[1] Stefania Tamburello, ཿCorriere della Sera 19/9/2003; [2] Elena Polidori, ཿla Repubblica 19/9/2003; [3] Stefano Lepri, ཿLa Stampa 19/9/2003; [4] Stefano Lepri, ཿLa Stampa 17/9/2003; [5] Gianfranco Modolo, ཿla Repubblica 19/9/2003; [6] Ruth Bersche, 19 settembre 2003
APERTURA FOGLIO DEI FOGLI 22 SETTEMBRE 2003
Le innegabili asimmetrie di un’Europa che non corre,
La ripresa economica sta finalmente arrivando, ma non in Europa. Kenneth Rogoff, capo economista del Fondo Monetario Internazionale, la settimana scorsa all’assemblea annuale di Dubai: «Se qualche europeo volesse vederla dovrebbe accontentarsi di guardare la televisione». [1] L’ultimo World Economic Outlook dell’Fmi stima per Eurolandia una crescita 2003 dello 0,5 per cento (l’1,9 nel 2004); gli Usa cresceranno del 2,6 per cento (3,9); i paesi asiatici in via di sviluppo del 6,4 (6,5). [2] «Una crescita sbilanciata è meglio di nessuna crescita» (Rogoff). [3]
Negli Usa c’è una gran voglia di essere ottimisti, non sempre giustificata dalle cifre. [4] La ripresa americana è caratterizzata da un forte calo dei posti di lavoro (3 milioni quelli persi dall’industria negli ultimi 5 anni) a causa delle ristrutturazioni aziendali, dell’aumentata produttività, del trasferimento di attività all’estero. In questo momento, però, gli investitori badano ad altri elementi, quali il basso costo del danaro e del petrolio e la ritrovata redditività delle aziende. [5]
La ripresa Usa non trascinerà con sé il resto del mondo. L’euforia degli anni ’90, quando il boom nacque dal «dividendo della pace» (la fine della guerra fredda), non si ripeterà: a fronte delle accresciute tensioni geopolitiche, sarebbe stata utile una spinta verso l’espansione dei commerci, ma la «tragedia» del fallimento dei negoziati commerciali di Cancun ha tolto molto speranze. In più, la ripresa americana, finora vigorosa («la migliore che ci si potesse aspettare») «è realizzata dando in pegno la crescita futura» ossia a prezzo di enormi deficit di bilancio (4,2 per cento del pil quest’anno, 4,7 il prossimo) causati soprattutto dalla spesa militare. [3]
Nel 2003 l’Italia crescerà dello 0,4 per cento (l’1,7 nel 2004, stima Fmi). Gli altri Paesi europei non stanno meglio, eccezioni la Spagna e la Grecia (effetto Olimpiadi) e, fuori dall’eurozona, la Gran Bretagna. La Francia crescerà solo poco di più, la Germania ancora meno. Non vanno meglio i conti economici. L’Italia «si avvicinerà» (in negativo) ai suoi due partner «nonostante le misure una-tantum»: il rapporto deficit-Pil 2003 per l’Fmi sarà del 2,8 per cento. [1]
Se c’è un ”fanalino di coda” nell’area euro è (da un decennio) la Germania. Siccome è il Paese più grande, rappresenta un fardello per tutti gli altri. Le recenti iniziative del governo tedesco «sono incoraggianti, pur se occorre andare molto oltre». [3] Gerhard Schroeder spiega che «il Patto per l’euro si chiama Patto di stabilità e di crescita, non solo di stabilità», ovvero lo sforamento del rapporto deficit/pil può essere accettato in «circostanze straordinarie e particolari»: «Una stagnazione della crescita economica che dura ormai da tre anni non rappresenta forse una circostanza straordinaria? [...] Nella situazione attuale, dovremmo chiederci analogamente agli economisti francesi e inglesi se un deficit superiore temporaneo non sia da preferire ad un consolidamento che paralizza ogni tendenza alla ripresa». [6]
La Francia sta un po’ meglio della Germania, ma la recente riforma delle pensioni, approvata nonostante le proteste, eliminerà solo due quinti del futuro effetto sui bilanci pubblici dell’invecchiamento della popolazione. [3] Chirac, convinto che «l’Europa non può aspettare la crescita: deve cercarla», ha i suoi critici anche in patria: il saggista liberale Nicolas Baverez, allarmato da deficit pubblico fuori controllo, disoccupazione al 10 per cento, crescita zero, impoverimento sociale e declino internazionale, invoca terapie choc, «sul genere di quelle attuate da de Gaulle nel ’58». [7]
Francia e Germania vogliono lanciare insieme un programma di investimenti per qualche miliardo di euro in tecnologie di punta, telecomunicazioni e infrastrutture per rilanciare la congiuntura nei due paesi e farli tornare locomotive della Eurozona. I cardini del piano franco-tedesco (dieci progetti) sono: investimenti nelle telecomunicazioni a banda larga e in internet della terza generazione, grandi opere nell’alta velocità ferroviaria, più fondi per la ricerca scientifica e l’alta tecnologia. Il rigore finanziario passa in secondo piano. [8]
’Stanze dei bottoni” si chiamavano un tempo i luoghi di governo. Mario Deaglio su ”La Stampa”: «Dalla sua scrivania, il ministro schiacciava il bottone e otteneva risultati. In questa tormentata stagione di leggi finanziarie, a Parigi, a Berlino e, naturalmente, anche a Roma, governanti di diverse convinzioni politiche si trovano alle prese con la medesima realtà: i ”bottoni” della finanza pubblica non funzionano più». [9]
Le leggi finanziarie dell’autunno scorso erano state costruite in previsione di una crescita europea progressivamente accelerata nel corso del 2003. Deaglio: «L’economia avrebbe quindi pagato maggiori imposte e così compensato le maggiori spese che i governi avevano messo in cantiere. L’economia europea ha invece rallentato ed è ora sostanzialmente ferma. Le maggiori imposte non sono state incassate, le maggiori spese sono invece state effettuate e tutti i governi si trovano alle prese con un ”buco fiscale” che aumenta ogni mese che passa». [9]
Aumentando le imposte, si rischia una riduzione di consumi e investimenti, ossia di deprimere ulteriormente l’economia. Deaglio: «Si potrebbero far debiti, da ripagare con il maggior introito fiscale derivante proprio dalla nuova crescita. Ma qui interviene il ”patto di stabilità” che intima a tutti i Paesi dell’euro (e soprattutto all’Italia che ha già un debito elevatissimo) di non superare una soglia di debito piuttosto bassa. Si cercano allora affannosamente soluzioni non tradizionali, si sollecitano cioè pagamenti che i contribuenti effettuino volentieri perché non hanno il sapore delle imposte, come i ”condoni fiscali”, il ”condono edilizio” e altri provvedimenti ”una tantum” [...]». [9]
I governi paiono impotenti, il timone resta bloccato. Per sbloccarlo occorre allentare il ”patto di stabilità”. Deaglio: «Ne soffrirebbe l’euro? Probabilmente assai poco perché il dollaro è strutturalmente debole e il deficit americano è ancora peggiore dei nostri. Senza questo allentamento, nessuno ci salva dai condoni e dalla stagnazione». [9]
Il Pil tedesco è circa il doppio di quello italiano, quello francese supera il nostro di un abbondante terzo. Alfredo Recanatesi su ”La Stampa”: «Quando si ragiona in termini di percentuale di Pil, come si è soliti fare quando si parla di parametri europei e di patto di stabilità, queste precisazioni sono necessarie per cogliere il senso compiuto di quanto sta accadendo. [...] Dopo le professioni di fede sulla validità e sulla immodificabilità del patto di stabilità che regola la convivenza dei dodici Stati sovrani nella comune area dell’euro, quel patto è stato superato, nel senso almeno che alcuni Paesi - non a caso i due più pesanti e influenti dell’area - di fatto hanno ottenuto licenza di trasgredirlo senza incorrere nelle previste sanzioni e senza ricevere neppure un richiamo [...]». [10]
La sorprendente transizione dal rigore della teoria dichiarata al permissivismo della prassi applicata. Recanatesi: «Tutto questo è opinabile non perché debba essere difeso un patto che è stato criticato fin dal suo nascere per la sua grossolanità, ma perché si sta determinando di fatto una iniqua, e anche un po’ ipocrita, asimmetria nella sua applicazione. Con il Portogallo, infatti, sono stati usati ben altri criteri di valutazione, e anche con l’Italia l’atteggiamento sarebbe ben diverso [...] ».[10]
L’asimmetria è innegabile. Recanatesi: «[...] I disavanzi francese e tedesco - sostengono a Bruxelles - si aggiungono a uno stock di debito che si aggira attorno al 60 per cento del Pil, mentre il disavanzo dell’Italia si aggiunge a un indebitamento ancora superiore al 100 per cento del Pil. L’argomentazione non è convincente. Il motivo per cui lo squilibrio di un Paese può preoccupare i partner è che deve essere finanziato sul comune mercato dell’euro [...]. Lo stock del debito a questo fine non ha rilevanza poiché non incide sulla domanda e sull’offerta di capitali, ma è un problema nazionale perché determina un maggior onere corrente nel caso di un aumento dei tassi». [10]
Un punto di Pil tedesco vale due punti di Pil italiano, un punto francese 1,4 punti italiani. Recanatesi: «L’eccedenza di un punto di Pil nei disavanzi di Francia e Germania richiede quindi un finanziamento complessivo di (24 + 16) 40 miliardi di euro che, ovviamente, peserà su tutto il mercato dell’euro e, dunque, soprattutto sull’Italia a motivo del suo alto debito e di una spesa per interessi particolarmente esposta al rialzo dei tassi. Per contro, all’Italia non verrebbe consentito ciò che viene consentito a Francia e Germania, anche se il finanziamento di un punto di Pil italiano pesa sul mercato dell’euro per soli 12 miliardi. [...] Da una divisione tra figli e figliastri l’Europa non ha nulla, ma proprio nulla da guadagnare». [10]
Non si illudano quanti ritengono che il cambio della guardia ai vertici della Bce, che avverrà il primo novembre prossimo, apporti modfiche sostanziali all’attuale politica monetaria continentale. Gianfranco Modolo su ”Affari & Finanza”: «Il nuovo presidente, il governatore della Banque de France Jean-Claude Trichet ha già chiarito che ”il patto di stabilità e di crescita va applicato così com’è e tutti gli Stati aderenti devono assumersi le proprie responsabilità”. [...] Trichet non avrà vita facile e a rendergliela dura saranno proprio francesi e tedeschi, quelli che lo appoggiarono con decisione nel gettare le basi del Trattato di Maastricht. Ironia della sorte, proprio questi due paesi che dieci anni fa timorosi delle spese folli degli altri Stati membri dell’Unione Monetaria (Italia e Grecia in testa) imposero limiti ai deficit (non dovevano superare il 3 per cento del Pil, pena sanzioni pecuniarie) oggi li stanno sforando alla grande». [11]
Intanto, la Svezia ha detto no all’euro. Marcello Foa su ”il Giornale”: «La Svezia ha votato no perché ha ritenuto poco attendibile non il progetto dell’euro in sé, ma il modo in cui è stato gestito finora. Che autorevolezza ha l’Unione europea che si ostina a registrare tassi di inflazione attorno al 2,5 per cento quando in realtà i prezzi al consumo sono saliti almeno del 15-20 per cento? E dove due Paesi – Francia e Germania – chiedono disinvoltamente di violare le severe regole finanziarie (peraltro discutibili) che loro stesse quasi 15 anni fa hanno imposto ai partner». [12]
In risposta al no svedese, c’è chi sta considerando l’idea dell’Europa a due velocità, cioè un complesso sistema in cui paesi diversi adottano politiche comuni in certe aree ma non in altre, un sistema che in qualche misura già esiste. Alesina: «Il problema è che spingere ancor di più l’Europa verso un sistema a più velocità in un’Europa a 25 o più Paesi, crea ulteriore confusione [...]. L’Europa a più velocità non serve: serve un’Europa a velocità prudente per tutti, cioè un processo che tenga conto delle volontà dei cittadini europei di mantenere differenze tra politiche nazionali. L’errore più grave che l’Europa può fare è di correre troppo (anche a velocità diverse) e poi dover fare brusche frenate che potrebbero far deragliare l’intero convoglio con dolorose perdite di vagoni». [13]
Per la prima volta in molti anni, oggi vi è una possibilità concreta che l’economia europea si riprenda. Le condizioni per una ripresa ci sono, inclusa la prospettiva di una rapida crescita dell’economia americana nel 2004. Che cosa può andare storto? Francesco Giavazzi sul ”Corriere della Sera”: «Il pericolo maggiore è un boomerang politico che fermi le riforme. Come ha detto il ministro dell’Economia tedesco Wolfgang Clement: ”Se l’economia non cresce e la disoccupazione rimane elevata, fare le riforme prima o poi diventa impossibile”». [14]