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 2003  agosto 27 Mercoledì calendario

APERTURA FOGLIO DEI FOGLI 8 SETTEMBRE 2003

Mercoledì inizia a Cancun, in Messico, la quinta riunione ministeriale della Wto. La World trade organization (Organizzazione mondiale del commercio), 146 Paesi membri, è l’unico organismo internazionale che si occupa delle regole del commercio tra le nazioni. Creata nel 1995, dopo la conclusione dell’Uruguay Round (i negoziati che tra il 1986 e il 1994 impegnarono i Paesi aderenti al Gatt, che dal 1947 aveva stabilito un sistema multilaterale di relazioni commerciali), ha sede a Ginevra, oltre 100 milioni di franchi svizzeri di budget e decide all’unanimità. Il suo organo decisionale è la Conferenza Ministeriale che si riunisce più o meno ogni due anni, quello che succederà a Cancun. [1]

La Wto vuole eliminare ogni ostacolo al commercio mondiale, con la speranza che in questo modo cresca la prosperità del pianeta. Secondo l’accusa, in realtà finora è stata utile solo ai paesi industrializzati. Ernesto Zedillo su ”Forbes” (da ”Internazionale”): «Il protezionismo residuo nei Paesi industrializzati si è concentrato in settori d’esportazione in cui i Paesi poveri hanno grandi interessi. E il sistema è stato caricato di regole che sono più un ostacolo che uno stimolo per il coinvolgimento dei Paesi in via di sviluppo». [2]

La Wto deve far valere una lunghissima serie di regole sullo scambio commerciale. Carlo Petrini su ”La Stampa”: «Se un paese membro ritiene di essere danneggiato da iniziative di un altro membro, può presentare un reclamo. In questo caso, se non si raggiunge un accordo, si predispongono delle commissioni arbitrali che si pronunciano in merito. I ”consigli” di queste commissioni vengono praticamente sempre adottati. Immaginatevi, a fronte di 146 paesi e di un commercio mondiale che oggi riguarda praticamente ogni bene consumabile, la pletora di regole, litigi, compromessi, azioni burocratiche che ruotano attorno al Wto. Non è proprio possibile controllare tutto. Va detto, però, che il settore agricolo è riconosciuto da tutti come il nodo più caldo del lavoro in sede Wto». [3]

Abbattimento di tariffe e eliminazione di barriere agli scambi internazionali per una serie di merci e di servizi: questo il principale argomento che verrà dibattuto a Cancun. Sarà l’ennesima tappa di un ciclo di trattative chiamato Doha Round che dovrebbe terminare entro il 2004 ma per mesi è stato bloccato sulla questione dei sussidi di Usa, Ue, Giappone e Corea agli agricoltori. Zedillo: «Il giro di consultazioni di Doha lanciato nel 2001 doveva dare slancio alla liberalizzazione degli scambi e, soprattutto, affrontare le preoccupazioni dei paesi in via di sviluppo per gli squilibri del sistema, i negoziati successivi sono stati finora una sequela di scadenze non rispettate, di accordi disattesi su tutte le questioni in discussione e, di conseguenza, di frustrazioni crescenti». [2]

Il primo fallimento è stata la liberalizzazione dell’agricoltura, con l’Europa nella parte del cattivo. Zedillo: «Per essere protagonista di negoziati seri sull’agricoltura, l’Unione europea deve spiegare in che modo intende smantellare i suoi enormi sussidi alle esportazioni e ridurre le sue oscene restrizioni alle importazioni di prodotti agricoli». [2] Mario Platero su ”Il Sole-24 Ore”: «Gli Stati Uniti sono stati bravissimi a mettersi dalla parte dei più deboli, cioè dei Paesi emergenti, che con le esportazioni agricole potrebbero davvero affrancarsi dalle condizioni di povertà nelle quali si trovano. Sappiamo bene che Washington sovvenziona ampiamente la sua agricoltura eppure l’America ha tirato dalla sua parte, fra gli altri, il Brasile, e ha messo nell’angolo l’Europa, colpevole di tutti e tre i ”peccati capitali” di protezionismo nel settore: appoggia la produzione interna, offre sovvenzioni alle esportazioni e impone tariffe molto alte alle importazioni». [4]

300 miliardi di euro ogni anno: a tanto ammontano i sussidi annui dei Paesi ricchi alle loro agricolture. Denaro che altera pesantemente la concorrenza con i produttori dei Paesi poveri e spesso li riduce sul lastrico. Danilo Taino sul ”Corriere della Sera”: «In giugno, la Ue ha dato il via alla riforma della sua Politica agricola comunitaria, un passo che le ha consentito di trovare con Washington una posizione comune sulle trattative in corso alla Wto. I maggiori Paesi in via di sviluppo hanno però giudicato la proposta Usa-Ue del tutto inadeguata e si sono alleati per far capire ai Paesi ricchi che i tempi sono cambiati e che se si vuole aprire il commercio mondiale non sono più accettabili diktat». [5]

La piattaforma concordata da Ue ed Usa è già stata presentata in sede Wto a Ginevra: il testo comune definito da europei e americani è imperniato su tre grandi capitoli: la riduzione degli aiuti interni (in particolare quelli «più distorsivi»), il taglio dei sussidi e dei crediti all’export di prodotti agricoli e l’aumento dell’accesso al mercato. L’intesa bilaterale non contiene peraltro cifre o date entro le quali adottare le misure previste, ma si limita a fissare le regole di principio che dovranno essere seguite per liberalizzare progressivamente gli scambi in agricoltura. [5]

«è una proposta buona per Cancun, ma farà infuriare i Paesi del Cairns» ha detto alla Reuters un anonimo diplomatico dell’Ue. Il Cairns è un’associazione che comprende Stati come Malaysia, Indonesia, Thailandia, Bolivia, Guatemala e Paraguay, ma anche alcuni Paesi che sarebbe arduo considerare emergenti come Australia, Canada e Nuova Zelanda, dotati di grande potere economico. Il problema è che la proposta Usa-Ue è ”vuota”, mancano i numeri [6] Luigi Grassia su ”La Stampa”: «Fonti vicine al negoziato hanno spiegato che ”una cornice senza numeri è, per ora, il modo più realistico di andare avanti”. Osservando le trattative diplomatiche dall’esterno, spesso si stigmatizza la mancanza di dettagli come difetto. A volte invece l’ambiguità è cercata ed è virtù». [7]

Per la prima volta, le trattative sulla liberalizzazione dei commerci non sono decise da un accordo in privato tra Usa e Ue ma vedono un’alleanza di Paesi emergenti in posizione chiave, un nuovo ”cartello” guidato da India, Cina, Brasile, Messico, Argentina, Thailandia, Sudafrica. Un (anonimo) funzionario del Wto: «Prendete la Cina e l’India, i Paesi più popolosi del mondo, metteteli assieme al Brasile del presidente Lula e al Sudafrica, Paesi sempre più attivi in campo politico, e il risultato è qualcosa che Stati Uniti e Unione Europea non si aspettavano ma che faranno bene a prendere in considerazione». [8]

L’ingresso della Cina nel Wto altera sensibilmente gli equilibri nel negoziato multilaterale. I cinesi, ha detto un diplomatico americano al ”Times” di Londra, «hanno impiegato il loro tempo lavorando con i brasiliani. Per essere nuovi membri (della Wto) si stanno dimostrando molto efficaci». A Cancun vedremo l’esordio di Pechino («un gorilla economico e politico che mette in movimento gli equilibri nell’ Organizzazione») in un negoziato multilaterale di liberalizzazione. [5] Il negoziatore europeo Pascal Lamy: «La Cina sta digerendo il suo ingresso nella Wto. La sua tattica per ora è quella di prendere tutto quello che può, visto che ha dato molto per entrare». [9]

Ricchi contro ricchi, ricchi contro poveri, poveri contro poveri. Lamy spiega che più del solito scontro tra i grandi paesi del Nord, Cancun promette di vedere l’un contro l’altro armati Nord e Sud non meno che Sud e Sud del mondo, in un groviglio di alleanze in costante movimento: «Oggi il 70 per cento dei dazi all’export che pagano i Paesi in via di sviluppo sono incassati da altri Paesi in via di sviluppo». [9] I Paesi poveri, Brasile di Lula in testa, non vogliono comunque abbattere la Wto, come chiedono molti movimenti no-global e new-global: vogliono imporle le loro posizioni, dal momento che il commercio internazionale è il vero motore della crescita delle loro economie. [5]

Facilitare i traffici «fra Sud e Sud» aiuterebbe i Paesi poveri a trovare delle nuove fonti di reddito: è la tesi sostenuta da uno studio del Wto (270 pagine). Gli Stati poveri dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina trarrebbero grande giovamento da una riduzione dei dazi che impongono alle importazioni gli uni dagli altri e non avrebbero (come adesso) il ”Nord” industrializzato come unico o prevalente mercato. Grassia: «Tutte queste prese di posizione sono destinate a incontrare l’approvazione di chi crede nelle virtù di una possibile globalizzazione buona, mentre susciteranno ulteriore diffidenza in chi già non ama istituzioni come l’Fmi, la World Bank e il Wto: per esempio, si può sospettare che l’invito ai Paesi sottosviluppati a ridurre i dazi fra di loro serva, in realtà, a indurli ad abbassare la guardia in generale, dunque anche nei confronti dei Paesi ricchi, che invece tengono ben protetti i loro mercati». [7]

I dazi dei Paesi del Terzo mondo sono ammontati nel 2000 a 83 miliardi di dollari, pari al 60 per cento di quelli incassati in quell’anno in tutto il globo; i Paesi sviluppati, con un volume di commerci enormemente maggiore, hanno introitato soltanto il rimanente 40 per cento. Gli esportatori latino-americani pagano ai vicini dazi sette volte maggiori che ai Paesi industrializzati. Nell’Africa sub-sahariana il multiplo è sei, nell’Asia del Sud due. [10] Grassia: «Ai Paesi poveri questi alti steccati doganali che essi stessi dispongono alle frontiere possono apparire un modo per tutelare le rispettive produzioni dalla concorrenza straniera, e anche una buona fonte di introiti per le casse pubbliche. Ma il Wto ne sottolinea i risvolti negativi: i forti dazi di un Paese del Sud non fermano, di solito, le merci provenienti dal Nord del mondo, mentre scoraggiano e bloccano (quasi sempre) quelle in arrivo dagli altri Paesi del Sud. La conseguenza è che il commercio Sud-Sud si sviluppa molto lentamente: nel 1990 corrispondeva soltanto al 6,5 per cento dei traffici mondiali complessivi e nel 2001 è salito al 10,7 per cento ma concentrandosi in una manciata di Paesi asiatici in via di industrializzazione». [7]

Le ”periferie” del mondo commerciano con il ”centro” ma non fra loro, «così i prodotti delle periferie si trovano a subire il ciclo economico dei Paesi del centro, o anche solo i capricci dei gusti dei loro consumatori, e non trovano mercati alternativi su cui rifarsi. Il fatto che il centro sia in realtà costituito da tre poli (Usa, Europa occidentale e Giappone) non cambia nulla, perché le economie sviluppate tendono a convergere, soprattutto in quest’epoca di globalizzazione» (Grassia). [7]
Cambiare la situazione è oggettivamente difficile. Grassia: «Per fare un esempio, un Paese africano ha bisogno dei prodotti industriali in arrivo dalla Francia o dall’America ma difficilmente di quelli del Paese africano confinante; questi ultimi già soffrono di svantaggi dal punto di vista della qualità, delle reti di trasporto, dei tempi di consegna e delle capacità di marketing; se poi li si stronca imponendo loro dei dazi elevati, è certo che tali industrie bambine resteranno sempre bambine, per quanto creativi ed entusiasti, fino all’eroismo, possano essere gli imprenditori locali [...]». [7]

La coscienza critica sui processi di globalizzazione e liberalizzazione degli scambi e degli investimenti è un’altra novità degli ultimi anni. Fabrizo Onida sul ”Corriere della Sera”: «Come dare torto a chi, come Greenpeace e altre Ong laiche e religiose, denuncia gli effetti perversi di un ”libero scambio” che non impedisce il traffico di esseri umani, il contrabbando di armi e droga, la discarica di rifiuti tossici, la deforestazione selvaggia (dal Brasile alla Siberia Orientale), l’agricoltura e la pesca distruttive di ecosistemi e biodiversità? O l’ambiguo rifiuto americano a sottoscrivere il Protocollo di Kyoto, che di fatto perpetua un implicito sussidio al consumo di energia sporca e un ritardo nell’innovazione ecologica?». [11]

Due questioni di principio, che a prima vista sembrerebbero assolte dall’idea di un commercio libero mondiale. Petrini: «Primo: un’economia totalmente libera garantisce il rispetto dell’ambiente, delle condizioni di lavoro (pensate ai contadini dei paesi in via di sviluppo), della biodiversità e della libertà di scelta su come alimentarsi? Per rispondere basti una semplice considerazione che fa Peter Singer nel suo One World (Einaudi): il Wto distingue nettamente, quando deve emettere delle regole, tra il prodotto e il processo con cui si è ottenuto. Il processo non è ritenuto un fattore discriminante e quindi, in virtù di una libera economia dello scambio, non vengono mai considerate pratiche produttive non sostenibili, lo sfruttamento degli uomini, la verifica di una giusta remunerazione per i produttori e, figuriamoci, la qualità dei prodotti in virtù di pratiche produttive secolari. Il prodotto finito è la base su cui ragionare e in questo modo si creano distorsioni incredibili [...]». [3]

Il Wto è democratico? Petrini: «[...] Va detto che i Paesi che vi aderiscono non hanno tutti lo stesso potere contrattuale. Visto poi che tutte le decisioni che si prendono devono essere votate all’unanimità, di fatto i poteri decisionali e di reclamo di un singolo stato sono ulteriormente diminuiti. Le grandi multinazionali vengono favorite, perché essendo presenti in più Stati del mondo, e dunque sovranazionali, in pratica possono rigirare qualsiasi decisione del Wto a loro vantaggio. Non distinguere tra prodotto e processo e non ascoltare in maniera dovuta le istanze dei paesi in via di sviluppo potrà dare origine a ripercussioni epocali: a partire dall’agricoltura che si fa sotto casa nostra fino a quella del più sperduto angolo del mondo. A Cancun si deciderà una buona parte del futuro del cibo che consumiamo ogni giorno. Io sono un po’ preoccupato». [3]

Non ci si possono aspettare molte buone notizie sull’economia mondiale. Lamy: «L’unica buona nuova potrebbe venire dal mantenimento della scadenza del 2004 per la conclusione del Doha Round, il nuovo programma di apertura dei mercati con nuove regole per lo sviluppo. Abbiamo questa opportunità, non ce ne sono molte altre». [9]