[1] Eugenio Capodacqua, ཿla Repubblica 3/10/2003; [2] Alessandra Anzolin, Paolo Mondani, Report, 30/9/2003; [3] ཿLa Stampa 19/9/2003; [4] L. Jon Wertheim, ཿJolt of Reality, ཿSports Illustrated 7/4/2003, pagg. 68-79; [5] Maurizio Crosetti, ཿla Repubbli, 3 ottobre 2003
APERTURA FOGLIO DEI FOGLI 6 OTTOBRE 2003
Come ti trasformo l’atleta in una macchina da rally,
Anche il secondo processo di Marco Pantani è finito nel nulla, così come era già successo a Forlì per i fatti relativi alla Milano-Torino del ’95: condannato in prima istanza, assolto in appello, perché all’epoca il fatto (il doping) non era reato. Giovedì, a Tione, il giudice monocratico Giuseppe Serao ha deciso che la legge 401/89 - che considera il doping come una frode sportiva perché porta all’alterazione dei risultati - non era applicabile alla nota vicenda del Giro ’99 (il 5 giugno, a Madonna di Campiglio, il Pirata fu trovato con l’ematocrito oltre i limiti consentiti mentre si accingeva a vincere il secondo Giro d’Italia consecutivo). [1]
La decisione del giudice Serao non intacca quelle della giustizia sportiva, che sospese immediatamente lo scalatore romagnolo a tutela della sua salute. Eugenio Capodacqua: «A prima vista la giustizia non sembra farci una bella figura, perché, la domanda che sorge immediata - ed è assolutamente legittima - è perché mai si sia voluto celebrare il processo quando già nella prima udienza - lo scorso aprile - l’avvocato Manzo aveva sollevato l’eccezione procedurale di merito facendo riferimento proprio al fatto non previsto come reato». [1]
Cos’è il doping? «Si definisce doping l’uso di qualunque sostanza, sia essa un farmaco, una specialità medicinale, una sostanza vegetale, una sostanza omeopatica, un alimento, qualunque sostanza che determini delle modificazioni biologiche, con meccanismi di azione farmacologica, sull’organismo umano e che viene utilizzata non allo scopo primitivo per cui un farmaco nasce, che è quello di curare, diagnosticare o prevenire una malattia, ma viene utilizzata contro quello scopo, per ottenere un risultato sportivo. Il reato nasce da qui» (Adriana Ceci, ematologa, docente all’Università di Bari). [2]
I ciclisti, un popolo di malati cronici. Il dottor Mauro Salizzoni, responsabile del centro trapianti di fegato alle Molinette, neo presidente della Commissione nazionale anti-doping di Federciclismo: «Allergie, bronchiti, interventi chirurgici appena passati... Hanno tutti un malanno. Stiano a casa a curarsi se sono pieni di acciacchi! Si mettano a letto con i loro farmaci sul comodino... Spingiamo i nostri figli a fare sport convinti che serva per una vita sana, e scopriamo che fin dalle categorie giovanili utilizzano aiutini. Mi chiedo che fine farà, a 18 anni, un ragazzino che a 13 corre sotto l’effetto di stimolanti». [3]
Il problema del doping giovanile è particolarmente grave negli Usa. Su ”Sports Illustrated” del 7 aprile la storia di uno Sean Riggins (aspirante campione di football) morto a sedici anni perché, detto in parole povere, «il cuore gli pompava troppo veloce»: «Sean Riggins e alcuni dei suoi amici della Lincoln (Ill.) Community High gli avevano trovato un nome: jacketing. Prima degli incontri di lotta o degli allenamenti di football o persino il sabato sera quando volevano una rapida scossa d’energia, si sparavano una capsula a strisce gialle e nere chiamata ”Yellow Jacket” (botta gialla). La pillola, perfettamente legale, conteneva efedrina e caffeina, una combinazione che accelera il metabolismo. Dando retta alla scatola, era un EXTREME ENERGIZER! Il rito del jacketing prevedeva l’inghiottimento con un sorso di Mountain Dew o Red Bull, due bevande pesantemente caffeinate. A pensarci, era una roba da pazzi. Ma la saggezza è rara quando hai sedici anni e vuoi entrare nella squadra di football dell’università». [4]
I supermercati americani sono pieni di ”integratori per ragazzi” (ad esempio alla frutta), biscotti alla creatina ecc. ”Sports Illustrated”: «’Teen Advantage Creative Serum” è pubblicizzato con lo slogan ”prodotto specialmente per giovani aspiranti atleti da 8 a 19 anni”. Inserzioni e spot di integratori compaiono in riviste, siti, programmi tv (World Series della Little Legaue di baseball comprese) [...] Pubblicità e scatole sono inondati di vernacolo per teenager; parole come ripped, cut, mega, Xtreme e turbo sono usate ripetutamente. In alcuni casi i produttori battezzano un prodotto col nome di una droga di strada. Lo Yellow Jackets inghiottito da Riggins si comporta come un’amfetamina. Ma ”Yellow Jackets” è anche il nome di un celebre barbiturico [...]». [4]
Almeno il 50 per cento è doping ematico, cioè eritropoietina. Salizzoni: «Poi c’è quello ormonale, che è più difficile da individuare nei controlli: testosterone o steroidi anabolizzanti. Ma non è solo il ciclismo da tenere sotto controllo. Di ciclismo si parla di più solo perché si fanno più verifiche e dunque si scovano più casi. E il calcio? Crede che lì non girino sostanze? E lo sci di fondo? E la corsa? Si sa che negli sport di breve durata, dove occorre una forte dose di energia, si fa invece uso di cocaina al posto dell’eritropoietina. E non è un mistero che i tiratori utilizzino i betabloccanti: tengono la mano ferma ed evitano ad esempio che un’emozione influenzi il tiro». [3]
Esiste il doping nel calcio? Questo il tema della puntata di Report in onda martedì scorso (Il calcio in bocca). Tra gli intervistati Nello Saltutti, ex attaccante di Milan, Fiorentina, Samp ecc., morto appena due giorni prima d’infarto (il secondo): «Quando ero ricoverato in terapia intensiva... c’era una signora vicino a me che prendeva il Micoren, io, dato che ero lì steso, ho letto un po’ il fogliettino interno, diceva che era un farmaco cardiotonico che era molto dannoso alle coronarie eccetera eccetera; e lì mi è venuto fuori il dubbio che... insomma... ’sto Micoren l’avevo preso per tanti anni [...] Su 500 partite che ho fatto, 300 volte l’avrò preso senz’altro». [2]
I giocatori della Juventus mostrati da Report nell’aula del tribunale hanno fatto una figura imbarazzante. Maurizio Crosetti su ”la Repubblica”: «Guardandoli arrancare come bambini balbuzienti si provava pena per loro, e per i loro patetici tentativi di dire senza dire, specialità collaudata in anni di vuote interviste. Ma stavolta non si trattava di commentare un fuorigioco, stavolta si parlava di flebo e psicofarmaci. Imbozzolati in tute da ginnastica che lo stile-Juve poteva convertire in abiti più adatti al luogo e più rispettosi della circostanza (a meno che la tuta non fosse un modo per sottolineare: siamo calciatori, non chiedeteci di più), Del Piero e Tacchinardi, Birindelli e Conte e Pessotto sono riusciti a fare imbestialire un magistrato anche troppo paziente di fronte a una squadra di finti tonti [...]». [5]
Dall’interrogatorio del giudice Giuseppe Casalbore allo juventino Gianluca Pessotto:
«Lei ha fatto uso anche di creatina?».
«Sì»
«Continua a farne uso?»
«No»
«Non ne fa più uso?»
«No»
«E che cosa le danno? Degli integratori?»
«Si, abbiamo il Gatorade, l’R2, l’acqua... »
«L’acqua, sennò muore, se non le danno l’acqua, sarebbe il primo caso di società che uccide i giocatori». [2]
Il punto è: si rendevano conto che si stava parlando della loro salute, della loro vita? Crosetti: «Più reticenti di ex ministri democristiani alla sbarra, vittime di clamorose e comiche amnesie, i giocatori hanno farfugliato di pastiglie colorate, di aghi nelle vene senza riuscire a convincere nessuno, anzi facendo un clamoroso autogol: perché non dire in quel modo è quasi peggio che ammettere. Il programma non ha rivelato nulla di inedito (vale comunque la pena ricordare che il farmacista indagato ha appena patteggiato la pena), ma ha fatto un certo effetto seguire la carrellata della telecamera sulla lista degli oltre trecento farmaci trovati nello spogliatoio bianconero. Così come è stato surreale lo zapping tra i gol di Nedved ad Atene e i vuoti di memoria di Del Piero, in contemporanea. Uno metteva voglia di calcio, l’altro la toglieva». [5]
Il 46 per cento dei giocatori inglesi ritiene che nel calcio vi sia un problema doping, il 5,6 per cento ammette di conoscere colleghi che si dopano, il 46 per cento sostiene di conoscere colleghi che fanno uso di droghe leggere. Gianfranco Teotino: «In Francia esce un libro inchiesta di Eric Maitrot, giornalista, profondo conoscitore delle vicende della nazionale di calcio: racconta che sei mesi prima del Mondiale vinto dalla Francia, i futuri campioni vennero sottoposti a un controllo antidoping a sorpresa che suscitò irritazione e polemiche in seguito alle quali il ministero dello Sport ”suggerì” di non farlo mai più». [6]
L’utilizzo dei farmaci nel tentativo di migliorare le capacità di prestazione è elevato. Sandro Donati, dirigente del Coni: «C’è un indice innegabile che lo dimostra, ed è la morfologia dei calciatori attuali, la grandezza dei loro muscoli e quello che sono capaci di fare in campo. Anche i calciatori di 20 anni fa, ai tempi di Bruno Conti, senza andare a Mazzola, facevano tante partite e si allenavano tutti i giorni perché erano calciatori professionisti, ma i loro muscoli erano più piccoli». Massimo Cellino, presidente del Cagliari: «Non è possibile vedere certi calciatori correre per novanta e rotti minuti a dei livelli tali che sono umanamente impossibili. Per me non è normale. Ho visto delle partite, il mio calciatore che al novantesimo esce dal campo distrutto, grondante di sudore, questi che non sudano neppure, giocatori di livello tecnico veramente infimo, ma con una tenacia, una forza e una velocità che sono fuori dal normale». [2]
I calciatori si dopano con l’Epo? Gianmartino Benzi, tra i massimi esperti italiani di doping: «Ci si potrebbe domandare: cosa se ne fa un calciatore di una sostanza dopante che dà benefici a chi compie sforzi di lungo periodo? Recupera in modo rapidissimo tra un’azione e l’altra. Un calciatore in media partecipa al gioco per non più di 40 minuti, negli altri 50 ripiana il debito d’ossigeno. Per questo i medici del calcio hanno cercato il modo di ridurre i tempi di pausa. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: il ritmo forsennato che si riesce ad imprimere a certe gare, calciatori di grande classe che un tempo trotterellavano per mezza partita e oggi corrono dal primo all’ultimo minuto e finiscono freschi come una rosa». [7]
«Se ne esce solo con un pentito» (Michele Plastino). Nell’atletica ce n’è uno, il maratoneta (e operaio tessile) Roberto Barbi, sesto a New York nel 1998, positivo all’Epo in un controllo incrociato sangue-urina il 25 luglio 2001, 25 mesi di squalifica: «Pensavo che non sarei mai stato beccato. Tra il 1999 e il 2000 ho subito 50 controlli (i miei colleghi uno solo) e nessuno mi ha mai detto che ero positivo all’Epo. Eppure la prendevo. Anche nei ritiri. Ho cominciato prima della maratona di New York. [...] Si trova anche su internet. Circa 385 mila lire a scatola (l’euro non c’era). [...] Mi costava 750 mila lire a maratona [...] Nausea, giramenti di testa per un giorno, sonnolenza. Un cadavere: ma come faccio domani ad andare in fabbrica e poi ad allenarmi?... Se ce l’ho fatta? Sembravo una macchina da rally [...] Per tutto il periodo che ho preso l’Epo, anche se mi controllavo periodicamente in un laboratorio privato, ho avuto problemi: dall’insonnia alle palpitazioni. Sembravo un vecchio. Ed ero più grasso e gonfio: l’Epo trattiene i liquidi. Ho smesso da due anni e comincio a stare bene soltanto adesso. [...] Una ragazzina mi ha scritto: ”Non prendere l’Epo, fai la fine di quel calciatore ...”». [8]
L’essere calciatori aumenta di 20 volte la probabilità di ammalarsi del morbo di Gehrig. Adriano Lombardi, ex capitano dell’Avellino. «Dapprima è la perdita assoluta dei muscoli, tant’è vero che il primo muscolo che ho perso è stato il deltoide della spalla destra, poi mano a mano ha preso anche la spalla sinistra, poi tutti e due gli arti. [...] Ho fatto quello che facevano gli altri, cioè noi assumevamo tramite flebo gli zuccheri che ti aiutavano nel recupero e il Cortex, che era corteccia surrenale per un recupero più immediato. Qualcuno ha dato la colpa anche al Cortex, ma in quel periodo là, tutte le squadre, dico tutte, dalla serie A alla serie C, assumevano queste sostanze. [...] Qualcuno ha detto, ”ma te sapevi cosa ti mettevano”. No, in verità no, noi vedevamo il colore, loro ci dicevano ”l’abbiamo preparato, questa è una sostanza per il recupero della forza, della fatica” e te lo facevi tranquillamente [...] Eravamo sani dentro e onesti, cioè non facevamo pratiche assurde per giocare a calcio. [...] E adesso nel consentito stanno facendo di più, ma mi sembra anche umano, perché un calciatore non può sostenere dodici partite al mese essendo sempre a grandissimi livelli. [...]». [2]
tutta colpa degli Olandesi. Gianni Minà: «Il dubbio che il calcio avesse accettato la nuova frontiera del doping nello sport c’è dalla nascita del famoso Calcio Olandese: nel giocare a tutto campo si è preteso che l’atleta avesse una resistenza superiore al normale, allontanasse la soglia della fatica e la soglia del dolore e quindi bisognava doparlo in modo che corresse come un cavallo pazzo per tutta la partita, anche a scapito del gioco, che è diventato meno spettacolare». Plastino: «Tanto vale che si liberalizzi, e te lo dice uno che ha fatto veramente una battaglia, perché quando io vedo una partita, fammi essere tranquillo, voglio sapere che tutti e due stanno alla pari. Tutti e due dopati? Benissimo. Benissimo per modo di dire. Non voglio più avere dubbi». [2]
La prossima frontiera è il doping genetico. Il professor Salizzoni: «Qualcuno lo sta già studiando, lo sappiamo; ma i rischi sono enormi. Si stimola il patrimonio genetico a produrre gli ormoni che arricchiscono il sangue o quelli della forza. Ma per quanto? un salto nel buio, nessuno sa cosa succederà al fisico umano in quei casi. E se la macchina si inceppasse all’improvviso?». [9]
Agli ultimi mondiali di atletica leggera non è stato battuto nemmeno un record del mondo. Secondo Pietro Mennea, ex primatista e campione olimpico dei 200 metri, è ”colpa” delle severe norme francesi contro il doping (la legge prevede sanzioni che arrivano al carcere) che hanno scoraggiato l’ uso di sostanze vietate: «Ma i record arriveranno alle Olimpiadi di Atene, quando i controlli saranno più blandi». [10]
Controlli a sorpresa. Barbi: «Mi hanno chiesto: ”Ti sta bene fare il controllo a sorpresa? E quando?”». [8]