settembre 2003
Noi manager, anaffettivi incapaci di provare emozioni, il Giornale, 21/09/2003 Massimo Lolli è un manager di successo che parla malissimo dei manager, dunque di se stesso
Noi manager, anaffettivi incapaci di provare emozioni, il Giornale, 21/09/2003 Massimo Lolli è un manager di successo che parla malissimo dei manager, dunque di se stesso. Giulia Tempi, sua ex fidanzata, dice che «sembra un duro dal cuore tenero, invece è un tenero dal cuore duro». Dopo averci parlato insieme per qualche ora, concluderei per una terza via: è un tenero dal cuore tenero. Ma ha capito che in questo mondo non conviene darlo a vedere, soprattutto se fai il manager. Lolli ha 43 anni. nato a Portici, nel Napoletano, da famiglia originaria di Ferrara. Il capostipite, certo Lollo, nel secolo XII fu capitano di ventura, «il che non impedisce agli inglesi, quando mi presento, di ridermi in faccia: per loro sono un’abbreviazione di lollipop, il leccalecca». Lavora alla Marzotto, direttore delle risorse umane (una volta la qualifica era capo del personale). Prima è stato in Rinascente, Rank Xerox, Nokia ed Ericsson. A tempo perso scrive libri, ma tempo da perdere ne ha davvero poco. «Infatti mi ci dedico d’agosto, invece d’andare in vacanza», fa presente. Da credergli sulla parola: siamo a settembre ed è più pallido di Klaus Kinski in Nosferatu. Alessandro Spinaci, biografo non autorizzato, lo fotografa così: «Uno che non ha mai letto un libro e che ne scriverà di bellissimi». L’interessato ammette di non riuscire a sfogliare più di otto-nove romanzi l’anno.« Ha inventato un nuovo filone, il filone romantico-aziendale», sostiene il critico letterario Giovanni Pacchiano. Di che cosa si tratti, è specificato nel frontespizio del suo ultimo romanzo, Io sono Tua (Piemme): «I personaggi della storia pensano, parlano e agiscono in maniera non politically correct: non posso e non voglio farci niente se sono fatti così». Siccome i personaggi sono manager, la sintesi è questa: ha imparato ad accettarsi. Il filone piace soprattutto a quelli «fatti così» (Franco Tatò, che tra Germania e Italia ha tagliato più teste dei daiacchi nel Borneo, s’è subito complimentato), ma piace anche agli altri. Fatti meglio, si spera. Perché Massimo Lolli, e con lui il protagonista di Io sono Tua, a giudicare dal risvolto di copertina sono davvero fatti male, molto male: «Per Marco Pressi, rampante amministratore delegato di Itacom, un’azienda leader nel settore high tech, esiste un unico dio: il business. Non contano le notti insonni e i week-end sottratti alla famiglia, i collassi da stress, le rivendicazioni sindacali dei dipendenti e le continue lamentele della figlia Marianna, il comandamento è uno solo: lavorare». La trama si complica quando Itacom, controllata da milanesi e gestita da romani, viene acquisita da un manipolo di erinni finlandesi guidate dalla fascinosa Tua Tuomela. Pressi scopre che Tua è la stessa biondona rimorchiata qualche sera prima in un bar di Helsinki. O, per meglio dire, dalla quale era stato rimorchiato con un quesito cosmologico: «I manager trombano?». Ora non v’è un solo motivo che induca a prefigurarsi i manager della Marzotto impegnati in una simile attività. Già Valdagno, nell’Alto Vicentino, non è Las Vegas. Quanto allo storico edificio in cui Lolli consuma la sua esistenza, nonostante il conte Pietro abbia cercato di ravvivarne le pareti marmoree con una galleria di croste d’autore in bilico tra futurismo e astrattismo, assomiglia più all’Ossario del Pasubio che al centro direttivo del primo gruppo italiano della moda e del tessile, 11mila dipendenti e un fatturato annuo di 1.788 milioni di euro. L’atmosfera è da stato maggiore fin dall’odore, un mix irriproducibile di parquet, inchiostro nei calamai e archivi polverosi; ci si aspetta da un momento all’altro che irrompa il generale Cadorna. Capire in che modo brand del terzo millennio come Valentino, Hugo Boss e Marlboro Classics riescano a conciliarsi con i busti bronzei dei Marzotto dai baffi a manubrio, le lapidi, i corrimani in ferro battuto, i lampadari liberty, è compito dinnanzi al quale s’arrenderebbe persino Marco Pressi della Itacom. Difficile anche capire come abbia fatto Lolli ad aggirare il ferrigno divieto sancito in un cartello paleograficamente più vicino ai nostri tempi (sempre Anni 60, comunque), affisso nell’atrio: «In questa azienda non possono essere ricevuti i venditori di qualunque genere di articoli e oggetti che non siano strettamente attinenti alla normale attività commerciale della ditta». Per la verità, prima che ai colleghi d’ufficio, il dottor Lolli aveva cercato di proporre le sue storie a Mondadori, Einaudi, Feltrinelli, Rizzoli, Bompiani, Marsilio, Giunti, Sperling & Kupfer, Guanda, Longanesi, «e anche a mia sorella Elena», ricevendo da tutti un cortese diniego: «La valutazione del suo manoscritto è negativa». Possibile? «Per l’esattezza lo hanno respinto 25 editori». Con quali argomentazioni? «Nessuna. Soltanto tre di essi, Giunti, Einaudi e Longanesi, si sono preoccupati di addurre delle ragioni. Segno che almeno lo avevano letto». Eppure lei aveva già pubblicato due libri, sempre con protagonista Marco Pressi. «Sì. Innamorarsi di una milanese, edito da Archinto, e Volevo solo dormirle addosso, da cui verrà tratto un film». Allora come si spiegano i 25 rifiuti? «Sono un infimo scrittore di culto. Tengo molto a questa definizione. Non ho lettori: solo fan. Che io sia bravo o cretino, il numero dei rifiuti è assolutamente irrilevante». Chiariamo subito: innamorarsi di una milanese, e magari dormirle addosso, è diverso che innamorarsi di una napoletana? «Diversissimo. Il meridionale che arriva a Milano per lavoro, com’è capitato a me, se ne accorge subito. Le differenze riguardano il corteggiamento, il sesso, la fine della relazione. Il fatto di uscire con te per la milanese non significa assolutamente nulla: sempre meglio che stare a casa da sola. Al Sud non è così. Se decidi di fare la corte a una milanese, devi stare molto attento: mentre a Napoli i fidanzati vivono abbracciati, a Milano di norma non si guardano manco in faccia. Alle feste tu vedi una donna, pensi che sia libera e invece a 20 metri di distanza c’è il suo ganzo. Nel sesso la differenza è fondamentale, antropologica. Per la napoletana è una ricompensa, per la milanese è un’occasione di conoscenza. E poi come finiscono gli amori a Milano, non finiscono in nessun’altra città d’Italia. Al Nord la fine di un amore inaugura l’inizio di un’amicizia. Al Sud è la fine di tutto». Il Marco Pressi dei romanzi è l’alter ego di Massimo Lolli? «Diciamo che alcune sue caratteristiche rimandano a me. In Volevo solo dormirle addosso non era ancora l’uomo indurito dalla vita e dal lavoro di Io sono Tua. Adesso ha assunto i tratti dei manager di oggi». Cioè? «Massimo orientamento al risultato. Annullamento della vita privata a favore della professione: la prestazione dura 24 ore. Assenza di soddisfazioni affettive ed erotiche. Durezza d’animo. In pratica, degli anaffettivi incapaci di provare emozioni». Delle merde, scusi il termine. «Esatto». spaventoso. «Rispetto agli Anni 60 le ore lavorate sono aumentate a dismisura, lo stress pure. Per conseguire obiettivi ci tocca lavorare come matti. E il trend peggiorerà». Perché? «Il sistema economico cambia alla velocità della luce. Ci aggiunga gli elementi di instabilità e di incertezza. La competitività, prima limitata al nostro Paese, s’è allargata a tutto il mondo e non dà tregua. Ha presente la bellissima battuta di Francesco Caio, l’ex amministratore delegato di Omnitel e Olivetti?». Me la ricordi, va’. «’Non esistono mercati saturi, esistono solo manager saturi”. Ieri per tenere le posizioni bastava solo fare un pochino meglio ciò che si era sempre fatto. Oggi bisogna inventare». Questo Pressi va a letto con Tua a Helsinki. Lei ha lavorato per la Nokia ed è rimasto un anno in Finlandia... «Nulla di autobiografico. Ho solo voluto raccontare il mondo del lavoro con un linguaggio scabro, incalzante, perché mi sembrava che nessuno lo facesse. Più che un libro, Io sono Tua è un videogame, il lettore ha l’impressione di trovarsi dentro una simulazione. Comunque non sono il tipo che fa il manager per sbarcare il lunario e intanto sogna di diventare scrittore a tempo pieno. Anzi, il giorno in cui smettessi di fare il manager, non avrei più nulla da scrivere». Capita spesso che i manager si innamorino in azienda? «Siccome alla fine le relazioni umane sono quelle del lavoro e surrogano tutte le altre, anche i flirt nascono in ufficio». E in questo caso lei che è il direttore delle risorse umane come si regola? «Dante Bellamio, che fu il primo capo del personale ad assumermi, mi disse: ”Se lo ricordi bene, Lolli: la legna si fa fuori dal bosco”. un consiglio che mi sento di dare a tutti». Ha cambiato cinque aziende in 18 anni. Indizio di vivacità professionale o di irrequietezza esistenziale? «Resto in un posto fintantoché posso continuare ad apprendere. Altrimenti me ne vado». Anche lei come Pressi ha per dio il business? «Sì, anch’io ho una fortissima inclinazione a misurarmi sui risultati. La sfida è conciliare questa pressione con logiche di motivazione. Il personale deve ricavare soddisfazioni dal lavoro, non soltanto uno stipendio». Quante ore lavora al giorno? «Non meno di 11. Ma l’impegno più grosso è a casa, nel fine settimana, quando mi concentro su progetti che possono essere stesi solo col telefono staccato». Moglie e figli non si lamentano? «Sono single». Collassi da stress ne ha mai avuti? «Fino a oggi no. Speriamo per il futuro». Nel senso che se li augura? «Nell’altro senso, per carità». Chi è un manager? «Dipende dalla pronuncia. Ci sono i manager e i menager. I menager vestono doppipetti e cravatte con animaletti, sono sempre abbronzati, incedono solennemente tenendo una cartella sotto il braccio; i manager vestono giacche monopetto e cravatte senza animaletti, sono pallidi, fendono velocemente gli open space incazzati neri agitando un foglio nella mano destra. I menager fanno una cosa alla volta; i manager ne fanno trenta contemporaneamente. I menager assumono collaboratori; i manager assumono rischi. I menager nel tempo libero frequentano menager e annoverano fra gli amici dentisti, commercialisti e ginecologi; i manager nel tempo libero frequentano tamarri e intellettuali e perseguono penalmente dentisti, commercialisti e ginecologi. I menager credono nell’ossequio verso le opinioni non condivise dei superiori; i manager credono che l’ossequio verso le opinioni non condivise dei superiori generi perdita di informazioni, la perdita di informazioni perdita di competitività, la perdita di competitività perdita del business». Qui nel Veneto vi chiamano monager. «E a Roma magnager». A Marco Pressi i superiori ordinano di eliminare un terzo dei suoi colleghi. A lei è capitato di dover licenziare? «Ho dovuto gestire ristrutturazioni sia in Rank Xerox che in Marzotto». Quanti ne ha fatti fuori? «Alcune centinaia». Età media? «In genere vicino alla pensione. L’obiettivo è sempre quello di contenere l’impatto sociale. L’azienda si fa carico del problema morale di ricollocare queste persone nel territorio. Si lavora d’intesa con sindacati, Comune, Provincia». Belle parole. «La prima cosa è far ragionare il dipendente in esubero sull’inevitabilità del suo destino. Quando ha elaborato il lutto, lo si avvia a corsi di riqualificazione. Qui nel Veneto è tutto più facile: la manodopera scarseggia». In soldoni, i suoi licenziati che fine hanno fatto? «Sono stati ricollocati in altre aziende tessili oppure nel metalmeccanico». E la notte dorme tranquillo? «Non sono provvedimenti che si prendono a cuor leggero. Mi provocano sofferenza». Ma un licenziato cinquantenne chi se lo piglia? «Già. Troppo giovane per la pensione, troppo vecchio per il lavoro. Però, se vuole, un posto riesce sempre a trovarlo. Per esempio nell’area dei servizi alla persona e dell’assistenza anziani, la domanda è alta e l’offerta bassa. E poi non dimentichiamo che ci sono aziende interessate più alla professionalità che all’età: in questo senso, aver lavorato per Marzotto è un’ottima referenza». Qual è la prima cosa che guarda in un candidato durante il colloquio per l’assunzione? «La velocità di pensiero e di azione, la curiosità, la voglia di cambiare l’esistente». A me il primo direttore che m’assunse raccomandò il contrario: «Tenga il volume basso, faccia le pagine un po’ male: qui dentro hanno ammazzato giornalisti più grossi di lei». Si riferiva al peso. «Ieri il candidato doveva rassicurare socialmente il selezionatore. Oggi nel candidato nessuno cerca il conformismo. Se presumo di trovarmi di fronte a un esecutore che avallerà le opinioni altrui, lo scarto subito». Si presenta al colloquio un no-global in sandali. Lei che fa? «Ci ho lavorato con gente che calzava i sandali e si tingeva i capelli di verde. Magari non siamo ancora pronti per promuoverli amministratori delegati». Se l’azienda fosse sua, ci baderebbe? «Se devo assumerlo per una posizione che non contempla il contatto col cliente, di come si veste non m’importa nulla». E delle idee che ha in testa? «Della politica me ne frego». Forse il suo azionista, che simpatizza per l’Ulivo e per Cacciari, invece ci fa caso. «Io non sto né a destra né a sinistra. Sono quello in basso. Oggi fregarsene di politica è più facile, perché il confronto non avviene più su opposte concezioni ideologiche del mondo. Credo che il laboratorio creativo di Mediaset, tanto per dire, sia il regno dei comunisti. Magari all’azionista un po’ dispiace. Embè?». Come si fa carriera in Italia? «Come nel resto del mondo: facendo risultati». sicuro? «Non escludo che nel passato la fedeltà fosse più apprezzata del merito. Ma se oggi non è legata ai risultati... Attenzione: meritocrazia non significa otto in pagella ma riuscire a fare affari in situazioni complesse. Tutto il resto è blablà». Nel mondo della moda che cosa conta di più? «Due-tre anni fa sembrava che contasse la capacità di coniugare creatività e finanza. Adesso che i consumi si sono fermati e c’è stagnazione, conta l’innovazione dei prodotti. Che non devono essere belli in astratto, ma unire la funzionalità all’estetica». Allora per chi li fate quegli abiti folli che si vedono alle sfilate e che nessuna persona di buonsenso indosserebbe? «Qualcosa dell’alta moda si travasa sempre nel commerciale, nel prêt-à-porter. E poi sono un veicolo d’immagine eccezionale. Qui abbiamo una parola d’ordine: è bello quello si vende». Veramente ho letto da qualche parte che lei ne aveva indicata un’altra: «La nuova parola d’ordine per chi lavora è provare emozioni». «Anche. Le emozioni sono sempre state bandite dai luoghi di lavoro, come segni di debolezza, attributi di femminilità». «Il nostro Paese ha bisogno di un’intensa campagna di alfabetizzazione civile e sentimentale», come teorizza quella carogna di Giuliano Ferrara. «In Io sono Tua la multinazionale scopre che la prestazione ha ucciso l’emozione. Invece il mercato è fatto di feeling col consumatore e quindi giocato su leve emotive. Abbiamo ritenuto che la forza dovesse essere slegata dalle emozioni. Sbagliato. proprio lasciando fluire liberamente le passioni che alimentiamo la nostra forza, come i cavalieri erranti medievali che si battevano furiosamente in battaglia ma non provavano vergogna nel piangere in pubblico l’amata o l’amico perduto. Per i cavalieri piangere era un segno di nobiltà, non di debolezza. Solo un animo grande può sciogliersi senza ritegno nelle emozioni». Lei per che cosa si emoziona? «Nel Giovane Holden c’è un’istruttiva metafora. La mamma accompagna il bambino al cinema. Mentre lei è rapita da un film strappalacrime, lui le chiede con insistenza d’essere accompagnato a far pipì. Ma la mamma è troppo impegnata a piangere a calde lacrime per dargli retta e così il bambino si piscia addosso. Ecco: io, lei, tutti ci emozioniamo molto per la rappresentazione mediatica della sofferenza e molto poco per la sofferenza vera che incontriamo per strada ogni giorno». La colleganza è odio vigilante, come dice Enzo Biagi? «Sono in totale disaccordo. Nessuna azienda può farcela se non si lavora in team. Nulla è più dannoso dei conflitti interpersonali: sottraggono energie al raggiungimento degli obiettivi. E le energie sono già scarse. Forse si riferiva alle redazioni. Per voi è diverso, lo spreco di energie è la norma. Ma da quanti anni i quotidiani hanno cominciato a misurarsi davvero col mercato? Dieci? Venti? Me lo dica lei. In Italia c’è sempre stata un’editoria di partito, assistita». Con i cretini come si regola? «Aiuto chi ci mette grande impegno anche se non raggiunge il risultato. Ma sono capace di distruggere chi non raggiunge il risultato perché non si applica. Con i lavativi divento terribile. Non li sopporto. La buona notizia è che i veri lavativi non sono molti». Licenziarli, comunque, non può. «Vero. Ma faccio molto pressing. E divento sospettoso quando i capi vengono a dirmi: ”Tizio si comporta così, Caio si comporta cosà...”. La prima cosa che chiedo in questi casi è: ma ne avete parlato con gli interessati? La risposta è quasi sempre negativa. Vogliamo dirglielo, almeno, che si comportano male?». Perché nel Nord Est si lavora come disperati? «Anche a Brescia e a Bergamo». Siamo dentro i confini della Serenissima. « un capitalismo di popolo, il 70 per cento degli imprenditori sono ex operai che hanno trovato nel lavoro il riscatto sociale». E come giudica gli imprenditori veneti? «Ce ne sono di due tipi: gli autoritari che ”se ti ribelli, ti uccido” e gli autoritari che ti stressano per scoprire se hai una personalità da valorizzare». Ha mai sognato di diventare uno di loro? «Mai. Mi riconosco una forte propensione al rischio, ma non fino al punto di cominciare da zero. E poi per diventare imprenditore serve un progetto che ti riempia la vita. L’industriale del bullone si esalta per i suoi bulloni, non per i soldi che riesce a fare. Io non ho nulla che mi esalti così tanto. Men che meno i bulloni». Stefano Lorenzetto