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 2003  settembre 02 Martedì calendario

1/«Si dimetta, lei ha pure famiglia!» (cronaca dello strano affare Telekom Serbia), Il Sole-24 ore, 02/09/2003 Madeleine Albright, segretario di Stato americano, protagonista della guerra contro la Serbia di Slobodan Milosevic, è stata osservatrice attenta di ogni vicenda che ha riguardato i Balcani nella seconda metà degli anni 90

1/«Si dimetta, lei ha pure famiglia!» (cronaca dello strano affare Telekom Serbia), Il Sole-24 ore, 02/09/2003 Madeleine Albright, segretario di Stato americano, protagonista della guerra contro la Serbia di Slobodan Milosevic, è stata osservatrice attenta di ogni vicenda che ha riguardato i Balcani nella seconda metà degli anni 90. E, secondo ricostruzioni finora non confermate in documenti ufficiali, era presente a Belgrado pochi giorni prima della firma del contratto con cui Telecom Italia ha acquistato una partecipazione in Telekom Serbia. Di sicuro è stata una operazione che non ha gradito perché considerata decisiva nel sostenere Milosevic in momenti delicati e che, successivamente, ha contribuito ad alimentare nei confronti del governo italiano, all’epoca guidato dal presidente del Consiglio Romano Prodi e dal ministro degli Esteri Lamberto Dini, un clima di forte sospetto da parte americana. Il contratto finito nel mirino della Albright, avversario tenace del governo Milosevic, è stato ufficializzato il 9 giugno 1997, con il gruppo italiano che ha acquistato il 29% dell’azienda telefonica di Stato serba per oltre 890 milioni di marchi, pari a 450 milioni di euro. Contemporaneamente la compagnia greca Ote ha rilevato un altro 20% per 675 milioni di marchi, circa 345 milioni di euro. Numeri che, secondo le accuse di un protagonista pentito, Igor Marini, nascondono il pagamento di una super tangente per 450 miliardi di lire incassata da Prodi (denominato in codice con il riferimento mortadella), Dini (ranocchio), Piero Fassino (cicogna, al tempo sottosegretario agli Esteri con competenza sui Balcani), Clemente Mastella, Francesco Rutelli, Walter Veltroni. Rivelazioni smentite sdegnosamente dagli interessati, con tanto di contro accuse e raffiche di querele. Protagonista dell’accordo fu un manager del gruppo promosso dopo che il ministro del Tesoro di allora, Carlo Azeglio Ciampi, aveva proceduto all’azzeramento dei vertici di Telecom-Stet in vista della privatizzazione: l’amministratore delegato Tomaso Tommasi di Vignano, ben conosciuto per gli stretti legami con Enrico Micheli, ex direttore generale dell’Iri, sottosegretario alla presidenza del Consiglio e uomo chiave del governo Prodi. Tommasi, attualmente presidente della Hera, municipalizzata di Bologna, decise in splendida solitudine oppure informò gli esponenti di primo piano del governo? Finora, tra gli altri, hanno dichiarato di non saperne niente il direttore generale del Tesoro Mario Draghi, Dini, Fassino. Così come il presidente di Stet, Guido Rossi, non si recò a Belgrado per la firma del contratto e ha sostenuto con assoluta fermezza di non avere mai avuto voce in capitolo sulla gestione del gruppo. Né se ne occupò a fondo il consiglio di amministrazione, dato che l’operazione venne inserita alla voce «varie ed eventuali» e ratificata in pochi minuti, non più di sei, sette, come ha ricordato Lucio Izzo, consigliere di amministrazione della Telecom Italia su designazione del Tesoro alla commissione d’inchiesta bicamerale sul caso Telekom Serbia, istituita l’8 maggio 2002 con voto della sola maggioranza di governo. Il giallo dei 18 sacchi di iuta. Le modalità di pagamento restano tutte da verificare. La versione ufficiale è che la transazione abbia avuto come sede esclusiva la filiale di Atene della European popular bank, scelta dai serbi. E che tutti i pagamenti effettuati da Telecom Italia sono documentabili, come conferma il dossier presentato alla Procura di Torino. In particolare Telecom Italia ha pagato subito circa 700 miliardi per l’acquisto della partecipazione, mentre il saldo è avvenuto circa un anno dopo, come previsto dal contratto. In più, sempre nel giugno 1997, sono state saldate la quota in carico agli italiani della ricca commissione incassata dal gruppo bancario inglese Natwest, l’advisor dei serbi, (ma sottratta al totale pattuito con i serbi per la compravendita) e parcelle minori. Fin qui la versione del management di Telecom dell’epoca. Ma c’è un giallo da verificare. Secondo dichiarazioni agli atti della commissione d’inchiesta, e in gran parte contenute in verbali segretati, i rappresentanti del governo serbo hanno ricevuto contante, denaro contante. Più esattamente marchi tedeschi pagati uno sull’altro, stipati in 18 sacchi di iuta e spediti in Serbia. Particolare interessante: l’aereo utilizzato per il trasporto risulta di una compagnia privata e non della flotta del gruppo Eni utilizzata di solito dal vertice di Telecom-Stet. Sull’intera vicenda chiedere, per saperne di più, a Francesco Cossiga, anche lui sentito dalla commissione. Sulla materia l’ex Presidente della Repubblica si dimostra preparatissimo e, soprattutto, tiene fede alla fama di picconatore. Anzi, di super picconatore. Quale grande banca ha procurato il contante? E, soprattutto, quale banchiere è stato così influente da garantire coperture adeguate da parte degli organismi di controllo? Sempre Cossga risulta inarrestabile anche nell’individuare responsabilità e connivenze al massimo livello. Secondo l’ex presidente della Repubblica, infatti, Tomaso Tommasi ha sempre riferito ai vertici del governo e, d’altra parte, le modalità di pagamento hanno avuto caratteristiche tali che non potevano restare riservate. Denaro contante di cui ora commissari e inquirenti stanno cercando di seguire le tracce perché si tratta di uno degli aspetti cruciali dell’intera vicenda. Infatti, nell’ipotesi che anche soltanto una parte del pagamento sia stata trasformata in contanti, l’ipotesi formulata da almeno parte dei commissari è che si tratti di riciclaggio, con quanto comporta a livello di responsabilità giudiziarie. Il prezzo sotto la lente. Oltre 450 milioni di euro per il 29% di Telekom Serbia si sono rivelati tanti. Troppi. Così, pochi anni dopo, il nuovo presidente di Telecom, Roberto Colaninno, ha deciso di mettere mano alla svalutazione della quota intervenendo in due riprese. Prima nell’aprile 2000, in sede di approvazione del bilancio 1999, poi nel marzo 2001, abbattendo il valore a 195 milioni di euro. Esattamente la stessa cifra incassata dal gruppo italiano il 28 dicembre scorso, quando Marco Tronchetti Provera ha deciso di voltare pagina rispedendo al mittente la quota, cioè restituendola al ministero delle Poste jugoslavo. La perdita secca è stata, in pochi anni, di 265 milioni di euro, senza considerare l’incidenza dell’inflazione. Né hanno pesato il crollo della new economy e dei valori delle aziende di telecomunicazioni, perché il contratto è stato firmato prima del formarsi della bolla speculativa. La convinzione dei commissari di maggioranza che stanno indagando su Telekom Serbia è radicata: il contratto è quanto meno anomalo. E, anche senza considerare le dichiarazioni di Marini sulle tangenti, i conti non tornano. Le accuse sono circostanziate, a partire dalla convinzione che a Milosevic sia stato fatto un vero regalo, decisivo a supportarlo in momenti di grande difficoltà sul fronte interno pagando un prezzo che lo stesso advisor della parte italiana, la svizzera Ubs, ha indicato soltanto dopo avere ritoccato al rialzo in misura significativa i valori indicati inizialmente. Secca la replica degli uomini vicini a Tomaso Tommasi: il prezzo era giusto e i valori indicati da Ubs sono cambiati perché la trattativa è stata lunga, complessa, con molte variabili considerate prima di definire la versione finale dell’intesa. La doppia svalutazione voluta da Colaninno, infine, viene considerata discutibile e, peraltro, è la conseguenza della guerra che ha travolto il regime di Milosevic. Telekom Serbia infine, viene detto, è stata pagata meno del valore attribuito ad altre società di tlc dei Paesi dell’Est passate di mano nei mesi precedenti. Sospetti sulle trattative. Resta il fatto che le anomalie riscontrate nei negoziati con i serbi e nell’intera vicenda risultano numerose. Sia a livello di Telecom-Stet, sia sul fronte governativo. Per quanto riguarda la società, oltre all’esame quanto mai frettoloso da parte del consiglio di amministrazione della Telecom, risultano agli atti la mancanza della due diligence tradizionale, la mancata considerazione di pareri legali contrari all’operazione (di cui uno dello studio legale Pavia Ansaldi), l’esclusione dalle trattative dei vertici della Stet international (decisamente contrari all’acquisizione) sostituiti dalla task force di Telecom Italia guidata da Tommasi. Ma anche in questo caso la replica degli accusati è immediata: la due diligence non è stata fatta perché Telekom Serbia nasceva dallo spin-off con il ministero delle Poste e Telecom Italia si era cautelata con clausole di revisione del prezzo, i pareri legali erano molto precedenti alla firma del contratto ed erano stati rilasciati quando il Paese di Milosevic era sotto embargo, le trattative sono state condotte da Tommasi perché erano cominciate in una fase precedente e anche la capogruppo aveva una direzione esteri, nel consiglio di amministrazione della Telecom l’operazione di acquisto è stata inserita alla voce «varie ed eventuali» in quanto considerata una semplice informativa riguardante un contratto stipulato dalla Stet international Nederland, partecipata di secondo livello. Di sicuro l’operazione Telekom Serbia è stata chiusa da Tommasi appena nominato amministratore delegato del gruppo. Una coincidenza che i commissari di maggioranza ritengono molto significativa perché fino a quel momento i predecessori avevano respinto al mittente le offerte dei mediatori di Milosevic. Era contrario l’intero gruppo dirigente del gruppo: Biagio Agnes (presidente della Stet), Ernesto Pascale (amministratore delegato), Francesco Chirichigno (amministratore delegato di Telecom Italia). E nelle audizioni alla commissione lo hanno confermato. La ragione del no è stata sintetizzata da Pascale nell’audizione del 23 ottobre 2002: «Il motivo non è stato che la Serbia non interessasse», ha dichiarato Pascale, «ma che non si riteneva affidabile la strada di una trattativa privata che, evidentemente, presentava degli aspetti anomali, o per lo meno che non piacevano». Il capitolo delle responsabilità di governo è altrettanto spinoso e controverso. La commissione d’inchiesta ha raccolto la deposizione dell’ex ambasciatore a Belgrado, Francesco Bascone. Agli atti risultano 14 tra lettere e telegrammi inviati a Dini e Fassino contro l’operazione. Ma Bascone non ha avuto alcuna risposta. All’interessato non è rimasto che prenderne atto, evitando però di essere presente il giorno della firma del contratto, a Belgrado. Ai commissari, il 9 ottobre 2002, lo ha ricordato e quando gli è stato chiesto una opinione sul suo successivo trasferimento a Cipro deciso dalla Farnesina ha dichiarato di non ritenerla una promozione e che la decisione giunse inaspettata. Il j’accuse di Marini. L’avvocato Giuseppe Consolo, capogruppo di Alleanza nazionale nella commissione d’inchiesta, ha definito Marini un «Pico della Mirandola» per le capacità di memoria e ricostruzione dimostrate dal grande accusatore dei leader del centro sinistra. E, al di là delle verifiche avviate dalla magistratura torinese, non si è sbagliato perché Marini calca da tempo le scene ai confini tra finanza e criminalità economica. In questo ha qualche somiglianza con un personaggio che lo conosceva bene: Francesco Pazienza, consulente del Sismi, il servizio segreto militare, e dell’ex presidente del Banco Ambrosiano, Roberto Calvi. All’inizio degli anni ’90 Pazienza considerava Marini «un giovanotto che aveva molto da imparare». Erano anni in cui Marini coltivava strette frequentazioni con esponenti di spicco della sinistra Dc piemontese e settori della Cisl. Da allora di strada ne ha fatta. Tanto da mettere agli atti una ricostruzione minuziosa di tangenti che passano da San Marino, Austria, Svizzera, Vaticano, Indonesia e Libano. Ma, almeno per il momento, resta un accusato di riciclaggio e reati vari. Con una aspirazione: quella di super testimone. Il Sole-24 ore, mercoledì 3 settembre L’affare Telekom Serbia ha due facce. Da una parte le vicende delle maxi tangenti ricostruite dal grande accusatore dei leader del centro sinistra, Igor Marini. Dall’altra un’operazione aziendale condotta dai vertici di Telecom-Stet nominati dal governo Prodi che ha avuto un esito economico pesante ed è risultata decisiva nel dare le risorse economiche al premier jugoslavo, Slobodan Milosevic, per consolidarsi in un momento assai difficile. Sul caso indaga la magistratura torinese, guidata dal procuratore capo Marcello Maddalena, ma si è mobilitata anche la commissione d’inchiesta bicamerale sull’affare Telekom Serbia, istituita con voto della sola maggioranza nel maggio 2002. I magistrati puntano all’accertamento di reati, mentre i parlamentari hanno un raggio d’azione più ampio, perché devono stabilire se e chi ha utilizzato denaro pubblico per fini impropri o illegali. E proprio il denaro, la ricostruzione di come è avvenuto il pagamento degli oltre 450 milioni di euro pagati a Milosevic e di dove sono finiti i quattrini, è la chiave per cercare la soluzione del caso. Un giallo vero, che Marini ha raccontato in commissione e ai magistrati attribuendo un ruolo a banche off-shore e allo Ior del Vaticano, accendendo i riflettori sulla decina di mediatori che hanno contribuito al passaggio di mano delle tangenti rivelate, coinvolgendo ministri e manager ben conosciuti. Ora una prima, seria verifica sull’attendibilità del teste è in vista perché entro pochi giorni arriveranno dalla Svizzera le casse di documenti depositati presso la Cassa dei notai di Viganello, poco distante da Lugano, dopo la morte in un incidente nel maggio 2002 di Gianluca Boscaro, il professionista che lavorava con Marini. E la commissione ha definito il nuovo calendario dei lavori, tra cui spiccano le audizioni con Curio Pintus, finanziere in rapporti d’affari con Donatella Dini, moglie dell’ex ministro degli Esteri (16 settembre), la stessa Donatella Dini (17 settembre), Giuseppe Gerarduzzi, il manager di Telecom Italia che ha seguito fin dall’inizio le trattative con i serbi (24 settembre), Tomaso Tommasi di Vignano, l’ex amministratore delegato di Telecom-Stet artefice dell’accordo (1° ottobre). [...] Francesco Bascone, ex ambasciatore italiano in Jugoslavia (9 ottobre 2002). «Piero Fassino mi aveva manifestato un forte disagio per la trattativa (su Telecom Serbia, ndr) che, come io stesso sottolineavo e come egli percepiva, si svolgeva in modo quasi segreto, senza informare l’ambasciata e informando il ministero solo su pressante richiesta del ministero stesso e in modo piuttosto incompleto». Così Bascone, rispondendo a una domanda del presidente della commissione, ha raccontato la sua verità: Fassino, all’epoca sottosegretario del ministero degli Esteri con competenza siu Balcani, era perfettamente al corrente dell’operazione in corso. D’altra parte l’ambasciatore aveva insistito a lungo cercando di convincere il governo a bloccarla. Tanto che risultano agli atti 14 tra telegrammi, lettere e dispacci molto espliciti sui rischi politici ed economici dell’acquisizione spediti alla Farnesina a partire dal gennaio ’97. Ma risposte ufficiali da parte del ministro Dini, o di Fassino, non sono mai arrivate, Bascone è stato tagliato fuori da ogni informativa sull’andamento delle trattative. La sorpresa finale, sempre per quanto riguarda l’ambasciatore, è arrivata con il trasferimento a Cipro. Avvicendamento fisiologico oppure rimozione di un funzionario scomodo? «Questo io non lo posso giudicare», ha dichiarato l’interessato. «Il tempo che noi rimaniamo in una sede è massimo quattro anni, minimo due: io sono rimasto a Belgrado due anni e mezzo, quindi siamo nella norma». Significative le risposte a quattro domande dei commissari. Prima: «Ha ritenuto il suo trasferimento una promozione?». Risposta: «Non esattamente». Seconda: «Se ne è data una motivazione?». Risposta: «Sono gli alti e bassi della carriera». Terza: «Se lo aspettava?». Risposta: «No». Quarta: «Il suo successore instaurò con il governo serbo un regime di maggiore cordialità?». Risposta: «Sì». Ernesto Pascale, all’epoca amministratore delegato della Stet (23 ottobre e 20 novembre 2002) «La ragione per cui ero contrario non è stata che la Serbia non interessava, ma che non si riteneva affidabile la strada di una trattativa privata che evidentemente, presentava degli aspetti anomali». Pascale ha spiegato con queste parole il vero motivo per cui, sempre utilizzando una sua espressione, ha «stoppato» le offerte dei mediatori di parte jugoslava che si erano fatti avanti offrendo l’accordo con Telekom Serbia. E ancora: «Ricordo che di solito si operava tramite gara pubblica e il fatto di operare a gara privata è abbastanza anomalo in se stesso e, quindi, oggetto di particolare cautela». La scelta fu di non ricevere gli emissari di Milosevic, invitandoli a mettersi in contatto con il vertice della Stet international, che seguiva le acquisizioni all’estero. Poi, constatato che i manager della controllata incaricati di occuparsi del caso erano d’accordo sull’opportunità di bocciare il progetto, il caso fu archiviato. «Ricordo che quella era una strada da non perseguire», ha detto Pascale, «perché presentava delle, chiamiamole così, oscurità». L’obiettivo dei commissari è stato di verificare se la sostituzione di Pascale al vertice di Stet può essere in qualche modo collegata al caso Telecom Serbia, dato che il successore Tommasi, molto legato all’allora sottosegretario alla presidenza del consiglio, Enrico Micheli, ha firmato il contratto con i serbi in pochi mesi. Pascale saltò il 24 gennaio 1997, pochi mesi dopo aver avuto il rinnovo dell’incarico fino al 1999. «Venni convocato alle 5 del pomeriggio dal ministro del Tesoro (Carlo Azeglio Ciampi, ndr) insieme a Mario Draghi (all’epoca direttore generale del Tesoro, ndr) ed ebbi l’invito a lasciare la società» ha raccontato. E alla domanda su chi sia stato l’arteficie del ribaltone, definito dall’interessato «brusco e senza preavviso», ha chiarito: «Obiettivamente non ho la certezza al 100% ma, diciamo al 90%, penso a Prodi e Micheli». Infine, Pascali ha definito «sicuramente anomalo» l’inserimento dell’affare Telecom Serbia alla voce «varie ed eventuali» del consiglio della Telecom in cui è stato dato via libera all’operazione, aggiungendo di non ricordare «di aver visto qualcosa del genere» e ha sottolineato come il governo «non poteva non sapere» quanto stava accadendo.(1° parte) Fabio Tamburini