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 2003  settembre 25 Giovedì calendario

Non c’è parola (specialmente l’ultima) che racchiuda l’essenza di un uomo, Sette, 25/09/2003 Quando qualcuno se ne va, tutti corrono a riempirgli l’ultimo istante, in cerca dell’essenza di un uomo, nel tentativo di ingabbiare la complessità di una storia, di una vita, di un viso, in un gesto o in una frase risolutiva

Non c’è parola (specialmente l’ultima) che racchiuda l’essenza di un uomo, Sette, 25/09/2003 Quando qualcuno se ne va, tutti corrono a riempirgli l’ultimo istante, in cerca dell’essenza di un uomo, nel tentativo di ingabbiare la complessità di una storia, di una vita, di un viso, in un gesto o in una frase risolutiva. E invece non esistono ultima verba perché nella fine c’è solo lo stravolgimento, quello stesso dell’inizio, e la battuta dell’uscita ha lo stesso nonsenso del vagito d’ingresso. Si ritrova in ogni fine la perfezione dell’origine. Laurence Stern, l’autore del Tristam Shandy, morì pazzo in una camera d’albergo di Londra. «Ecco ci siamo è arrivata», furono le sue ultime parole. André Gide morì invece nel suo letto davanti a un pubblico molto affollato, di scrittori, editori, familiari. Alcuni lo udirono mormorare: «C’est bien». Altri: «C’es rien». Ne sono nate due scuole, quella del «bene» e quella del «niente». A chi credere? Secco e deciso fu Georges Bernanos: «A noi due!». Più tetrale Rabelais: «Chiudete il sipario, la farsa è finita». Magniloquente Henry James: «Eccola infine, la cosa elegante». Alcuni scrittori avrebbero voluto scrivere il copione della propria fine e Montaigne, che tanto aveva raccontato la morte degli altri, voleva accanto a sé un amico che raccogliesse le sue ultime parole. Invece la morte lo ammutolì. In realtà, nel catalogo delle ultime parole ci sono solo i pregiudizi dei biografi, sempre animati dall’idea che l’ultima parola dia il senso del destino di una persona. Ma le parole non hanno niente di ultimo in quella lunga sequenza di stralunamenti che precedono la morte. C’è un momento in cui il mondo non esiste più per uno che se ne sta andando dal mondo. Come nella nascita. Quel che nel cominciamento era espansione della vita, nell’uscita diventa contrazione della vita. Ebbene in entrambi i casi la parola è così autoreferenziale da non avere più alcun senso. Il 30 maggio 1778 Voltaire morì di cancro alla prostata, di crisi d’uremia, d’abuso d’oppio...Attese la morte per tre mesi in un albergo di Parigi, alla cui porta centinaia di persone si affollarono. Dopo un mese fece chiamare un prete e, vomitando sangue, gli dettò le parole della sua famosa ritrattazione: «Muoio nella religione cattolica...». Quattro giorni prima di spegnersi scrisse di se stesso in terza persona: «Egli morirà contento». I dolori si fecero terribili e cadde in una sonnolenza ogni tanto interrotta dal delirio. I troppi amici che gli stavano accanto gli attribuirono numerose ultima verba. Secondo i tre scrittori (Grimm, La Harpe e d’Alembert) le sue ultime parole sarebbero state contro il prete che gli stava rubando l’anima: «Lasciatemi morire in pace». Secondo altri, riprendendo coscienza per un attimo e fissando una candela accesa: «Che? Già l’inferno? Che? Le fiamme?». Alcuni gli fecero dire: «Sento una mano che mi attira verso il giudizio di Dio». Altri ancora: «Mi sento abbandonato da Dio e dagli uomini». Morand, il suo maggiordomo, gli sentì dire: «Addio, mio caro Morand, io muoio». C’è chi sostiene di avere udito: «Prendetevi cura di mamma». Però non parlava di sua madre, che era morta quando lui aveva sette anni, ma di Madame Denis, sua nipote e sua amante, la quale raccontò che Voltaire «si spense come una candela, senza pronunciare nulla di intellegibile», ed è il racconto più verosimile perché è così che la gente muore. La versione ufficiale gli attribuì le seguenti ultime parole: «Muoio adorando Dio, amando gli amici detestando la superstizione». Secondo moltissimi articoli e un libro, pubblicato in Belgio, qualche mese dopo, «Tutte le circostanze della sua morte furono mostruose; non si riesce a riferirle senza piangere. Egli è morto come ha vissuto: qualis vita, talis mors». Orribili illustrazioni lo descrivono come un animale informe e tremante che si morde a sangue le dita e mangia i propri escrementi. Anche in Madame Bovary si ritrova la diabolica fine di Voltaire, accreditata dall’abate Bournisien. E le ultime parole sarebbero state un grido potentissimo, atroce, terribile, interminabile. Poiché egli non aveva creduto in Dio e nella Chiesa era giusto che morisse dannato. E si sentiva male perché esalava il Male. Il cervello di Voltaire fu espiantato, bollito nell’alcol e conservato nell’aceto. I chirurghi lo divisero e, molti anni dopo, una piccola porzione, messa a contatto con una candela, «sprigionò vive scintille». Un farmacista ottenne di conservare il cervelletto che, venduto e rivenduto, fu infine ceduto nel 1924 alla Comédie Francaise, dove ancora si trova. Le spoglie di Voltaire furono imballate e, dopo tre giorni di viaggio, sepolte nella cappella di un monastero. L’arcivescovo ne vietò la sepoltura: la sua lettera arrivò troppo tardi e nessuno osò toccare quella tomba. I famosi 6.814 libri della biblioteca di Voltaire furono acquistati dalla Grande Caterina e, ancora oggi, si trovano a San Pietroburgo. Il cuore fu conservato in un’urna sulla quale viene incisa la seguente scritta: «Il suo spirito è dappertutto e il suo cuore non è che qui». Si dice che le sue ceneri, trasferite al Panthéon, siano state disperse durante la restaurazione e che in realtà di Voltaire non resti nulla. Come si vede, in questo racconto c’è la storia dei pregiudizi dell’umanità rispetto alla Ragione, ci sono le punizioni da infliggere alla Ragione e a chi ha ragione. Tutte queste ultime parole attribuite al morto sono le sentenze dei vivi contro un vivo, sono le epigrafi che i vivi scolpiscono per punire o, al contrario, per confortare i vivi, sentenze di condanna o omaggi floreali, la morte come pretesto della vita. Lo scrittore francese Michel Schneider ha raccolto in un piacevolissimo libro (Morts imaginaires, Grasset), le ultime parole degli scrittori. Ne viene fuori un catalogo delle morbosità dei vivi che mummificano i morti. Victor Hugo: «Ecco il combattimento del giorno e della notte». Mentre Goethe reclamò luce: «Mehr Licht». Anche se qualcuno giurò di avere udito non «Mehr Licht», ma «Mehr Nicht». «Più luce» o «più niente»? Francesco Merlo