Enzo G. Baldoni diario, 19/09/2003, 19 settembre 2003
Un Curcio irrancidito nella selva colombiana, diario, 19/09/2003 La mappa della Colombia è punteggiata dalle zone della guerriglia come una fetta di gorgonzola dalle macchie verdeblù del penicillium
Un Curcio irrancidito nella selva colombiana, diario, 19/09/2003 La mappa della Colombia è punteggiata dalle zone della guerriglia come una fetta di gorgonzola dalle macchie verdeblù del penicillium. Macchie piccole nelle grandi città e nelle zone dominate dai paramilitari. Macchie grandi nei territori più selvaggi come il Caguan, il Cauca, l’Arauca, il Putumayo e l’Amazzonia, dove esita a metter piede il neghittoso esercito colombiano. «Corrotto, male armato, poco motivato e assolutamente impreparato alla lotta antiguerriglia», come lo definisce un diplomatico europeo. In Colombia la guerra civile dura da più di quarant’anni. A combattere contro l’esercito governativo sono rimasti due eserciti guerriglieri, le Farc e l’Eln. Tutte e due le formazioni sono state pesantemente condannate da Human Rights Watch per le loro azioni contrarie al Diritto internazionale umanitario (sequestri, uccisioni di ostaggi, uso di armi indiscriminate contro la popolazione civile, come le famigerate pipas: bombole da gas piene di esplosivo e pezzi di ferro). Ideologicamente, sono culi di pietra ancorati al marxismo-leninismo più ortodosso. Sembrano la signora in coma di Goodbye Lenin: nessuno ha ancora detto loro che è caduto il Muro. Il terzo attore armato sono le Auc (Autodefensas unidas de Colombia), paramilitari che si sono macchiati - tra l’indifferenza e spesso con la complicità dell’esercito nazionale - di crimini efferati: villaggi interi massacrati a colpi di mitragliatrice, uomini, donne e bambini fatti fuori sulla soglia di casa, campesinos appesi per la gola a ganci da macellaio e fatti a pezzi con la motosega. Una specialità in cui si è distinto particolarmente il nostro concittadino Carmine Mancuso, figlio di italiani, possidente e ricercato dagli Stati Uniti per crimini di guerra e traffico di droga (illuminante, in proposito, il recentissimo Colombia, paese dell’eccesso, di Guido Piccoli, Feltrinelli). A parte i due grandi eserciti e i gruppi paramilitari, le montagne e le selve di questo paese bello e affascinante sono popolate da tutta una serie di gruppuscoli, di bande, di disertori dell’esercito, di semplici grassatori: un po’ come negli Stati Uniti dell’Ottocento, dopo la fine della Guerra d’indipendenza, quando bande di sudisti sbandati sopravvivevano portando avanti piccole guerre personali, attaccando le colonne delle Giacche blu, rubando le mucche agli allevatori, rapinando i treni. Un comandante con la faccia di Sean Connery. Uno di questi gruppuscoli sta nascosto in un accampamento sulle montagne del Cauca, ai confini con Tierradentro, territorio magico in cui gli sciamani, di notte, masticano coca sulle rive dei ruscelli illuminati dalla luna. Il loro comandante - chiamiamolo Comandante Ramón - ha cinquant’anni, la barba brizzolata, una Beretta bifilare alla cintura e una vaga somiglianza con Sean Connery. L’uniforme è approssimativa, pantaloni mimetici, maglietta nera, cinturone e cappelluccio mimetico floscio. Anche il campo è approssimativo, disordinato, mal tenuto: ben diverso dai campi delle Farc, il gruppo che controlla questa zona, ricco, rigoroso, disciplinato. Qui c’è in giro un’aria rilassata, approssimativa, casuale, un po’ zingaresca. Il comandante ci accoglie con calore perfino eccessivo: «Benvenuti, benvenuti! Prego, sedetevi. Muchachos! Caffè!». Due guerrigliere portano una pentola annerita. approssimativo anche il caffè: tiepido, acquoso, sa di fumo. Evidentemente è vecchio, riscaldato frettolosamente sul fuoco. Niente a che fare col caffè nero, ricco e bollente che offrono le Farc. Ma si sa: il diavolo è nei particolari. Dal villaggio arrivano due ragazzini, arrancando con fatica su per il sentiero scosceso che porta all’accampamento. Sono carichi come muli: un sacco di riso e un sacco di patate. La loro cena. La ragazzina, Angela, ha sedici anni e un paio d’occhi bellissimi. Ramón è un guerrigliero di matrice marxista-leninista, nasce come tanti da quel crogiolo di ribellismo, ingiustizia sociale e voglia di risolvere le situazioni con la pistola alla mano che è sempre stata tipica della Colombia (tuttora, in campagna elettorale, se c’è un avversario troppo scomodo gli si manda il sicario; e solo dagli anni Trenta è proibito entrare in Parlamento con le armi: fino ad allora la discussione che finiva a colpi di pistola tra i banchi dell’emiciclo era un classico del dibattito parlamentare). Ha partecipato a un paio di imprese importanti, ha rapito il fratello di un presidente della Repubblica, è stato in carcere ed è stato liberato per intercessione di Fidel Castro, che ha fatto da tramite tra la sua banda e il governo colombiano. E ora se ne sta acquattato con una quindicina di ragazzini sul fianco di una montagna, due case con le pareti di argilla cruda e piccole tende nascoste in un bananeto. Il fianco della montagna di fronte è completamente bruciato: per vedere da lontano chi arriva. La schiavitù di carattere epistemologico. Ci sediamo su una panchina di bambù e il Comandante Ramón comincia a concionare: «Qual è la differenza tra noi e le Farc? Che loro sono un esercito, noi un movimento politico-militare. Siamo una necessità storica! E perché una necessità storica? Perché il popolo colombiano ormai ha perso la speranza! E perché ha perso la speranza? Prima di tutto ripassiamo le nostre basi ideologiche. Pablo! Chiama i muchachos, che sentano tutti, è fondamentale!». Arrivano, l’uno dopo l’altro, i muchachos: una quindicina di ragazzi e ragazze tra i tredici e i vent’anni. Sono un gruppuscolo un po’ scaciato: uniformi abborracciate e approssimative, jeans e magliette sotto le bandoliere sdrucite piene di bombe a mano, poche mimetiche complete, berrettini di vari colori (uno col marchio Nike). I coltelli sono arrugginiti e male affilati, le armi varie: Kalashnikov, qualche Galil, un fucile a pompa, una doppietta col calcio segato, un Uzi e perfino un vecchio Fal di fabbricazione europea. I mitragliatori sono sporchi e impolverati, i calci incrostati di fango. E sarebbero guerriglieri, questi? Si accoccolano tutti intorno al Capo, e lo ascoltano con occhi rapiti mentre lui sproloquia: «Dicevamo, il popolo colombiano ha perso la speranza. E perché ha perso la speranza? Prima di tutto bisogna ricordare cosa diceva Engels, che la libertà è conoscere le necessità. Una società liberata è quella che ha risolto le quattro necessità fondamentali. E quali sono le necessità fondamentali?». Conta sulle dita, fulminando con gli occhi i suoi muchachos: «Primo, la necessità fisica! Bisogna salvare il pianeta! Secondo, la necessità biologica! Bisogna sconfiggere la morte! Terzo, la necessità economica! Bisogna sviluppare produzione, abbondanza e automatizzazione! Quarto, liberarsi dalle schiavitù di carattere epistemologico! Bisogna imparare a sfruttare la conoscenza!». E continua a lungo, mescolando Marx e Pol Pot, Fidel Castro e Adorno, la Terza Internazionale e il riscaldamento globale. Ogni tanto, negli occhi castani un po’ fuori dalle orbite, fa capolino un lampo di follia. Angela dai begli occhi, persa nei sogni dei suoi 16 anni, lo ascolta rapita. Quel guazzabuglio ideologico è il suo nettare. Chissà se la sera, in tenda, ripete in coro coi suoi compagni: «Terzo, la necessità economica! Quarto, la schiavitù di carattere epistemologico!» e si rigirano in bocca quelle parole magicamente incomprensibili come un mantra, quello che li fa sentire eletti. La spinta ideologica in nome della quale poi il Capo li invia a sequestrare i commercianti, a taglieggiare i contadini, a riscuotere la vacuña, il vaccino: il dieci per cento del raccolto, con cui il possidente o il coltivatore possono stare tranquilli tutto l’anno. Dove abbiamo già visto questa specie di Curcio irrancidito, perso in sogni di rivoluzione assieme alla sua piccola compagnia di Peter Pan armati di Kalashnikov? Già: Conrad, Cuore di Tenebra. Ma questo qui è un Kurtz dei poveri, non ha la grandezza tragica («L’orrore! L’orrore!») dell’Uomo dell’Alto Congo, né la maschera di Marlon Brando nell’Apocalypse Now di Francis Ford Coppola. Questo vive sul fianco della montagna tra le nebbie di ideologie confuse, circondato dai suoi cuccioli che lo ammirano e lo temono; e se uno dei cuccioli cercherà di disertare, i suoi compagni lo riacchiapperanno e lo fucileranno senza la minima esitazione. Sono crudeli, i ragazzini. Una mogliettina cicciottella e paciosa. Arriva Maria Teresa, la ragazza più grande, una paffutella con la faccia paciosa da brava casalinga. Ha i capelli lunghi molto curati, una maglietta nera con la faccia di Che Guevara, stivali di gomma e pantaloni da cavallerizza. Gli si siede al fianco, appoggia il mitra alla panca di bambù e lo prende sottobraccio, in un gesto che rivela un’intimità tranquilla, un po’ ammiratrice e un po’ protettiva. Una brava moglie, che ama il marito e sorveglia paziente che non dica troppe sciocchezze. Finita la lunga concione, Ramón ci invita a visitare il campo: tendine basse nascoste tra i banani e gli alberi della selva. I ragazzini col mitra ci seguono schiamazzando e ridendo, come una scolaresca. ovvio che fanno una vita noiosa, su queste montagne, e qualsiasi visita li eccita. Katiusha, la cagna dell’accampamento, un po’ dogo argentino e un po’ golden retriever, caracolla tutta esaltata, annusando da uno stivale all’altro, ma senza mai abbaiare. Chissà perché i cani della guerriglia non abbaiano mai? Gli taglieranno le corde vocali? Ramón tiene per mano teneramente Maria Teresa, ci mostra la loro alcova, una tendina bassa tra gli alberi, poi chiede: «Su, una foto insieme alla mia vecchietta. Ma prima copriamole il viso con un paliacate. Io ormai sono bruciato, la mia faccia la conoscono, ma lei deve fare la guerriglia urbana». Le aggiusta teneramente un fazzoletto nero, lei si controlla il trucco in uno specchietto di plastica azzurra e poi si mettono in posa sorridendo, come una coppia di villeggianti di mezz’età sul moscone a Cesenatico. Ramón organizza un’esercitazione. I ragazzi vanno su e giù, fanno finta di rastrellare un villaggio, di ispezionare l’accampamento che conoscono come le loro tasche. Quando il comandante li fa schierare coi fucili puntati, e ordina «Listos?... Fuego!» la raffica parte disuguale. «Siamo una formazione di guerriglia urbana, non siamo un esercito», si scusa, «non sono importanti le nostre capacità militari, come per le Farc. Noi siamo soprattutto un gruppo politico». Già. Una necessità storica di carattere epistemologico, direbbe Ramón. Una figura comica, se non fosse tragica. «Quelli? Sono un gruppetto di sbandati», commenta un ex comandante dell’M19 che li conosce bene, «ho cercato di discutere con il loro comandante, ma è impossibile. Hanno un’ideologia politica abborracciata, senza nessuna vera elaborazione teorica alla base; un guazzabuglio del tutto incomprensibile. Le Farc li tollerano perché gli sono utili, ogni tanto li utilizzano per fare qualche lavoro sporco, un sequestro o un’esecuzione che non vogliono firmare. Sopravvivono, ma oramai sono al di fuori di qualsiasi logica di lotta politica». E intanto il Comandante Ramón, solitario in cima alla montagna con la sua brava mogliettina rotondetta e la sua corte di ragazzini affascinati dall’ideologia e dal potere delle armi, trascina la vita come un Peter Pan invecchiato, masticando vaghe idee di riscatto sociale, compiendo qualche sequestro, condannato ormai a essere rivoluzionario per sempre, andando verso una vecchiaia senza alternative. Come un archivista del catasto che vede avvicinarsi la pensione. Come un vecchio bullo romagnolo condannato a essere giovanile fino alla morte, a continuare a ballare il liscio e scoccare occhiate assassine alle signore, nonostante i rotoli che strabordano dalla cintura e i peli bianchi che spuntano, assieme alla catena d’oro, dalla camicia spalancata sul petto. Povero Comandante Ramón. Povero Peter Pan invecchiato. Povero Kurtz della mutua. Sarebbe una figura quasi comica, se gli occhi dei ragazzini che lo seguono adoranti non ricordassero che invece è tutta una storia di sangue, di sequestri, di uccisioni e di vite buttate. Enzo G. Baldoni