[1] Enzo Bettiza, ཿPanorama 11/9/2003; [2] Lucio Caracciolo, ཿl’espresso 18/9/2003; [3] ཿl’espresso 18/9/2003; [4] Michele Giorgio, ཿil manifesto 11/9/2003; [5] Aldo Baquis, ཿLa Stampa 12/9/2003; Guido Olimpio, ཿCorriere della Sera 12/9/2003; Albert, 11 settembre 2003
APERTURA FOGLIO DEI FOGLI 15 SETTEMBRE 2003
Per liberarsi di Arafat serve un blitz o basta l’anagrafe?,
«La road map, la famosa carta della pace garantita dall’America, dall’Europa, dalla Russia e dalle Nazioni Unite, è ormai un pezzo di carta straccia» (Enzo Bettiza, ”Panorama”). [1] «Nell’astratta visione di Bush e, soprattutto, dei suoi consiglieri neoconservatori, dalla vittoria militare in Mesopotamia sarebbe scaturito un rivolgimento positivo in tutto il Medio Oriente. A cominciare dai Territori occupati. Per ora non è così. Anzi, in Palestina e in Israele è il contrario. Le difficoltà americane in Iraq sono interpretate sia dai palestinesi che dagli israeliani come il segno della relativa impotenza di Bush, incapace di arbitrare il loro conflitto» (Lucio Caracciolo, ”L’espresso”). [2]
Quando Abu Mazen aveva negoziato la tregua con Israele, l’ufficio politico di Hamas l’aveva sottoscritta. Le pressioni saudite e del Kuwait, grandi finanziatori dell’organizzazione, e l’isolamento in cui si trovava tra i palestinesi, avevano avuto il loro effetto, e dal momento della firma della tregua erano trascorsi 52 giorni senza azioni di kamikaze. Poi, l’uccisione a Gaza di Ismail Abu Shanab, colui che l’aveva fatta accettare, ha rimesso tutto in discussione e innescato le vendette: il 19 agosto un terrorista s’è fatto saltare su un bus a Gerusalemme; Abu Mazen ha congelato i fondi di 10 Ong legate ad Hamas, ma Israele ha insistito: i terroristi vanno disarmati. [3]
Vendetta dopo vendetta, rappresaglia dopo rappresaglia... Michele Giorgio su ”il manifesto”: «A pagare sono i civili delle due parti, vittime di uno scontro non più tra israeliani e palestinesi ma tra il governo di estrema destra guidato da Ariel Sharon e Hamas. Il movimento islamico si sta trasformando nell’angelo di una vendetta che non libererà o darà l’indipendenza al popolo palestinese. Così come la vendetta di Stato del governo Sharon non porterà ai civili israeliani la sicurezza che cercano». [4]
La Road Map era un prodotto americano, approvato da russi, europei e Onu (per quel che vale), ma non dai diretti interessati. Caracciolo: «Né Sharon né tantomeno Arafat - peraltro nemmeno interpellato - avevano dimostrato entusiasmo per un piano comunque preliminare e vago, volutamente ambiguo e non dettagliato. Quanto ad Abu Mazen, la sua già esigua popolarità in campo palestinese è stata travolta dall’infernale meccanismo semiautomatico strage-repressione-strage, dalle gelosie dello stesso Arafat e dall’islamismo estremista di Hamas e delle altre formazioni armate. Finché il vecchio presidente manterrà il controllo delle forze di sicurezza e della cassa [...] nessun primo ministro potrà disporre degli strumenti per fare la pace». [2]
Il comitato per la sicurezza israeliano, la settimana scorsa, ha deciso «in linea di principio» di costringere Yasser Arafat a prendere la via dell’esilio (è «un ostacolo assoluto al processo di riconciliazione tra Israele e i palestinesi»). Il dibattito è durato ore, mentre reparti d’élite dell’esercito prendevano il controllo del ministero della Cultura, davanti alla Mukata (il quartier generale di Arafat a Ramallah). Migliaia di palestinesi hanno manifestato il proprio sostegno al presidente». [5]
Da molti mesi, dopo ogni attentato terroristico, si levavano voci che chiedevano l’allontanamento del Presidente palestinese. Franco Venturini sul ”Corriere della Sera”: «Sharon aveva sempre preso tempo, temendo di scontentare l’alleato americano e ancor più di concedere l’aureola del martire al suo nemico storico. Ma ora le stragi rivendicate da Hamas (che Gerusalemme attribuisce comunque alla responsabilità di Arafat), e nel contempo la palese azione di disturbo condotta dal rais nei confronti dell’ex premier Abu Mazen e della Road Map, hanno indotto la maggioranza dei ministri israeliani a rompere gli indugi». [6]
Il primo a dire no all’espulsione di Arafat è stato Jacques Chirac. Contrari anche gli Usa. Richard Boucher, portavoce del Dipartimento di Stato: «Non crediamo che riservare l’espulsione al signor Arafat possa migliorare in quasiasi modo la situazione, servirebbe solo a dare ad Arafat un palcoscenico più grande». Il presidente egiziano Hosni Mubarak: «Solo Arafat ha l’esperienza e le conoscenze necessarie per frenare il terrorismo e qualsiasi primo ministro palestinese senza il suo aiuto non avrà alcuna possibilità di successo. L’espulsione sarebbe un errore madornale». [7]
Arafat è il presidente eletto. Il ministro degli Esteri francese de Villepin: «Sappiamo quale simbolo sia per la sua gente. Impossibile non tenerne conto. Si creerebbe una linea di frattura gravida di conseguenze». [8] Il ministro degli Esteri israeliano Shalom: «Ci sono situazioni nelle quali si devono prendere decisioni senza considerare le influenze esterne». [9]
L’uscita di scena di Arafat serve al governo israeliano per impedire la nascita di uno Stato palestinese sovrano? Giorgio: «La sua eliminazione cancellerebbe un pezzo di storia e favorirebbe l’ascesa di ”nuovi leader” palestinesi, appoggiati da Israele e Usa, decisi a rinunciare a gran parte dei diritti del loro popolo che pure sono sanciti dalle risoluzioni Onu». [4]
Arafat è sopravvissuto a tutti i compagni che con lui, 40 anni fa, cominciarono il cammino nell’Olp. Gigi Riva su ”L’espresso”: «Ma c’è una battaglia di potere che Yasser Arafat, 74 anni, non può vincere nemmeno all’interno di un popolo, il suo, che gli ha sempre riconosciuto il ruolo di rais, capo, condottiero, leader induscusso: quella dell’anagrafe. Avanza una nuova generazione di quaranta-cinquantenni, gente che non ha conosciuto il peregrinare in diaspora tra un Paese arabo e l’altro, che ha studiato negli Stati Uniti invece che in Unione Sovietica come i predecessori, che ha meno ideologia e più pragmatismo, che è davvero interessata a percorrere la faticosa strada della Road map. E che oggi si trova il cammino ingombrato dall’enorme macigno rappresentato dal Padre (come i palestinesi chiamano Arafat), ma che deve, metaforicamente, uccidere il padre per affermare la svolta». [10]
I candidati alla successione di Arafat sono tanti. Tra loro Salam Fayyad, 51 anni, ministro delle Finanze di Abu Mazen, laurea in economia in Texas. Riva: «Appena insediato, Fayyad ha dovuto mettersi le mani nei capelli. Non esisteva alcun sistema di controllo sui gettiti d’entrata, fossero tasse o le generose elargizioni della Ue. Nelle strutture pubbliche erano i capi settore a pagare in contanti gli stipendi e pazienza se ne elargivano assai più del numero di dipendenti che avevano a disposizione. [...] stata una rivoluzione copernicana l’introduzione di un altro sistema: oggi i salari si riscuotono in banca. Col denaro risparmiato è stato possibile abbassare i prezzi di benzina, [...] elettricità, telefono, e aumentare, seppur di poco, gli stipendi». [10]
Fayyad è un buon amministratore, manca però di talento politico. Riva: «Dote che possiede invece Mohammed Dahlan, responsabile della Sicurezza, 43 anni, un debole per i capi firmati, ma di polso fermo. Arrivò da profugo a Gaza con la famiglia quando dovette abbandonare il villaggio natale nei dintorni di Jaffa. Emerse come leader durante la prima Intifada (scuotimento, risveglio) dell’87, quando la sommossa era davvero popolare, non la sanguinosa guerra a colpi di kamikaze e rivendicazioni per la supremazia tra palestinesi come avviene adesso. Arrestato e incarcerato in Israele, non appena libero diede buona prova di sé come capo di polizia nella Striscia». [10]
Dahlan non ha seguito nella West Bank, dove il ricambio generazionale passa necessariamente attraverso un uomo attualmente in carcere: Marwan Barguti. Riva: «Nato vicino a Ramallah nel 1960 in una eminente famiglia palestinese, è stato l’indiscusso leader della prima Intifada, dopo aver studiato storia e scienze politiche all’Università Bir Zeit. Segretario generale di al-Fatah in Cisgiordania, è stato capo della milizia Tanzim. Ha appoggiato gli accordi di Oslo salvo dichiararli defunti assieme a Rabin. Nel 2000 ha rotto i rapporti con Arafat e si è autoproclamato capo militare delle brigate Al Aqsa, all’inizio della seconda Intifada. Arrestato il 15 aprile del 2002, da allora si trova nelle carceri israeliane [...] Accusato di 26 omicidi in un processo con quasi 100 testimoni si è sempre proclamato innocente. [...] Il 29 settembre è prevista la sentenza che molti aspettano come una cartina di tornasole per sondare gli orientamenti d’Israele. Dovesse essere scarcerato, sarebbe chiaro che il governo di Sharon punta su di lui come l’anti-Arafat». [10]
Barguti è potenzialmente il più forte candidato alla leadership palestinese. Eli Karmon, massimo esperto di terrorismo nell’area: « l’eroe popolare in prigione. Israele sa che è un potenziale interlocutore. Oltretutto viene dai Territori, difende gli interessi di chi ci abita e non dei palestinesi della diaspora. Non ha il retroterra della classe dirigente che non potrebbe mai abbandonare i profughi e la rivendicazione del loro diritto al ritorno ( 4 milioni secondo alcune stime, ndr)». [10]
Prima di trovargli un successore, bisogna sbarazzarsi di Arafat. Da luglio un aereo israeliano senza pilota sorvola in continuazione la zona della Muqata. Le sue immagini documentano in grande dettaglio la routine del rais: quante persone si trovano nell’edificio, quante sono armate, a che ora viene effettuato il cambio della guardia, a che ora si spengono le luci. All’interno dell’edificio, Israele crede di sapere attraverso quali corridoi Arafat sia solito passare, quali stanze preferisca e l’esatta collocazione del suo letto. [11]
Anche se le teste di cuoio israeliane sono ben addestrate, il blitz potrebbe riservare sorprese (è possibile che il Fatah raduni degli scudi umani). [12] Giorgio: «Arafat quasi certamente verrà ucciso, prevedibilmente durante il blitz destinato a catturarlo, da un proiettile sparato, naturalmente per ”legittima difesa” da un militare israeliano». [13] Sandro Viola su ”la Repubblica”: «L’orientamento d’una buona parte del governo Sharon, è infatti che bisogna eliminarlo fisicamente. Per evitare che da lontano, con l’aureola che gli conferirebbe l’espulsione, finisca con l’essere anche più temibile». [14]
Quale sarà il prossimo scenario? Hanna Siniora, editore e direttore del ”Jerusalem Times”: «Sharon non vuole persone che lavorino per la pace, vuole solo kamikaze. Una volta approvato il governo palestinese, Arafat verrà espulso. E allora il governo non sarà capace di prendere in mano la situazione. Si autoscioglierà e ci sarà la rioccupazione israeliana dei Territori». [15] Igor Man: «Mentre Sharon ha una sua politica e quella segue, da sempre: ”Provocare comunque una escalation poiché ritiene che da un disordine risultante da un aumento di violenza egli uscirà sempre vincitore” (cfr. A. Margalit Volti di Israele), Bush sembra temere proprio una escalation di violenza che finirebbe con l’annullare la splendida vittoria militare in Iraq, accendendo un più vasto incendio in Medio Oriente: , una polveriera a cielo aperto, un tragico muro di gomma sul quale, incredibilmente, rimbalza il terrorismo suicida degli sciagurati seguaci di Yassin». [16]
Piazza Dizengoff, Tel Aviv: «La bella madre di origine yemenita di due bambini in triciclo discuteva infervorata con un vecchio signore di origine mitteleuropea. ”Ha sentito? Finalmente lo mandano via, non subito, ma lo mandano via. Al telegiornale hanno detto che l’esercito ha occupato un intero palazzo di fronte alla Mukata. Hanno deciso. Era ora. Io l’ho sempre detto. Se i palestinesi non lo mandano via dobbiamo farlo noi. è troppo pericoloso quello là. Del resto non l’ho mai potuto vedere. è lui il responsabile di tutte le nostre disgrazie [...] ”Io non penso proprio che sia il caso di eliminarlo o rimuoverlo” rispondeva paziente il suo anziano interlocutore. ”Ha ragione, signora, che Arafat non è una gran bella persona, che ne ha combinate di tutti i colori, che è sempre lui che decide il buono e il cattivo tempo, ma non possiamo decidere noi per loro... no no meglio lasciarlo lì, che non diventi un martire che sarebbe peggio e non servirebbe a niente, anzi... meglio lasciar perdere, che tanto non è più un ragazzino neanche lui». (Manuela Dviri Vitali Norsa) [17]