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 2003  settembre 16 Martedì calendario

APERTURA FOGLIO DEI FOGLI 29 SETTEMBRE 2003

Storie di condoni, di chi «ce prova» e di chi ci guadagna,
Eccotelo qui, il condono. Filippo Ceccarelli su ”La Stampa”: «Ce n’è uno ogni nove anni. Ci si poteva caricare l’orologio. Il penultimo risale al 1985, ai tempi del governo Craxi, quando santo protettore degli abusivisti s’impose il ministro dei Lavori Pubblici Nicolazzi. Per farlo accettare, il vecchio Nick promise che con parte dei quattrini messi a disposizione dell’erario per farsi perdonare le irregolarità e gli scempi edilizi si sarebbe finanziato un piano di riserve naturali e altre opere di salvaguardia dell’ambiente. Come purtroppo abbastanza prevedibile, questo non accadde. [...]». [1]

Tra l’impresa tribolatissima di Nicolazzi e l’avventura legislativa che va a iniziare in questi giorni «si colloca l’ultima mirabile sanatoria edilizia, varata nel luglio del 1994 dal già boccheggiante centrodestra del ”nuovo miracolo italiano” per farsi tornare i conti, in termini di gettito e ossigeno finanziario, rispetto a una manovra che tutti avevano escluso, ma che poi era arrivata, necessitatissima, 5-6 mila miliardi da acchiappare al più presto, alla faccia dei cittadini in regola con la legge. Qui l’aspetto rimarchevole, e anche un po’ patetico, fu che la grana e la figuraccia del condono vennero sbrigativamente e brillantemente scaricate sul ministro meno disponibile ad accollarsele, Roberto Radice, imprenditore di Arcore specializzato in imbarcazioni. Questi all’inizio cercò di negare: nessun condono. Poi tentò di ridimensionarne la portata: ”Una sanatoria ristretta”. [...] E tuttavia, fino alla fine, l’imbarazzatissimo Radice si rifiutò di chiamarlo ”condono”. Gli pareva meglio: ”Definizione degli illeciti in materia edilizia”» (Ceccarelli). [1]

Condoni morbidi. «Sarà un condono edilizio piccolo, limitato ai piccoli abusi anche se esteso alle costruzioni su alcune aree demaniali, e sicuramente salato. Ma soprattutto porterà con sé una nuova normativa per accelerare drasticamente la demolizione delle costruzioni abusive non sanabili. La difficile intesa raggiunta dalla maggioranza sull’avanzamento del pacchetto Finanziaria-pensioni, sblocca anche la sanatoria edilizia, primo tassello della manovra di bilancio del 2004, alla quale contribuirà con un gettito di almeno 2 miliardi di euro». [2] Da un sondaggio Abacus commissionato da Legambiente: quasi il 54 per cento degli italiani (poi c’è un 11 per cento che non sa o non risponde) è convinta che i danni del condono sarebbero superiori ai vantaggi. [3]

Il problema, si dice, è che ormai il danno è fatto: lo chiamano ”effetto annuncio”. Gae Aulenti su ”la Repubblica”: «Che cosa significa ”condono edilizio”? Per capirlo, occorrerebbe subito, adesso, una grande fotografia dell’Italia scattata dal satellite, così vedremmo quanti piccoli e grandi cantieri si sono aperti dal giorno in cui è stato annunciato il condono. Sono, credo, centinaia di migliaia». [4] Geminello Alvi sul ”Corriere della Sera”: «Chi in questo splendido settembre riguardi dall’alto i tetti e le terrazze delle case, persino nelle più distratte città d’Italia, già sente il nervosismo beato che le attraversa. Anzi ormai lo vede: improvvise pareti di cannucce o teloni tirati su per riparare i lavori già iniziati. [...] Ecco quindi sin dai primissimi discorsi sul condono subito richiestissimi i geometri; e alle prime polemiche nei tg già convocati i muratori per un preventivo [...] perché inizino i lavori, prima che subito». [5]

L’esperienza dei precedenti condoni: nel biennio 1983/1984 gli edifici abusivi furono 230mila contro i 70mila del 1982, nel 1994 si arrivò a 83mila (58mila nel 1993). Paolo Lepore, assessore all’edilizia di Napoli: «La crescita degli abusi ci sarà di sicuro e gli stessi vigili se lo aspettano. un fenomeno che si è sempre verificato. Credo però che riguarderà piccole irregolarità: quelle grosse non si possono fare in pochi mesi». Claudio De Albertis, presidente dell’Ance: «Se il governo si sbrigherà non credo che ci sarà un considerevole aumento dell’abusivismo: un incremento reale lo potrebbe determinare solo un dibattito di otto mesi-un anno». [6]

Da quando è stata ventilata l’ipotesi di condono edilizio, gli abusi nel parco dell’Appia Antica (a Roma) sono più che triplicati, 57 procedimenti penali dal primo gennaio al 31 agosto (erano stati appena 27 nell’intero 2002). [7] Clamoroso il caso della villa abbattuta sull’Appia Antica dopo la denuncia del ”Corriere della Sera”. Dall’intervista di Gian Antonio Stella ad Annapia Greco (sorella del Roberto di ”Balloon”): «Che me ne facevo, io, di una villa laggiù? Ho una casa tanto bella in piazza del Colosseo e ci vivo tanto felice! Tanto serena! Tutta questa pubblicità! Tutte queste cattiverie sulla mia famiglia! E che ho fatto mai? Ci ho provato, d’accordo, è andata male, pazienza. Me volete crocefigge? Chiedo: me volete crocefigge? Che ho fatto mai: ho solo cercato di fare del bene a ’sti romeni. Di dar loro una casa. Vedesse i loro occhi.... Poverini [...] Io tenevo quel terreno per fare la contadina... [...] Volevo fare l’orto... La frutta... Siccome che poi ho ospitato dei rumeni che non sapevano dove andare a dormire... Mi facevano pena. Vedesse la moglie, il figlio... Li potevo lasciare senza una casa? Mi dica: li avrebbe lasciati lei, senza una casa? [...] Sa, ho fatto l’istituto d’arte... La battaglia contro gli abusi è nobilissima. Ma perché tutto questo parlare di me? Della mia famiglia? Vi rendete conto del danno fatto con questa pubblicità negativa all’azienda dei miei fratelli? Perché ce l’avete con noi?». [8]

La Sicilia, 63.089 case abusive costruite dal 1994 ad oggi (rapporto Legambiente), rappresenta un sesto dell’intero panorama dell’edilizia illegale italiana (362.676). Sull’isola 305 case su mille «non sono occupate e quindi rientrano tra le cosiddette ”seconde case”». Conclusione: visto che nella stragrande maggioranza questi edifici fuorilegge costruiti negli ultimi anni in attesa di un nuovo condono sono proprio case per le vacanze, si potrebbero buttare giù. Nino Scimemi, dirigente generale dell’urbanistica regionale: «Il problema è che i sindaci le ordinanze le firmano perché lo vuole la legge. Ma poi difficilmente fanno partire gli appalti per i lavori di abbattimento». [9]

Oggi domina l’abusivismo di qualità, legato alla domanda crescente di ville e villette immerse nel verde o vicine alle coste. «Ma in un Paese già supercostruito come il nostro questo desiderio di vita a contatto con la natura sta provocando, quasi per paradosso, un assalto illegale senza precedenti agli unici spazi ancora liberi, che sono appunto le aree protette» (Roberto Mostacci, direttore del Cresme, autorevole centro di ricerca sull’edilizia). [10]
Quel che in realtà sta prendendo sempre più piede è lo speculatore abusivo, che costruisce non per sé ma per vendere a caro prezzo, attraverso rogiti privi di valore legale stesi con la complicità di notai poco scrupolosi. Chiara Valentini su ”L’espresso”: « un esercito arrogante e sempre più difficile da fermare che non ha paura di rompere i sigilli dopo i sequestri, sapendo bene che l’arresto scatta solo nel caso improbabile di essere presi sul fatto. E che è comunque disposto a correre qualche rischio, perché i guadagni sono enormi. Secondo il presidente di Legambiente Ermete Realacci, per ogni casa abusiva che viene sequestrata ne spuntano dieci nuove». [10] Massimo Miglio, dirigente dell’Ufficio Abusivismo del Comune di Roma: «Guardi qui: questa villa è di almeno 800 metri quadrati per ognuno dei tre piani. La scommessa è sempre la stessa: in un piano ci va ad abitare il costruttore abusivo, un altro lo vende per rifarsi delle spese e il terzo lo affitta, a volte riesce a vivere di rendita». [11]

Il problema è che se i costi del mancato rispetto del territorio e dell’ambiente sono «collettivi», l’abuso e il consumo di queste risorse producono vantaggi «individuali». Ilvo Diamanti su ”la Repubblica”: «Il che spinge a mettere fra parentesi l’interesse pubblico rispetto a quello privato. A non considerare le conseguenze per la collettività - quindi anche per me insieme agli altri - dell’abuso edilizio (o fiscale) che commetto, del quale io solo, da solo (o meglio: insieme ai miei familiari), beneficio. Mi consolo, con la casa costruita al di fuori delle regole, del danno che subisco come cittadino. Perché il vantaggio è solo mio, mentre il costo è ripartito con gli altri: è questa la logica che il condono alimenta; o quanto meno, asseconda». [12]

Secondo le stime di uno studio Anci-Cresme risulta che lo Stato, dall’operazione condono, ricaverebbe 5,1 miliardi. Meno di quello che sarebbe costretto a sborsare per istruire e chiudere, nel giro di tre anni, centinaia di migliaia di pratiche. Infatti, i Comuni sosterrebbero «costi di urbanizzazione per oltre 8,7 miliardi di euro, con una copertura di 4 miliardi di euro e un disavanzo netto di 4,7 miliardi» (che scende a 4,2 miliardi in caso di compensazione del 10 per cento in favore degli enti locali). [13]

Tra i contrari al condono edilizio, anzi «più contrari di tutti gli altri», i costruttori. Silvano Susi, presidente dell’Acer: «Per noi il condono è anche concorrenza sleale. [...] Perché vuol dire anche ”lavoro nero” e mancanza di sicurezza nei cantieri. [...] Se i progetti edilizi e le relative pratiche avessero un iter burocratico più veloce e più semplice, molte persone sarebbero meno tentate dall’abusivismo, costruirebbero più facilmente nella legalità. E questo vale in modo particolare per le forme minori di abusivismo, quello che riguarda le modifiche interne agli appartamenti. Modificare la normativa per la concessione edilizia nei casi più semplici, renderla più scorrevole, porterebbe anche a concentrare l’attenzione degli uffici pubblici sugli abusi maggiori. E a contrastarli prima che nascano». [14]

Il condono non ci piace, ma la situazione della finanza pubblica è quella che è: questa la posizione sostenuta (tra gli altri) dall’Udc. Rocco Buttiglione, ministro delle Politiche comunitarie: «Tremonti ha ragione quando dice che chi non vuole il condono deve presentare proposte alternative per la cassa. Noi le abbiamo cercate, e non ci siamo ancora riusciti, anche se continuiamo a lavorare con qualche speranza». [15]

Sostituire al condono edilizio la vendita dei beni demaniali. la proposta formulata dal ministro dei Beni culturali Giuliano Urbani, in un’intervista a ”Il Sole-24 Ore”: «Mi rendo conto delle difficoltà in cui opera Tremonti e lo prendo sul serio quando chiede un’alternativa. Un’alternativa io l’ho proposta. Approfittare del futuro Codice dei beni culturali [...] Abbiamo diviso i beni demaniali in tre grandi categorie. Quella dei beni che non hanno alcuna rilevanza artistica: sono immobili che il Demanio può vendere già domani mattina. [...] L’altra categoria è quella del Demanio Artistico [...] Ne fa parte il Colosseo, tutti i palazzi storici, i monumenti. Inutile dirlo: inalienabilità per chiunque. [...] La terza categoria sono beni di valenza artistica, ma per i quali è importante la destinazione d’uso, più che il titolo di proprietà. Accerteremo quali di quei beni possono essere venduti [...] Per esempio, il palazzo delle Poste che si trova in piazza della Borsa a Milano, è indifferente che sia di proprietà pubblica o privata». [16]

La diessina Giovanna Melandri, ex ministro dei Beni Culturali, considera la triplice catalogazione dei beni demaniali formulata da Urbani, «irricevibile», una delle trovate dei «tanti piccoli apprendisti stregoni» del governo: gli italiani non possono essere sottoposti «a un ricatto così volgare gli italiani, ponendo come alternativa alla devastazione del territorio la svendita del patrimonio storico-artistico». [17]

Due anni fa la Melandri propose all’allora collega del Tesoro, Vincenzo Visco, un’idea assai simile a quella di Urbani. Antonella Baccaro sul ”Corriere della Sera: «Propose di suddividere i beni demaniali in tre categorie: ”quelli assolutamente inalienabili”, tipo il Colosseo; ”quelli alienabili previa autorizzazione del sovrintendente regionale e con garanzia sulla destinazione e sulla fruizione pubblica”; ”i beni cedibili perché hanno già una destinazione d’uso commerciale”». Secondo Pietro Armani (An), presidente della commissione Lavori pubblici alla Camera, l’idea non sta comunque in piedi e non serve: «Richiede tempi troppo lunghi e poi l’incasso è destinato ad andare a riduzione del debito pubblico e non del disavanzo». [17]

La proposta dei centristi: «Usiamo le riserve di Bankitalia». Bruno Tabacci (Udc), presidente della commissione Attività produttive della Camera, l’anno scorso presentò un emendamento alla Finanziaria che promuoveva, a riduzione del disavanzo, l’utilizzo delle riserve valutarie (non di quelle auree) eccedenti le reali esigenze della banca centrale per il controllo dei cambi, oggi concentrato sull’euro: si tratta di circa 23 miliardi di euro, la metà dei quali potrebbe andare a ridurre il debito. Nel 2002 l’emendamento fu bloccato da Bankitalia finché il presidente della Camera ne decretò l’inammissibilità: la questione era di competenza delle istituzioni europee, Bce in testa. [18]



Mercoledì il ministro dell’Economia Giulio Tremonti è atteso in Senato per l’illustrazione della Legge Finanziaria, oggetto in queste settimane di una lunga trattativa sull’articolazione degli interventi per ridurre il deficit pubblico e sostenere l’economia. Principale oggetto del contendere il condono edilizio, sul quale almeno in un primo momento si faceva il massimo affidamento per reperire nuove risorse, ma dove l’accordo tra i falchi e le colombe della maggioranza si è rivelato piuttosto complicato. Partiti dall’idea di allargare i termini del 1994 con la previsione di un incasso fino a 3,3 miliardi di euro, si è passati a quella di un ”condono morbido” che non dovrebbe garantirne più di due [2], una sanatoria «organica», generalizzata che lascerà comunque fuori dai benefici di legge gli abusi commessi in aree protette, nei parchi e in luoghi paesaggisticamente tutelati. Particolarmente pesanti si profilano le regolarizzazioni per chi ha avviato lucrose attività commerciali in aree pubbliche. [3]