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 2003  settembre 04 Giovedì calendario

Nessuno entra in Rcs per fare soldi, il Riformista, 04/09/2003 Nessun nuovo arrivo. Venerdì 12 settembre prossimo si riaprono le porte di quello che da qualche anno sta diventando il club più esclusivo della finanza italiana: il patto di sindacato della Rcs Media Group

Nessuno entra in Rcs per fare soldi, il Riformista, 04/09/2003 Nessun nuovo arrivo. Venerdì 12 settembre prossimo si riaprono le porte di quello che da qualche anno sta diventando il club più esclusivo della finanza italiana: il patto di sindacato della Rcs Media Group. Ma i titolari assicurano che non c’è da illudersi, nessuno stravolgimento, l’unico che può sperare - ma più probabilmente dovrà aspettare l’estate - è il candidato più meritevole, Salvatore Ligresti. I nuovi arrivati, i fratelli Diego e Andrea Della Valle, rimarranno fuori, anzi l’acquisto del 2% operato in estate dai signori Tod’s ha lasciato a dir poco freddo più di un esponente del nocciolo duro. La particolarità del salotto buono che determina i destini del ”Corriere della Sera” e della ”Gazzetta dello Sport” è che valgono ancora vecchi parametri di stampo cucciano: aver denaro non basta. Lo sanno gli undici soci che sono dentro - ne fanno parte la Sicind (gruppo Fiat) con il 10,2%, Mediobanca (9,4%); la Gemina dei Romiti (9,2%); il gruppo Pesenti (4,8%); Generali (2,5%); Pirelli & C. (1,9%); Banca Intesa (1,9%); la Sinpar (1,8%) di Luigi Lucchini; la Finint (1,1%) di Roberto Bertazzoni; Edison (1%) e la Mittel presieduta da Gianni Bazoli (0,8%) - e lo sanno gli azionisti che ne sono rimasti fuori, a cominciare da Francesco Gaetano Caltagirone (2%) e Ligresti (5,1%). Ed in parte è anche giusto che sia così, visto che nessuno investe in Rcs con la prospettiva primaria di un ritorno economico. Sedere nel patto di sindacato del ”Corriere della Sera” è garanzia di potere, visibilità e - a sentire i maligni - d’immunità dagli attacchi del primo giornale d’Italia. Questo spiegherebbe perché due esponenti largamente accettati nell’establishment come Caltagirone e Ligresti non abbiamo mai visto aprirsi le porte del patto di sindacato. Il patron della Fondiaria-Sai l’anno scorso fu rifiutato perché considerato troppo vicino a Berlusconi e all’amministratore delegato di Mediobanca, Vincenzo Maranghi. Ora ha molte più chance, proprio per il ruolo svolto nell’avvicendamento dei vertici di Piazzetta Cuccia. Per sua sfortuna il nervosismo generato dall’arrivo di Della Valle probabilmente lo danneggerà rimandando un ingresso che molti già davano per scontato. Anche se Diego Della Valle parla di «investimento strategico di lungo periodo» opinione unanime è che si tratti di un’operazione di puro potere. L’imprenditore marchigiano è visto come l’ariete di un ambizioso network di uomini in cerca di affermazione. Gli esponenti più in vista sono il presidente della Bnl Luigi Abete, l’altro tycoon marchigiano Vittorio Merloni (che però si tiene ben più defilato) e il presidente della Ferrari, Luca Cordero di Montezemolo. L’alleanza è nata quando Abete aveva bisogno di assicurare alla sua banca un avvenire autonomo scongiurando la fusione con il Monte dei Paschi di Siena. Operazione riuscita. Ma poi di successi non ne sono arrivati tanti: un fondo di private equity, chiamato Charme, guidato da Della Valle e Montezemolo, che stenta a decollare anche a causa della sconfitta - sempre protagonista Charme con altri soci - nella privatizzazione dell’Ente Tabacchi. Puntando alla Rcs, Della Valle ha scelto un bersaglio parecchio difficile soprattutto per la presenza di Cesare Romiti, patron di Gemina, e anche da quando non ha incarichi operativi in Rcs, particolarmente attivo nel difendere lo status quo. Grazie a lui il figlio Maurizio Romiti, ha conservato il posto di amministratore delegato della società nonostante una fallimentare avventura nel mondo della moda, ma in questo caso Cesarone non ha fatto fatica a trovare la sintonia degli altri soci nella comune diffidenza su Della Valle. è importante notare come i gruppi industriali coinvolti (Fiat, Gemina, Lucchini, Edison) versino in situazioni finanziarie molto delicate, e nessuno ha i capitali da spendere per Rcs e forse neanche l’interesse. Un altro motivo per cui si parla più di potere che di finanza. Non è un caso che questa contrapposizione - difatti non è ancora sfociata in scontro aperto - si possa riproporre in un contesto del tutto diverso: il rinnovo della presidenza di Confindustria. Montezemolo e Romiti in questo momento giocano a fare i disinteressanti («non sono disponibile», ha detto il presidente della Ferrari), ma se il «popolo degli imprenditori» li dovesse chiamare per sostituire Antonio D’Amato? In tutto questo quasi scompare la realtà industriale di Rcs Media Group, quasi nessuno sa che è l’azienda italiana del settore con la maggiore presenza all’estero (Spagna soprattutto) e che ha avviato investimenti per 200 milioni di euro con lo scopo di rendere il Corrierone un giornale tutto a colori. Ancor minore attesa per il piano industriale triennale annunciato per questo mese, il primo di una società finalmente concentrata solo sui mezzi di comunicazione e in cui si parlerà di nuove tecnologie, tv digitale e valorizzazione di marchi come quello della Gazzetta. «Da anni si dice che Rcs-Hdp è un’azienda con grandi potenzialità mal sfruttate - spiega un analista del settore - ma è un fatto che la società negli anni si è mossa sempre in ritardo rispetto ai concorrenti. Non solo per le distrazioni che l’hanno portata ad investire in altri settori: la macchinosità è a monte, anche più su del management». Il ”Corriere” diventa dunque il primo avamposto di quella che promette di essere una nuova guerra di potere - già si cercano i probabili referenti politici dei vari protagonisti - mentre il gruppo rischia di dover pagare in termini di performance il peso di tanto prestigio. Luca Iezzi