Finanza e Mercati, 27/08/2003, 27 agosto 2003
Anche Carraro è merce di scambio, Finanza e Mercati, 27/08/2003 Era di maggio, l’anno il 1978. Per un certo Paolo Rossi, durante il calciomercato, finirono «alle buste» il Lanerossi Vicenza e la Juventus
Anche Carraro è merce di scambio, Finanza e Mercati, 27/08/2003 Era di maggio, l’anno il 1978. Per un certo Paolo Rossi, durante il calciomercato, finirono «alle buste» il Lanerossi Vicenza e la Juventus. I bianconeri persero. Il Vicenza offrì, lira più lira meno, 5 miliardi di vecchie lire. Una somma (2,5 milioni di euro) con la quale adesso forse un presidente ci comprerebbe le magliette. Ma all’epoca, specie nel calcio, era un’altra epoca: fece scalpore. Tanto rumore per nulla? No. Chi aveva in mano il pallino del pallone si scandalizzò a tal punto che mollò tutto: «Il calcio sta diventando un business, è una vergogna me ne vado». Diede le dimissioni. Quell’uomo era Franco Carraro. Altri tempi. Ieri, in un albergo milanese vicino alla stazione Centrale, si sono riuniti tutti i presidenti ammutinati della B: all’ordine del giorno l’esame del cosiddetto «nodo Galliani». La proposta avanzata dal presidente della Lega prevede, a grandi linee, che i rivoltosi accettino di giocare con la serie cadetta a 24 squadre, ma solo per questa stagione e in cambio di qualche ritocco (da parte di Sky) sull’offerta per i diritti. Dall’anno prossimo, con un meccanismo diverso di promozioni e retrocessioni, la A passerebbe da 18 a 20 e la B da 24 a 22. Gli ammutinati hanno discusso tra loro, alcuni possibilisti altri sposati alla linea dura. Ma su una cosa erano concordi: nel volere le dimissioni di Franco Carraro. Le vuole, con insistenza, ormai da mesi, anche An. Chiedono la testa di Carraro anche dall’opposizione. La chiedono tutti. Ma non l’avranno. Almeno non per scelta del presidente della federazione, dell’uomo con in mano il pallino. Se cadrà sarà perché l’avranno spinto giù, quasi usato come capro espiatorio, merce di scambio. Proprio l’unica volta, che forse non aveva fatto di testa (e di tasca) sua ratificando solo una decisione presa da altri. Il pallino di Carraro non è mai stato, in questi anni, quello sportivo o quello organizzativo. Da quando ha ripreso a occuparsi di calcio ha sempre tenuto in mano quello economico. Come un banchiere. Anzi, da banchiere. Perché Franco Carraro è il presidente di quel Mediocredito Centrale che prestò i miliardi al Napoli dopo il crac di Ferlaino, consegnando il club nelle mani di Corbelli. Una banca, il Mcc, del gruppo Capitalia, sponsor della Lazio (che secondo gli analisti aveva conti peggiori della Fiorentina di Cecchi Gori, fallita perché non ha avuto un piano di ricapitalizzazione come quello del club biancoceleste, organizzato dal Mediocredito medesimo) e garante della Roma. Ne ha «aiutata» di gente del calcio, Carraro. Ma allora perché nessuno, salvo il presidente del Consiglio che ha detto «non vedo perché dovrebbe dimettersi», alza un dito ora che lo attaccano tutti? E poi, perché lo attaccano tutti? Misteri del pallone. In fondo Carraro è il presidente stimato di una banca stimata, non un usuraio da strada odiato tanto da chi chiede e ottiene il prestito della disperazione quanto da chi se lo vede negare. Carraro alla presidenza dell’Mcc ci è arrivato solo nel 2000, anche se già prima, da molto prima, aveva fatto parlare di sé. Nato nel 1939, a Padova (come tradisce il cognome, tra i più diffusi in quella città) è salito presto alla ribalta delle cronache sportive. Come atleta. Disciplina? Lo sci d’acqua. Fino alla conquista del bronzo di specialità ai mondiali del 1957. Smessi gli sci agonistici, fu proprio la scalata alla federazione dello sport acquatico a fargli da trampolino per le sue molteplici direzioni sportive: nel consiglio del Milan, poi nel 1971 commissario della Figc; finito il commissariamento ne diventò vicepresidente, nel ’73 e presidente tre anni dopo. E siamo arrivati a quel famoso maggio del 1978. Rassegnò le dimissioni, è vero. E assunse immediatamente la carica, che mantenne fino al 1987, di presidente del Coni. Ancora due anni ed eccolo sindaco di Roma, socialista appoggiato anche da De Mita e Andreotti. In Campidoglio è rimasto fino al 1992, quando ormai in piena Tangentopoli, diede le dimissioni. Era di maggio. Per un po’ di tempo passò all’industria: presidente di Impregilo (gruppo edilizio nato dalla fusione tra la Cogefar Impresit del gruppo Fiat, la Girola e la Lodigiani), si trova, dal 1994, a litigare, come un separato in casa, con la famiglia Romiti e il management della Impresit. Anzi, le cronache raccontano che più volte la coppia Cuccia-Maranghi abbia pregato Cesare Geronzi di invitare il suo pupillo Carraro a fare «solo» il presidente. Evidentemente Carraro aveva il pallino di tenere in mano il pallino, di fare, in pratica, l’amministratore. Il riciclaggio di Carraro, o meglio, la trasformazione in banchiere, Geronzi la perfezionò nel 2000 quando il Banco di Sicilia, già nell’orbita della Banca di Roma, acquisì il controllo del Mediocredito che divenne la nuova casa del presidente Carraro. In questi ultimi tre anni, Carraro è stato, fra l’altro, anche nel cda di Ipse 2000, il consorzio, tramontato prima dell’alba, per l’Umts. In Figc torna, acclamato a furor di popolo, all’inizio del 2002: è l’anno dei mondiali di Corea e Giappone. In lui sono riposte le speranze per gli appoggi «politici» internazionali. Ma Carraro conosce i valori dello sport e sa che i successi vanno conquistati sul campo. Si tiene quindi fuori dai giochi di palazzo della Fifa, dove qualche mese prima non è riuscito a entrare, e confida nella forza di Totti e compagni. La Corea ci elimina e lui incassa bene. l’unico a non gridare contro l’arbitro Moreno. L’immagine della Figc ne esce danneggiata? C’è pronto il rimedio. Nel gennaio 2003 Carraro, infatti, ingaggia come consulente Maurizio Costanzo. Per sé, per guardarsi le spalle, Carraro ha la moglie Sandra che nei salotti che contano, più che da spalla gli ha sempre fatto da battistrada. Alberto Foà