Sandro Veronesi Corriere della Sera, 30/08/2003, 30 agosto 2003
Isabel restò tutta la vita sopra la stessa onda, Corriere della Sera, 30/08/2003 Ora che sono morta posso dirlo: io sono ancora lì
Isabel restò tutta la vita sopra la stessa onda, Corriere della Sera, 30/08/2003 Ora che sono morta posso dirlo: io sono ancora lì. La mia anima è sempre stata lì. Sono venuta al mondo per vivere quella mezz’ora. Mi chiamo Isabel Letham e sono nata nel 1899 a Chatswood, in Australia. Quando avevo undici anni i miei si trasferirono a Freshwater Beach, una spiaggia tra le rocce a sud di Sidney. Era un posto bellissimo: c’erano onde giganti, strapiombi, albatros; c’erano ragazzi e ragazze che vivevano praticamente sulla spiaggia. Insieme a loro capii che sarei stata bene solo nell’acqua. Ero bella e per via del gran fisico che avevo riuscivo bene in tutti gli sport: nuoto, aquaplaning, surf - il body-surfing, s’intende, quello col corpo, che era una variante del nuoto. I ragazzi mi facevano la corte e io li respingevo - mi veniva naturale, ma ancora non sapevo perché. Poi è arrivato lui e la mia vita è cambiata. Era l’estate del 1914. Duke Paoa Kahinu Mokoe Hulikohola Kahanamoku aveva ventiquattro anni, era hawaiano, due anni prima aveva vinto la medaglia d’oro nei 100 stile libero alle Olimpiadi di Stoccolma, ma soprattutto faceva surf in piedi su una tavola. Era stato invitato a nuotare a Sidney e i giornali anticiparono il suo arrivo raccontando la sua leggenda di uomo tritone. Una frase che aveva pronunciato mi colpì molto: «Sono felice solo quando nuoto come un pesce». Era come mi sentivo anch’ io. Volevo incontrarlo, per dirglielo. Andai a Sidney a vederlo nuotare. Era alto, nero, bello e sorrideva sempre. Sbriciolò il suo record sulle 100 yards stile libero, ma c’era troppa gente, quel giorno, e non riuscii a avvicinarlo. Poi gli fu chiesto di dare una dimostrazione del suo surf in piedi e tra tutte le spiagge di Sidney, Duke scelse proprio Freshwater Beach. Non aveva la tavola, però: non se l’era portata, dato che era stato invitato a nuotare e così se la costruì. Una tavola di pino lunga più di tre metri e pesante 25 chili. Se la costruì e venne. Il 15 gennaio del 1915, una domenica di sole scintillante, Duke Kahanamoku venne sulla mia spiaggia a farci vedere come si faceva il surf in piedi. Quando indicò dove voleva spingersi per prendere le onde, il sorvegliante della spiaggia gli disse che non poteva farlo, perché a quell’altezza c’erano gli squali. Duke gli sorrise e rispose: «Eh no, io andrò proprio là». Si sdraiò a poppa della sua tavola e prese il largo remando con le mani. Dalla riva lo vedemmo salire in cima a parecchie onde giganti e lasciarle passare, finché ne arrivò una più grande di tutte; lui allora balzò in piedi sulla tavola e cominciò a cavalcarla in diagonale, verso destra, verso sinistra e poi di nuovo verso destra, per un sacco di tempo. Quando tornò a riva, ci precipitammo da lui e il sorvegliante gli chiese se aveva visto degli squali, là fuori. «Eccome - rispose - era pieno». «E non ti hanno dato noia?». «No - rispose Duke - io non ho dato noia a loro e loro non hanno dato noia a me». Io intanto ero riuscita a mettermi davanti a tutti e Duke mi guardò. Ci siamo, pensai, ora gli dico che gli voglio parlare, ma lui mi anticipò: «Vieni - mi disse - che facciamo una cosa insieme». Mi ritrovai sdraiata a prua della sua tavola e lui a poppa, inginocchiato, stava già remando verso il largo. Arrivammo fino alla zona degli squali, ci entrammo in pieno. Lui continuò a remare contro le onde finché, con un movimento velocissimo, ruotò la tavola di 180 gradi e ci balzò in piedi, proprio mentre l’onda più grande che avessi mai visto cominciava a frangersi dietro di noi. Abbarbicata alla prua della sua tavola, in quella follia di vento e schiuma e spruzzi, cominciai a sentire qualcosa che non ero mai riuscita nemmeno a immaginare. Leggerezza. Velocità. Grazia. Padronanza. Tutto insieme. «Come va?» mi chiese Duke. Io feci cenno di sì con la testa, ma non riuscii a dire niente. Tornammo al largo per prendere un’altra onda. «Che ne dici di tirarti su?» fece, come se fosse la cosa più naturale del mondo. Nessuno l’aveva mai fatto, nel mio continente. Io dissi «Va bene», lui scelse l’onda, balzò in piedi, cominciò a surfare e a un certo punto gridò: «Ora!». E io mi tirai su. Mi alzai in piedi su quel pezzo di legno. Persi subito l’equilibrio ma una mano mi trattenne, mi tirò un poco all’indietro e mi sistemò bella centrata, come fossi un birillo. Poi mi lasciò e io rimasi in piedi sulla tavola che filava sulla cresta di un’onda alta tre metri. Ecco dove sono sempre stata, e anche ora, ecco dove sono: in piedi su quella tavola, con Duke Kahanamoku dietro di me. Quando tornammo a riva ero diventata famosa. Il primo australiano a praticare il surf in piedi era stata una ragazzina di quindici anni, Isabel Letham. Duke rimase qualche settimana a Freshwater, per insegnarci a costruire le tavole e a controllarle con i piedi. In quelle settimane passammo molto tempo insieme, ma parlammo poco. Gli chiesi se era vero che discendeva dagli antichi re hawaiani, come c’era scritto sui giornali, e lui scoppiò a ridere. «Mio padre è un poliziotto» disse. Mi disse poche altre cose di sé, ma bastarono a farmi capire che razza di rapporto avesse con l’ambiente marino. Per lui non c’era differenza tra il sotto e il sopra del mare. L’Oceano era la sua casa. Alla fine di febbraio se ne andò. Io imparai a surfare bene, ero la regina della spiaggia, ma mi mancava lui. Così a diciott’anni partii per l’America, per cercarlo: andai a fare surf in tutte le spiagge della West Coast ma lui non c’era mai, perché surfava a casa sua, a Waikiki. In California faceva l’attore, a Hollywood. Andai a vedere tutti i suoi film: interpretava sempre il capo degli indigeni che, prima o poi, si trovava a parlare a gesti con l’attore protagonista. Cominciai a lavorare alla piscina pubblica di San Francisco: insegnavo a nuotare ai bambini ciechi, ai bambini paralitici e poi realizzavo dei balletti acquatici insieme a loro. I loro genitori rimanevano sbalorditi. Non mi fidanzai con nessuno, perché nel frattempo avevo capito che gli uomini non mi piacevano. Duke, intanto, vinse una seconda medaglia d’oro alle Olimpiadi di Bruxelles, nel 1920, e quattro anni dopo perse di un soffio la terza, battuto da un ragazzo molto più giovane chiamato Johnny Weissmuller. Poi un giorno, nel 1929, caddi all’indietro in un boccaporto e mi ruppi la schiena. Tornai a Freshwater, guarii e mi rimisi a insegnare nuoto ai bambini disabili. Ora sulla mia spiaggia tutti i ragazzi surfavano sulle tavole hawaiane e si facevano chiamare beachboys. Venivano da me, perché raccontassi di quella mattina di quindici, venti, venticinque anni prima. Venivano anche molti giornalisti e m’intervistavano, sempre solo su quello. E avevano ragione, perché io ero ancora lì. A quarantacinque anni mi ammalai molto gravemente. Non morii, ma rimasi praticamente paralizzata e dovetti imparare tutto da capo: a camminare, a usare le braccia, a nuotare, a surfare, e lo feci. Imparai tutto da capo e tornai a fare la mia vita nell’acqua. I medici dissero che era un miracolo. Duke nel frattempo era diventato sceriffo di Honolulu. Continuai a insegnare nuoto agli handicappati fin quando, un giorno, nel 1968, venni a sapere che Duke era morto d’ infarto. Allora smisi. Mi misero nella Hall of Fame del surf e mi intitolarono un trofeo. Duke intanto era entrato nella Hall of Fame del nuoto e, come membro n.1, del surf. Negli anni gli sono state intitolate una fondazione, una spiaggia, una piscina, una regata, un ristorante, una linea di abbigliamento sportivo, una linea di scarpe da tennis, di ukulele, di skateboard, di tavole da surf, e un campionato internazionale di surf sponsorizzato dalla Cbs. Quando sono morta, nel 1995, a 96 anni, i beachboys di Freshwater hanno organizzato una veglia sulla mia spiaggia e sono andati a disperdere le mie ceneri nell’Oceano: là dove Duke ha cavalcato quella tavola, quell’onda e me; dove Duke mi ha detto «Che ne dici di tirarti su?»; dove io mi sono tirata su. Là dove sono sempre stata e, ora posso dirlo, dove sarò per sempre. Sandro Veronesi