Jacopo Iacoboni La Stampa, 11/09/2003, 11 settembre 2003
Il bello di fare un quotidiano comunista e «di lusso» con la pubblicità dei motoscafi, La Stampa, 11/09/2003 C’è un imprenditore che dice «anche i comunisti hanno il diritto di vivere nel lusso», mangia ostriche ma alla festa di ”Liberazione”, costruisce barche da centocinquantamila euro e le pubblicizza sul ”manifesto”: come recita la manchette pubblicata il 7 settembre, ecco a voi «il motoscafo di riferimento» (per i pronipoti di Marx)
Il bello di fare un quotidiano comunista e «di lusso» con la pubblicità dei motoscafi, La Stampa, 11/09/2003 C’è un imprenditore che dice «anche i comunisti hanno il diritto di vivere nel lusso», mangia ostriche ma alla festa di ”Liberazione”, costruisce barche da centocinquantamila euro e le pubblicizza sul ”manifesto”: come recita la manchette pubblicata il 7 settembre, ecco a voi «il motoscafo di riferimento» (per i pronipoti di Marx). Ci sono dei lettori che s’indignano. C’è un «quotidiano comunista» che, quasi liberista, li fredda: «Le vie della pubblicità sono infinite». Scusate, nell’era Duemila i comunisti non s’erano conquistati il diritto di esser ricchi? Martedì mezza pagina delle lettere del quotidiano di via Tomacelli era occupata dall’evidentemente non sorpassata questione, capace di scomodare Weber, «l’etica della pubblicità», il futuro del comunismo e oltretutto un pugno di lettori arrabbiati. Max: «Sarei curioso di sapere quali sono, fra di noi, i potenziali clienti della ditta che produce motoscafi. Non mi scandalizza trovare una tale pubblicità sul manifesto, ma muoio dalla curiosità di sapere cosa passa per la mente dell’inserzionista». Aldo: «Il nostro target è così alto da giustificare una pubblicità simile, o l’inserzionista è un compagno che sbaglia?». Andrea: «Dateci una spiegazione, perché è impossibile che una ditta che fabbrica i motoscafi per una ricca élite metta la sua inserzione ogni giorno su il manifesto. Vi sembra normale?». Ora, il punto non è che alla redazione, moderna e naturalmente smagata, tutto questo pare normalissimo. Guardate la triplice risposta siglata «r.c.» (Roberta Carlini?): «Caro Aldo, presumo che l’inserzionista sia in qualche modo ”un compagno”, ma perché dire ”che sbaglia”?». Oppure: «Possiamo escludere che uno sulle decine di migliaia dei nostri lettori si appassioni al motoscafo?». O ancora, onestissima professione di fede radical chic: «Un giornale come il nostro, a sua volta, è un bene di lusso; un ecologico pedalò, ma di lusso». Il punto è che una fetta di opinione pubblica di sinistra si ritrova a fare, un paio di anni dopo, una battaglia finora combattuta da giornali filoberlusconiani: erano stati loro - ricordate le scarpe di D’Alema, o il diciotto metri di cui il presidente è comproprietario? - a tornare a porsi la domanda sui comunisti ricchi. Adesso, quei lettori potreste liquidarli come comunisti vetero. Oppure prenderli sul serio, e se è così meritano anche la risposta dell’interessato. Sentite allora lui, l’imprenditore, e la fenomenologia del motoscafo gauchiste che tratteggia. Carlo Marchiolo è un industriale di anni 62, è nato a Reggio Calabria da papà magistrato dunque dice «figuratevi se posso stare con chi attacca tutti i giorni i giudici», un tempo faceva corse nautiche, ora costruisce barche pregiate (non le più costose sul mercato) che potete trovare soprattutto tra i cantieri di Fiumicino e il molo di Cala Galera, Porto Ercole. uno attaccato dalla destra con articoli intitolati «Le chiglie di sinistra» (due protagonisti: lui e D’Alema, che però non conosce «di persona»), uno che alla domanda «è comunista?» risponde «nella mia mazzetta ci sono anche ”il manifesto” e ”Liberazione” perché credo servano a farsi un’idea più complessa e libera del momento politico attuale», uno tanto scrupoloso da ammettere «certe volte sì, mi sento pure colpevole a fare motoscafi...». Poi però «mi convinco che non faccio nulla di male»; e chissà se le sue risposte fugano i dubbi, mettono in pace i moralismi, acquietano le ansie dei lettori «sull’etica della pubblicità e il comunismo». Queste risposte. Uno: «La mia azienda ha 32 dipendenti, tutti in regola. Tra di loro ci sono molti neri, Gabon, Senegal, Sierra Leone, tra l’altro tutti gli extracomunitari sono di sinistra mentre gli italiani votano per il Polo. Ecco, i miei operai mi hanno rimproverato quando hanno visto le pubblicità, hanno avuto paura che non si vendesse più una barca. E se non vendo io, va male anche a loro». Due: «In fondo anche il manifesto è un giornale elitario, se fosse una barca sarebbe un gommone lussuoso di cinque metri. Ma non è vero, come ha scritto qualcuno, che questi giornali li finanzio». Tre: «I motoscafi che produco riflettono un po’ le mie idee, sono ecologici, sono politicamente corretti, hanno motori piccoli, inquinano poco, non usano legni pregiati, non hanno moquette, non sono volgari e appariscenti, non sarebbero adatti a ospitare signorazze ingioiellate...». Oltretutto, non crediate che la pubblicità lo aiuta a vendere di più, «le trenta-trentacinque barche che facciamo ogni anno sono spesso già prenotate ed esaurite dall’anno prima, di solito ho molte più domande di quante possa soddisfare...». etico? Comunista? Capitalista ma con il «volto umano»? Un anno fa l’imprenditore era andato a una festa di Rifondazione sotto striscioni simpatizzanti tipo «i lavoratori hanno diritto a tutto, anche al lusso», oppure «ostriche, champagne e musica per tutte e per tutti». E la sua eccezionale vita non sarà una «chiglia di sinistra» e neanche un film di Ken Loach, ma almeno l’evoluzione postmoderna e finalmente antimoralistica di un comunista che non trova nulla di male a volere il pane ma anche le rose. Jacopo Iacoboni