Alberto Arbasino la Repubblica, 31/07/2003, 31 luglio 2003
Gli anni ’50 e ’60 a Roma, e Arbasino che ci arrivò per cominciare a esistere, la Repubblica, 31/07/2003 L’estate del 1960, per degli snobismi poi rimpianti, con alcuni amici mondani si decise di evitare le Olimpiadi a Roma e di andare invece a Olimpia, e poi nelle isole come Patmos e Santorini e Mikonos ancora senza turisti
Gli anni ’50 e ’60 a Roma, e Arbasino che ci arrivò per cominciare a esistere, la Repubblica, 31/07/2003 L’estate del 1960, per degli snobismi poi rimpianti, con alcuni amici mondani si decise di evitare le Olimpiadi a Roma e di andare invece a Olimpia, e poi nelle isole come Patmos e Santorini e Mikonos ancora senza turisti. Però c’era anche la Callas a Epidauro, con una Norma che aveva attirato molti milanesi, al seguito di Wally Toscanini. Uno straordinario nubifragio (in luglio! nell’Argolide sitibonda!) annullò la ”prima” inondando centinaia di spettatori e comparse, con fuga della Divina fra Onassis e addirittura l’esercito. Tutti credettero a un sortilegio greco e mitico; però avendo visto la prova generale, affare fatto. Per illustrare i miei ”pezzi” sulle Cicladi ancora vuote, Pietrino Bianchi aveva inviato Giacomo Pozzi Bellini, il grande fotografo paesaggista della Treccani: saranno le ultime immagini «antiche» tra l’Ellade e Bisanzio? [...] Tra gli anni Cinquanta e Sessanta, in tutte le città italiane grandi o piccole si trovava un’abbondante sessualità maschile spontanea e disponibile sul posto, al Nord e al Sud e al Centro. In giardini, stazioni, cinema, teatri, varietà, lungomari, lungofiumi, «tempietti di necessità», viali e bastioni storici e panoramici e metafisici: Spezia, Verona, Lucca, Ferrara, Civitavecchia, Piacenza, Barletta, Pordenone, Gaeta, Terni, Salerno, Livorno, Caserta, Pisa, Capannelle e Centocelle... A qualunque ora, ready-made, on-the-sport, molto prima della retorica dei camion on the road e del vezzo di ballare in mille dopo le 2 e le 3; e con una solidarietà proletaria simpaticissima anche nelle «città del silenzio» e nelle contrade del naîf. Franchezze e gentilezze naturali, certamente ataviche e non moderne (dunque destinate a sparire), soprattutto fra i crocchi di marinai e bersaglieri e pompieri, consci e fieri della propria prestanza, senza un soldo ma vogliosi di «sfogo», e ammirati dai compagni meno prescelti per la solidarietà nel condividere il «ricavato» in pizze e sigarette con tutto il gruppo, dopo essere «andati via in macchina» (e magari col privilegio di poterla guidare su un rettilineo). Un classico d’epoca: le ronde armate d’aspetto terribile, con un capo graduato che esige prestazioni innominabili davanti ai due subordinati, un po’ abbagliati e un po’ atterriti. E poi li porta a mangiare in trionfo. I più nostalgici (e tirchi) poeti d’antico stampo ribadivano: «Non conosce la douceur de vivre chi non ha assaggiato i moschettieri del Duce, li potevi abbracciare anche in carrozzella al Tritone e nessuno avrebbe osato fare delle supposizioni perché durante il fascio la chose esisteva forse solo a Parigi, ma anche lì fra pochi eccentrici che fingevano». Quindi, né tema né problem - solo praxis - in quelle nostalgie per gli anni Trenta che includevano anche la letteratura delle Giubbe Rosse, la stazione di Firenze, i balli a Venezia, le architetture di Bengasi o Rodi... Ma nell’Italia del boom, non essendoci in giro né ragazze né automobili né motorini né soldi, e neanche i primi jeans, se ne desumeva un’antropologia facile: evidentemente trattasi di una tradizionale bisessualità mediterranea «di necessità», non testimoniata da documenti letterari scritti, però riscontrata identica (come i vasi e i bronzetti standard-arcaici) dalla Grecia all’Egitto alla Spagna alla Tunisia anche nelle località remote non turistiche. Dunque, non già un portato dei tempi nuovi. Oltre tutto, il «battere» notturno adocchiandosi fra sconosciuti in cerca d’avventure momentanee viene descritto con identica precisione dall’Alighieri sui lungarni nel Canto XV dell’Inferno («quando incontrammo d’anime una schiera / che venian lungo l’argine, e ciascuna / ci riguardava come suol da sera / guardare uno altro sotto nuova luna») e dal Sinatra nel corrispondente incipit fra i bar di Hollywood: «Strangers in the night / exchanging glances / and taking chances / until the night is through». (Mentre gli scrittori piccolo-borghesi e moralisti politico-intellettuali invecchiando preferivano svolgere dei birignao accademico sulla sociologia in fabbrica o sul turismo di massa in spiaggia con qualche vezzo sperimentale sull’Eros di Georges Bataille ma non su quello del proprio sedere. I tabù dei salottini progressisti vennero sdoganati solo dopo Marcuse). Nei primi anni Sessanta, oltre alla sfrenatezza per gli spettacoli internazionali e per gli sperimentalismi d’avanguardia, scattò anche un’intensa rivalutazione generazionale dei «grandi vecchi» che spesso erano stati emarginati dai loro coetanei e trascurati dai loro successori nell’età di Moravia e Cassola. [...] Gadda e Praz e Palazzeschi e Comisso furono amabilmente sorpresi di venir finalmente raggiunti da giovani lettori sinceramente appassionati, quando i loro libri non erano facilmente disponibili, e i grandi giornali non se ne occupavano. Palazzeschi ringiovanì addirittura, come Cesare Brandi, recuperando le sue prime avanguardie, mentre Gadda (benché lusingato) ci faceva malinconicamente capire che per lui ormai era tardi, bisognava che arrivassimo prima, Citati e Guglielmi e tutti. Non amava Pasolini, perché temeva un po’ di venir confuso con la sua dialettalità poco espressionistica e per niente plurilinguistica; e non discorreva molto della Scapigliatura e del Dossi. Anche per nostalgia di parole mai più ascoltate negli anni romani si inteneriva piuttosto quando gli parlavo il linguaggio delle mie nonne: quell’italiano desueto con termini dialettali espressivi e vocaboli francesi da borghesia provinciale dabbene. O anche: le molte nuances dimenticate per distinguere i tanti diversi tipi di «coglione» in milanese popolare. Fu un vero affetto, istintivo e spontaneo, anche perché Gadda «parlava come scriveva». Raccontando sobriamente la vocazione letteraria «sabotata», l’ingegneria «alta e faticosa», «il grosso repertorio di idee che si può brevemente designare col nome di psicopatologia: fenomeni proibitissimi dal fascismo»... Ma con quale convoluto e incantevole sense of humour (elaborato da Saint-Simon e Michelet e Chareet, da Macaulay e Strachey e Leibniz!) «visitava» le piccole pulsioni occulte e malsane dietro i testi di Parini, Foscolo, Carducci, Pascoli, D’Annunzio, o difendeva soprattutto contro Moravia l’amatissimo Manzoni, con fermezza anche politica accanto a una verecondia sempre estrema, quasi da commedia. Quale ritrosia autentica per ogni clan o trama «di potere», in quella generazione. E quanta amabilità disinteressata e reciproca (che lezione!) nei lunghi anni di conversazione «à bâtons rompus» con Palazzeschi e Comisso, accantonati come «marginali» perché irrilevanti nel do ut des dei favori e servigi recensori e stipendiari, giornalistici e radiofonici. Che differenze (anche di stile) con le tavolate di «bisogna intervenire! non si può più tollerare! bisogna impedire! bisogna che ne parlino! bisogna che nessuno ne parli! bisogna che qualcuno si muova! bisogna farli smettere! chi può intervenire col vicedirettore? chi può influire sul caporedattore? la ex-amica potrebbe metterci una parola? uno dei figli potrebbe farsi consegnare la scheda? dovrebbero uscire i due contemporaneamente, o almeno nella stessa settimana! e quella Maria che lavorava lì, avrà ancora qualche potere? ma l’ultima guardata ai titoli, chi la dà attualmente? e nel posto dove lavorava prima, quale è ancora un suo contatto?»... (Addirittura, negli anni degli accattonaggi Rai e affini, senza contratti né pensioni: «Bisogna fargli perdere il pane!»). Gadda si lasciava portare volentieri, ma non troppo spesso, a colazione alla Campana, dove giungeva in completo blu e fazzolettino bianco e cravatte deplorevoli, appena acquistate in un triste negozio in via della Mercede. Se veniva a casa, portava due bottiglie di vino francese. Si lasciò intervistare per giorni e giorni, sulla sua formazione, praticamente dettandomi tutto il virgolettato (poi pubblicato più volte) perché glielo aveva domandato Luciano Anceschi, per ”il Verri”. E anche la breve intervista con Palazzeschi sulle sue «fasi» ha questa origine di riguardi reciproci. Ma con Gadda accadevano agnizioni imbarazzate e amabili, quando gli si combinavano incontri milanesi con Luchino Visconti, Cesare Castelbarco, Franca Valeri. Al cinema invece non tratteneva i commenti («è la madre o la figlia, adesso?») come anche Moravia («ma non sono fratello e sorella?») mentre assistevamo a un impegnativo Antonioni - era Pasqua - con Pasolini e Carlo Levi, dopo una montagna di fettuccine da Alfredo. (Quando Levi «incedeva» da Canova dopo mezzanotte con viso benedicente, i suoi colleghi Franca Lancia e Trombadori asserivano: «ha il complesso di Giove»). Per differenziare stilisticamente Longhi da Contini ebbi il torto di dire o scrivere che il primo dà l’impressione di essersi vestito casualmente pescando in cassetti pieni di camicie e pullover infallibili, come se non vi fosse stata una ricerca, mentre sembra che l’altro si sia provato davanti allo specchio per ore il papillon o il chache-col. (Parlava davvero come i traduttori d’Omero: i cocchi, le ancelle, gli usberghi, i tageti). Ma fra i primi a invitarmi con gran cortesia ai tè domenicali fu Emilio Cecchi, dal quale tutto poteva dividermi e forse non avrà mai letto niente di mio, però ebbe sempre una grande curiosità per le informazioni culturali inglesi. Già molto vecchio, mentre la consorte Leonetta offriva il vin santo ai coetanei, saliva e scendeva la scaletta delle librerie per riscontrare le citazioni emettendo dei caratteristici «hò-hò» sulle proprie trouvailles. Ma anche a Parigi, dove si pranzava in trattoria, era un conversatore animato alla tavola degli italiani. Con Mario Praz i rapporti erano deliziosi. Amareggiato da decenni di incomprensioni e malevolenze (i suoi contemporanei erano sconcertati giudicando che sperperasse quell’immensa dottrina in temi morbosi o irrilevanti, indegni di un cattedratico), accoglieva i visitatori nella Casa della Vita con un rituale già molto descritto: le storie e gli aneddoti sui quadri e sugli oggetti, il tintinnio delle pendole all’ora del tè, gli accorti effetti dei riflessi, il gusto del macabro sfiorato con nonchalance, le vaste memorie esattissime, le schede con gli appunti maliziosi fatte scivolare in tasca. Amava molto le belle signore in visita, e se erano competenti di arredi e di araldica diventava affascinante. Naturalmente dopo il tè lo si portava in un buon ristorante, dove brillava l’arte della sua conversazione. Ma aveva anche tratti commoventi: «dov’è il mio regalo?», ogni volta che tornavo da Londra, con qualche libro nuovo e strano che gli sarebbe servito per i suoi elzeviri. In via Giulia si abitava vicini, e perciò cominciò da me, proseguì al ristorante, e finì da lui il party per Edmund Wilson che poi in un magnifico saggio intitolato al «genie» (genietto) di via Giulia coniò e lanciò l’aggettivo prazzesco. Ma a tavola il grande critico fece soprattutto dei complimenti alle belle manine di Franca Valeri, sotto le occhiate di Gabriele Baldini e di Paolo Milano, che gli domandò cosa gli faceva da mangiare Mary McCarthy quando erano sposati. (E lui: una volta la settimana, un pentolone di «all purpose food»). Con Moravia ci siamo frequentati mondanamente con periodico interesse e garbo reciproco, ma senza riuscire ad apprezzarci troppo sul serio: quando pontificava tra i seguaci e gli epigoni, in trattoria, pareva sempre ossessionato da qualche «balance of powers» fra coalizioni e satelliti, come un mini-Metternich o Kissinger fra schieramenti e premi e recensioni e corsivi e stipendi e piccole egemonie e strategie e Terzo Programma Rai ed ”Espresso” e ”Paese Sera”. Mai però mollando l’elzeviro sul ”Corriere della Sera” neanche nelle fasi più reazionarie di destra smaccata dagli editoriali alla terza pagina. (Non esistevano allora quegli «ammortizzatori sociali» poi forniti dalle iniziative statali e regionali e provinciali e comunali per gli animatori e le coinvolgitrici dell’«indotto» culturale. E la generazione di Moravia credeva ancora - come il partito comunista di Togliatti e poi l’Opus Dei - in una «rete fissa» di «clientes» infiltrati nei «gangli» degli apparati di produzione e controllo: il cosiddetto Potere Letterario. Non avevano capito - come poi la generazione di Eco e Calvino - la validità dei «rizomi» diffusi come nebulose fluide nella rifondazione postmoderna delle università internazionali e dei loro editori. Mentre i sicofanti e i clienti non prevedevano che solo cinque anni dopo il fatale Gruppo 63 la conquista dei posti e degli stipendi sarebbe stata feroce, senza più prendere ostaggi né prigionieri). Alberto Arbasino