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 2003  settembre 16 Martedì calendario

Pupi Avati, Ugo Tognazzi e la Mazurka del copione, Il Messaggero, 16/09/2003 Grazie Franca. Grazie Ugo

Pupi Avati, Ugo Tognazzi e la Mazurka del copione, Il Messaggero, 16/09/2003 Grazie Franca. Grazie Ugo. Franca è Franca Bettoia. Ugo è Ugo Tognazzi. «Debbo a una provvidenziale sbadataggine di Franca e alla straordinaria generosità di Ugo se nel 1973, dopo quattro anni di ”disoccupazione”, la mia vita è cambiata», dice Pupi Avati, bolognese, 65 anni, regista cinematografico e televisivo, scrittore. Nel 1970 aveva alle spalle due film, Balsamus, l’uomo di Satana e Thomas, gli indemoniati , finanziati localmente e girati con un gruppo di giovani bolognesi, che avevano avuto un risultato clamorosamente negativo. «Ero in una situazione terribile», racconta. «Bologna è estremamente dura per chi non ce la fa: ci si conosce tutti ed è difficile vivere un fallimento vistoso come quello nostro». Una notte il trentaduenne regista carica sulla Mini Morris la moglie, i due figli, «allora ne avevo due», e fugge a Roma dove la madre gestisce una piccola pensione in via del Babuino e può dargli un riparo, forse una possibilità anche minimale di sopravvivenza. «Se non altro ero lontano dalla derisione e dagli sberleffi dei miei concittadini». Scopre una città straordinaria: «A Roma l’attesa e la vigilia», spiega, «sono condivise da tutti, e l’indifferenza nei tuoi riguardi è così assoluta che ognuno può coltivare un proprio sogno senza sentirsi colpevolizzato». Frequentava «soprattutto» le sale d’attesa delle produzioni cinematografiche, col suo copione sotto il braccio, e c’erano sempre i soliti che aspettavano assieme a lui: «Era un rito quotidiano partecipato e sopportabilissimo». In questo contesto, Avati, che in quel periodo scriveva su commissione sceneggiature «deprimenti» di cui si vergognava e firmava col nome della moglie (sorride), scrive per sé La mazurka del barone, della santa e del fico fiorone , pensando a Paolo Villaggio. L’aveva visto in televisione e gli sembrava l’attore più strepitoso, originale, innovativo del momento. «Propongo il film a Giovanni Bertolucci, il cugino di Bernardo, al quale mi aveva presentato Laura Betti, una sorta di grande mecenate, che nel suo salotto ti faceva conoscere tutto il cinema italiano soltanto perché eri bolognese come lei». L’idea è accettata. «Ma, dopo aver accolto con entusiasmo il progetto, Paolo scompare. Giovanni è lapidario: ”Se non c’è Villaggio, la Euro non ce lo fa fare. Bisogna che Paolo firmi ogni pagina del copione”. Un giorno d’agosto mia madre mi informa: ”Il Messaggero scrive che al torneo di tennis organizzato da Tognazzi a Torvaianica giocherà Villaggio”. Avati sale sulla sua Cinquecento, si arma di coraggio, va a Torvaianica, raggiunge il cancello della villa, suona: «Mi viene ad aprire un cameriere in livrea. Dico: ”Sono un amico di Paolo Villaggio, lo sto cercando”, e vengo ammesso. Entro in un grande giardino... piscine, campi da tennis...: c’era veramente tutto il cinema italiano. Individuo Paolo, mi avvicino, lui alza gli occhi al cielo, mi abbandono: ”Se non mi firmi tutte le pagine del copione, non riesco a fare il film”. ”Va be’, allora te le firmo. Metti il copione su quel mobiletto”. (Ugo, che non conoscevo, lo intravedo seduto al centro di un capannello di ospiti). Lascio il copione, convinto che non l’avrebbe mai firmato. E rientro a Roma, rassegnato al fatto che non sarebbe accaduto più nulla». Dopo 15 giorni, una sera Avati torna a casa dalle sue peregrinazioni e la moglie gli dice: «Ha chiamato Tognazzi da Parigi. E’ all’Hotel San Raphael». Pensa a uno scherzo: «Per molti anni ne ero stato vittima: specialmente a Bologna dove tutti mi chiamavo ”il regista”. Quando stavo al bar: ”Avati la vogliono al telefono da Roma, è De Laurentiis”, e dalla cornetta mi arrivavano le pernacchie» (sorride). Attraverso il centralino cerca comunque il numero dell’albergo, chiama: «Risponde Ugo. Non c’erano dubbi, era lui. Comincio a tremare: ”Sono Pupi Avati, so che lei mi ha cercato. Ma forse c’è un errore”. ”No. Non sei tu che hai scritto il copione La mazurka ...?”. ”Sì, perché?”. ””L’ho letto”. ”L’ha letto?”. ”Mi sembra divertente. Se vuoi ne possiamo parlare. Sei libero venerdì sera?”. Ero libero tutte le sere (ride) : ”Certo che sono libero”. ”Puoi venire a casa mia a cena? Porta anche tua moglie. Sai dove abito?”. ”Certo che lo so”". Il venerdì sera i coniugi Avati entrano nella villa di Torvaianica dove Tognazzi li aspettava con una cena tutta a base di fichi fioroni: dall’antipasto al dolce. «Mia moglie e io siamo entrati in una favola, con Ugo e Franca che si occupavano di noi come se fossimo le persone più apprezzabili e più care. Cosa era accaduto? La moglie avrebbe dovuto mettere nella valigia di Ugo un copione di un regista italiano, del quale non faccio il nome, che lui avrebbe dovuto leggere. Ma si era sbagliata: aveva preso quello mio, che Villaggio aveva lasciato lì senza firmarlo. Questo ha fatto sì...”. Tognazzi aveva interpretato Romanzo popolare di Mario Monicelli, che era stato il più grande successo della stagione, sottolinea: «Aveva incassato più di tutti gli altri attori, Sordi, Manfredi, Gassman, aveva il box office più alto dell’anno, era la vera star, e faceva, a percentuale, perché la Euro non credeva più di tanto nel copione, un film con uno come me che aveva due cadaveri alle spalle e non lavorava da quattro anni». Avati ricorda di aver girato La mazurka , a Cento, vicino Ferrara, in un clima di deferenza e di gratitudine assolute: «Ero in ginocchio, stupefatto. Fino all’ultimo non ho creduto che Ugo sarebbe venuto». Ha vissuto l’emozione di un fan più che di un regista, confessa: «Alla fine di ogni scena, invece di dire stop, dicevo grazie. Non c’è stata una sola volta che abbia azzardato: ”Possiamo rifarla, questa?”. Era lui che suggeriva: ”Forse può venire meglio”. ”No. Meglio di così non si può”. Lo stato di sudditanza psicologica era così assoluto che non posso dire che quel film sia mio: lo è in quanto mi ha poi dato l’opportunità di continuare a lavorare». Quando, nel tempo, è maturato come regista, diventando consapevole di quello che faceva, e ha trovato una sua identità, tantissime volte ha ricordato La mazurka come un’occasione mancata: per non aver saputo utilizzare la grande opportunità di avere un attore assolutamente straordinario e averlo soltanto osservato. «Pensavo di incontrarlo di nuovo, in una situazione completamente diversa, anche per potergli dimostrare che il regista un po’ l’avevo imparato a fare. E quando negli ultimi anni la stella di Ugo si è andata appannando, un giorno l’ho chiamato, le cose a me in quel periodo andavano molto molto bene, e gli ho detto: «Ugo ho in testa una storia per te», era il momento in cui il calcio stava passando dal romanticismo ai manager, e lui sarebbe stato l’interprete ideale di un personaggio del genere. Gliel’ho proposto e se n’è innamorato. Ho scritto Ultimo minuto per lui e su di lui. La sua interpretazione è stata esemplare. Franca Bettoia, quando cita un film che gli ricorda il marito, cita Ultimo minuto . Ho immaginato che sarebbe stato ripagato per la grande generosità che mi aveva dimostrato nel lontano 1973. Al contrario, il film non ha avuto nessunissimo successo e Ugo non ha avuto alcun premio. E’ l’ultima cosa importante, significativa, che ha fatto nella vita, purtroppo». Avati dice che il suo rammarico è di non aver avuto la capacità, la forza, o la fortuna, di ricambiare la grandezza d’animo di Tognazzi. «Gli sono stato molto amico, anche se non era facilissimo: parlava subito di sé in modo così privato che le persone rimanevano interdette, spiazzate. E molte giocavano in difesa, non replicavano con lo stesso grado di intimità. Con quelle chiudeva. Io l’ho ricambiato con la stessa moneta e siamo arrivati a un grado di sincerità estrema. La mazurka del barone, della santa e del fico fiorone è stato il film della svolta della mia vita: da agosto del 1973, inizio delle riprese, a oggi, non ho smesso mai di lavorare. Lo debbo alla grande generosità di Ugo. Non gli sarò mai sufficientemente riconoscente». Luigi Vaccari