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 2003  settembre 13 Sabato calendario

L’elogio del pallonetto secondo Adriano Sofri, La Gazzetta dello Sport, 13/09/2003 L’ultimo messaggio di Davide, il volontario che tiene i contatti col mondo di fuori, era stato chiaro: «Adriano ci teneva a dirvi che lui di calcio non capisce un tubo»

L’elogio del pallonetto secondo Adriano Sofri, La Gazzetta dello Sport, 13/09/2003 L’ultimo messaggio di Davide, il volontario che tiene i contatti col mondo di fuori, era stato chiaro: «Adriano ci teneva a dirvi che lui di calcio non capisce un tubo». Cominciamo bene. Adesso, superati cinque cancelli, una guardiola, un cortile, due anticamere, Adriano Sofri, 61 anni, da sette nel carcere di Pisa, vestito d’azzurro e più giovane d’aspetto della sua età, ci viene incontro e ripete la solfa: «Non ci capisco un tubo». Perfetto, non si poteva chiedere di più. Legga qui - diciamo - è un articolo dell’anno scorso, tempo di Mondiali, l’ha scritto lei: «Bisognerebbe non capirne niente, guardare una partita come una cavallina al pascolo guarderebbe una battaglia campale». «Magari fossi una cavallina... Ma, di certo, guardo il calcio con lo stesso occhio straniato col quale, in un racconto di Tolstoj, una cavallina, appunto, osserva la battaglia che infuria intorno a sé. Ecco, io penso che o si è davvero competenti, oppure l’aspirare ad avere un occhio che emuli la competenza sia una perdita gravissima. E questo vale anche per chi si fa una partita e ritrova il gusto di correre dietro al pallone, invece di rimproverarsi per non aver mantenuto la posizione strategica. Ho giocato a palla da bambino e ho ricominciato in età avanzata perché mi hanno messo in galera: questo mi ha restituito una specie di diritto all’ingenuità calcistica, dunque ogni volta che vedo una partita rovinata dall’ambizione tecnica, dal napoleonismo che pretende di controllare ciò che succede in campo, ripenso che in particolare le gare più travolgenti, quelle che segnano i destini delle nazioni, come avviene ai Mondiali, andrebbero guardate con gli occhi della cavallina e giocate con le sue zampe. Troppo serio tutto ciò?». Beh, abbastanza. Ma i colpi che si sentono sul muro sono quelli di un pallone? «Sì, si gioca tra l’una e le tre. Il calcio qui dentro è qualcosa di importantissimo. Un giorno tocca agli imputati, l’altro ai condannati. Oggi agli imputati e io riposo. Gioco molto e tutti si chiedono sempre fino a quando, che cosa farebbe Trap al posto mio qui, perché ho 61 anni appunto e lui pochi di più. Non credo che siano in tanti a giocare con la mia determinazione suicida, anche in questo agosto non ho mai rinunciato a farlo, una cosa da pazzi». Da pazzi o da bimbi. «Certo, ma il carcere è un luogo di infantilizzazione forzata, nel senso che ti costringe alla stupidità. Si può reagire tenendosi in disparte, o scegliere di tornare bambini. Non so se succede a tutti, ma quando pensai per la prima volta a come sarei invecchiato, cominciai a chiedermi quando avevo fatto l’ultima partita. Da giovane facevo tanto sport, ciò mi è giovato qui dentro. Uno che abbia fatto sport da ragazzino, poi se la cava in galera se lo arrestano una trentina d’anni dopo. Basket, baseball, nuoto, gioco bene a ping pong e mi spiace non poter mostrare la mia bravura a calciobalilla. Uno va in galera e allora, prima rivede una quantità di cose che ha fatto per l’ultima volta. Per esempio, l’amore. Poi, però, gli rimane ancora una cosa da poter decidere: quando potrà fare la sua partita d’addio, come Maradona, solo che lui ne fa di continuo, no? Il calcio per noi detenuti è un’occasione di competizione omerica, vedi mischie nella quale le persone si buttano con un investimento fisico e morale, al tempo stesso eroico e infantile. Ciò ha una gran quantità di rischi, dovete tenere conto che tutte le ragioni di campanile che spesso rendono odioso il calcio se tramutate in una guerra per bande, qui sono moltiplicate, perché non c’è una gara che non sia internazionale. Oggi, comunque, sono i maghrebini i più bravi, giocano un calcio più gratuito e artistico, hanno persino quel gusto che una volta attribuivamo quasi solo ai brasiliani: rinunciare al gol per un altro dribbling. Agli italiani, invece, interessa solo segnare, giocare bene è diventato quasi un handicap » . Questo anche fuori... «Lo penso anch’io, seppure sia una generalizzazione. Naturalmente, l’idolo di questi ragazzi è stato Zidane. Ero qui quando la Francia vinse il Mondiale e si capiva cosa volesse dire per loro un simile talento. Quale idea di riscatto incarnasse per loro, i quali arrivano quasi sempre già tifosi di un’italiana e poi qui diventano ultratifosi». Qual è la squadra più amata? «La Juve e tutti qui dicono che vincerà anche quest’anno. Ma l’Inter e il Milan vanno ancora forte. Poi ci sono squadre che proprio perché proverbialmente sfortunate fanno simpatia. Una specie di compiacimento vittimistico che il calcio esalta sopra ogni altra disciplina. In questo l’Italia è formidabile. E Napoli è la città in cui questa autoflagellazione ha raggiunto livelli d’arte. Una volta partecipai a una cena di Natale, della Caritas mi pare. Un prelato chiedeva a un senzatetto della sua vita e questi dopo avergli raccontato le proprie vicissitudini, aggiunse: ”E sono pure tifoso del Napoli”. Questo spirito oggi è essenzialmente trapassato all’Inter». La squadra per cui dovrebbe tifare lei, visto che ripete spesso di aver simpatia per le perdenti. «L’Inter non è una perdente, è una che arriva seconda e dovrebbe esserne contenta. Conosco una sola situazione agonistica in cui arrivare secondi è peggio di tutto: il Palio di Siena. Mentre a me pare che arrivare secondi sia una cosa fantastica. Ho simpatia, invece, per l’Empoli quando perde 5-1. Ormai sono diventato così moderato, da rimpiangere i pareggi. Non capisco la denigrazione dei pareggi, soprattutto quei generosi 2-2, 3-3». A proposito di Inter, dicono sia di sinistra. Forse per contrapposizione al Milan berlusconiano? «Non credo all’identificazione tra calcio e politica. è stata molto vera in passato, quando era importante persino l’identificazione territoriale, che giocassero calciatori nati in quel posto lì. Ma oggi tutto questo mi sembra privo di ogni interesse. E nemmeno l’idea che ci sia una destra vincente e una sinistra vocata alla sconfitta regge». Ricorda l’ultima volta in uno stadio? «Andai in anni non recenti, perché niente è recente nella mia vita, diciamo 15 anni fa, a vedere una gran partita della Juve, ma non ricordo più quale. Il mio vero precedente è un altro, però. Risale al ’68, il Pisa promosso in A esordiva in uno stadio rinnovato, ma in città c’erano anche fortissime lotte operaie alle quali partecipavo. Per inaugurare lo stadio lavorarono fino a notte e lo ricordo perché io e altri tre aspettammo che finissero, poi ci introducemmo nello stadio, estirpammo una porta e la trasportammo fuori. Tutto questo con enorme fatica, perché non sapevamo che i pali avevano un’anima di ferro ed erano fissati al suolo col cemento. Si avvicinava l’alba ed eravamo esausti, così la buttammo in un canale che scorre vicino lo stadio. E tutto questo per sollevare l’attenzione sulla lotta operaia. Il giorno dopo entrarono le squadre in campo e solo allora si accorsero che mancava una porta. La ritrovarono quasi subito e l’espediente che fu usato per anestetizzare il valore del nostro, diciamo così, attentato fu che era stato uno scherzo dei livornesi». Facciamo il nome di alcuni giocatori? Per esempio, Del Piero. «Mi sembra così pieno di talento e, poi, a volte così prevedibile nella conversazione che ci rimango un po’ male. Ma se uno cammina sul filo tra due grattacieli, non puoi poi pretendere che ti parli di filosofia a cena. Resto affezionato a Baggio. è facile dire chi non è il mio tipo. Ahimè, non è lo è Vieri. Mi fa simpatia, ma lo vedo come Aiace, uno che dispone di tanta forza di cui però gli è stato tolto il controllo. Qui dicono che è il più grande centravanti del mondo, ma non è il mio tipo ed immagino che io non sia il suo». Ha parlato bene di Totti, una volta. «Visitò Regina Coeli e disse che senza il calcio, magari anche lui sarebbe stato lì. Io pensai: e poi dicono che non è bravo di parola. Lui è la dimostrazione che esiste davvero il talento, quando gioca come sa fare, è come assistere al concerto di un grande musicista». Com’è la domenica qui? Non vedete le partite, perché non esiste la pay tv, vedete spezzoni di calcio e di vita. «è la radio il nostro modo di vivere il calcio. Resto nella mia cella e mentre leggo o vedo un film, sento il grido dell’intera sezione e ho il tempo di sintonizzarmi e di vedere il replay. Io qui non perdo mai un gol. In quelle domeniche ho pensato spesso di scrivere un elogio sul pallonetto, ma tale saggio avrebbe indubbie implicazioni politiche. Io sono sempre più avverso ai calci di rigore e più favorevole ai pallonetti, in politica s’intende». Chi è il più bravo a fare i pallonetti? «Era bravissimo Aldo Moro. Penso che se si potesse spingere Bush a leggere tre volte un saggio sul pallonetto sarebbe utile per le sorti del mondo». Ha scritto che avrebbe tifato Fiorentina perché, toccato il fondo, aveva avuto la possibilità di ricominciare. Poi è stata riabilitata, anche in modo fortunoso. Lei, però, non accetta di essere come la Fiorentina, le danno la possibilità di tirare un rigore (la richiesta della grazia), ma si rifiuta di farlo. «Premetto: non nobilitiamo troppo la mia situazione, perché nessuno mi ha dato nessuna possibilità. E questo sia chiaro. Al di là di ciò, però, credo che il massimo che ci si possa aspettare da una vita generosa sia di tirare a lato un calcio di rigore decisivo, eppure in modo che nessuno si accorga che hai proprio voluto calciare fuori". Massimo Arcidiacono