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 2003  settembre 15 Lunedì calendario

Il cosone di Palazzo Madama che non piace a Calderoli, La Stampa, 15/09/2003 C’è qualcosa che non torna nella campagna che il vicepresidente del Senato Roberto Calderoli, esponente della Lega, cioè del partito «celodurista» per eccellenza, ha mosso contro l’«enorme simbolo anatomico» comparso al posto del busto di Einaudi in un luogo finora conosciuto come «Salone Garibaldi», cioè nel Transatlantico di Palazzo Madama

Il cosone di Palazzo Madama che non piace a Calderoli, La Stampa, 15/09/2003 C’è qualcosa che non torna nella campagna che il vicepresidente del Senato Roberto Calderoli, esponente della Lega, cioè del partito «celodurista» per eccellenza, ha mosso contro l’«enorme simbolo anatomico» comparso al posto del busto di Einaudi in un luogo finora conosciuto come «Salone Garibaldi», cioè nel Transatlantico di Palazzo Madama. Si tratta in realtà di una scultura dell’artista toscano Giuliano Vangi, un cilindro di legno rosa salmone alto più di due metri alla cui sommità prende corpo la testa e il volto di una donna, per giunta turrita. L’opera raffigura l’Italia e anche per questo d’ora in poi, ha spiegato il presidente Pera nello scoprire la statua il primo giorno di agosto, quel salone sarà chiamato «Salone Italia». Il ritratto di Garibaldi è stato infatti spostato in una sala appresso. Ma il punto è che a Calderoli la stele non piace proprio: «Un monumento al Viagra, un super-preservativo». è da un po’ che insiste, creando comprensibile imbarazzo nell’ufficio di presidenza. Fra i tanti senatori, neanche a farlo apposta, Calderoli risulta specialmente attratto dai più crudi risvolti di una politica, per così dire, genitale. L’anno scorso, contro gli stupratori, ha proposto la castrazione, neppure chimica: «Un colpo di forbice e il problema è risolto». è un personaggio spiccio, dentista a Bergamo, estimatore del sidro, autore di un’autobiografia intitolata Mutate mutanda; da sempre gli piace provocare, fino alle nozze con il rituale celtico. Ma è pur sempre vicepresidente del Senato, e la scorsa settimana ha anche promosso una raccolta di firme per rimuovere il «cosone». Ora, è pur vero che l’arrivo del supposto Priapo a Palazzo Madama rientra in un programma di abbellimento degli interni, animato per conto della presidenza da Ottaviano Del Turco. O almeno, in tale programma si colloca la movimentazione di busti e ritratti, oltre all’ingresso di una natura morta con zuppiere iperrealiste alla buvette. Che piace e non piace: in casi del genere è difficile accontentare i gusti di tutti. Ma una volta bollato in chiave di simbologia fallica, il maxi cilindro turrito rischia di oscurare ogni altra novità, dando vita a una grottesca disputa tra l’artistico e il sessuale, con le dovute implicazioni politiche all’interno delle istituzioni. Queste da sempre ospitano raffigurazioni in qualche modo collegate al sesso. A Montecitorio, per esempio, il fregio del Sartorio che sovrasta e circonda l’aula offre un trionfo di corpi nudi, pance, sederi, pose languide e abbandoniche in soggetti maschili e femminili che paiono piuttosto privi di freni inibitori. La spiegazione è che per via della fretta, l’artista si fece proiettare sulle pareti le diapositive con i volti dei malati di mente del Policlinico: il che spiegherebbe l’intensa drammaticità di quegli sguardi. E se pure la Pivetti compare oggi sui rotocalchi strizzata, leopardata e fetish, nella sua fase di ultrà della pudicizia licenziò dal suo studio di presidente una Venere, ovviamente nuda, che se ne stava lì tranquilla da decenni. Però. Ammesso e non concesso che la statua del Maestro Vangi (che è uno scultore rinomato e ha un museo tutto per sé in Giappone) sia assimilabile a Priapo, la questione va al di là del sesso. In questo il celodurismo leghista di Calderoli, che non è esattamente un critico d’arte, fa corto circuito. Forse è la vita pubblica che, inconsapevolmente, ritorna ai totem primordiali. Figlio di Bacco e di Venere, Priapo garantiva la fertilità e funzionava contro il malocchio. Sterile e un po’ iellata, l’odierna politica potrebbe addirittura avvantaggiarsene. Resta solo da chiedersi se Fanfani e l’incolpevole Einaudi si sarebbero mai cacciati in un impiccio del genere. Filippo Ceccarelli