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 2003  settembre 04 Giovedì calendario

L’ascesa e il declino di Silicon Alley , @lfa Il Sole-24 Ore, 04/09/2003 «Noi avevamo un prodotto reale da vendere, un software innovativo

L’ascesa e il declino di Silicon Alley , @lfa Il Sole-24 Ore, 04/09/2003 «Noi avevamo un prodotto reale da vendere, un software innovativo. Questo ci ha sicuramente aiutati. Però da un venerdì sera a un lunedì mattina, nel 2000, passammo da 12 a 6: il 50 per cento dei lavoratori fu licenziato in un week-end. Tre anni fa ero compropietario di una start-up a Silicon Alley, ora ho un contratto con la società canadese a cui abbiamo ceduto l’azienda. Ma mi ritengo fortunato». Roberto Luberti, romano, è uno dei manager che ha vissuto la folle ascesa e il rapido declino del «Vicolo del silicio», il quartiere newyorchese della New economy. L’azienda di Luberti, Workforce Logistics, è sopravvissuta alla decimazione grazie a un software per la pianificazione del lavoro nelle vendite al dettaglio. Ma per andare avanti, i giovani soci quest’anno hanno dovuto accettare il consolidamento e si sono fatti incorporare dalla più grande Workbrain di Toronto. Dopo tre anni di crisi della grande avventura resta poco: chi ce l’ha fatta ha ridotto le aspettative; sul mercato vivacchiano alcune migliaia di società, per lo più molto piccole, ciascuna con una manciata di dipendenti. Le imprese maggiori non superano la ventina; i finanziamenti sono ancora asfittici e più che su Internet puntano su «biotech» e servizi medici. La strada del vicolo non è più lastricata d’oro, l’atmosfera degli affari ha scoperto un’umiltà che sa tanto di vecchia economia. Silicon Alley è uno spicchio di New York a Est della Quinta Avenue, tra la 23esima e la 34esima strada. La sua icona è il Flatiron Building, o Ferro da stiro, primo grattacielo di New York nel 1902, dalla nota forma triangolare, sorto all’intersezione di Broadway, Quinta e 23esima. Un’area di fabbriche di vestiti e magazzini che nel 1998 si trasforma nel cuore pulsante delle «dotcom». Silicon Alley, fine anni Novanta: accanto a società di post-produzione e agenzie pubblicitarie si sviluppa l’industria dei New media al traino di Internet. In poco tempo questo diventa il settore più dinamico dell’economia cittadina, dopo la solita finanza, dando finalmente l’impressione che anche tra l’East River e l’Hudson la parola diversificazione avesse un significato. Il boom nella Grande Mela. Sono i giorni in cui la nuova economia cerca di distinguersi dalla vecchia, a qualsiasi prezzo: corre l’èra della «industrializzazione del bohemien», secondo la definizione di Andrew Ross, professore all’Università di New York e autore del saggio L’ambiente umano di lavoro e i suoi costi nasscosti . «A New York ero arrivato nel 1997 - racconta Roberto Luberti - in pieno boom. Nell’azienda dove lavoravo ci portavano in gita nei parchi della Warner Bros; negli uffici c’era una stanza con i tavoli da biliardo e ping pong». Il manager romano racconta che la vera svolta, però, giunge nel ’99 quando viene coinvolto da un amico in una start-up di Silicon Alley. «Gli stipendi - continua Luberti - viaggiavano sopra i 200mila dollari; un programmatore di computer prendeva dai 70 ai 90mila dollari». Su tutti gli schermi dei Pc, in ufficio, lampeggiavano i programmi con le quotazioni della Borsa in tempo reale. In quei giorni accadeva, per esempio, che la matricola EarthWeb nella prima seduta quadruplicasse il valore delle azioni, da 14 a 59 dollari. Ora la sua erede, Dice, ha appena presentato un piano per uscire dall’amministrazione controllata. Il declino. Che il sogno stesse per svanire non sembrava proprio possibile. «Era tutto così perfetto, giravano tanti di quei soldi, per la mole di lavoro e la frenesia non prendevamo neppure le ferie» ricorda il «dotcomer». Ai primi scivoloni del Nasdaq molti si illudono che sia una fase passeggera, poi il calo continua, per settimane. Il primo colpo arriva nella primavera 2000. A metà dell’anno successivo la città aveva perso 5.500 posti di lavoro nel settore del software dove l’occupazione, dal 1992, era cresciuta alla media del 18% annuo. Centinaia di start-up scoppiano, insieme alla bolla. Il secondo colpo sono le stragi dell’11 settembre, a pochi passi dal distretto del silicio. «La crisi c’era già - commenta Luberti - però quella è stata la distruzione della speranza per chi era senza lavoro, molti hanno lasciato la città, il mercato ha subìto un’ulteriore contrazione». Nel 2001 New York poteva ancora vantare la più alta concentrazione di «dotcom» rispetto a qualsiasi altra città americana. Quando il fumo della doppia catastrofe si dirada, nell’ottobre 2001, 1.500 società su un totale di 5.000 nel Silicon Alley sono sparite e almeno 10mila persone sono senza occupazione. Due terzi della forza lavoro nei servizi internet viene bruciata in 18 mesi. Un quarto delle 20 maggiori società di new media quotate a dicembre 2000 un anno dopo non esiste più. Lenta ripresa. Secondo gli analisti, oggi, nel vicolo operano un paio di dozzine di maggiori società Internet, tra esse DoubleClic (pubblicità online), iVillage (contenuti Web), Jupitermedia (ricerche). Il cambiamento, però, è stato profondo: dall’ampio spettro di azione le dotcom si sono concentrate su prodotti specifici e tecnici. DoubleClick, ad esempio, si dedica soprattutto alle necessità tecnologiche degli uffici marketing che vogliono fare pubblicità online e ha rinunciato a essere la versione Web di un’agenzia tradizionale. Molti osservatori, peraltro, pensano che il consolidamento tuttora in corso sia salutare come il terremoto che percorse il mondo dei Pc e del software negli anni Novanta. I finanziatori stanno tornando, ma vogliono essere sicuri della solidità dei progetti e un criterio di valutazione torna ad essere l’anzianità dell’azienda. DoubleClick ha rimosso il pomposo tabellone che dava il benvenuto a Silicon Alley, a Est della 23esima strada. Nell’ombra del vicolo le dotcom uscite indenni dalla selezione lavorano senza clamore. Roberta Miraglia