Giancarlo Dotto L’espresso, 13/08/2003, 13 agosto 2003
Sergio Cragnotti, finanziere (con propensione al flop) anaffettivo e con gli occhi da husky, L’espresso, 13/08/2003 La casalinga di Carugate sapeva il fatto suo il giorno che si affacciò con il suo gruzzolo di 80 milioni, i risparmi di una vita, in una filiale della Bnl
Sergio Cragnotti, finanziere (con propensione al flop) anaffettivo e con gli occhi da husky, L’espresso, 13/08/2003 La casalinga di Carugate sapeva il fatto suo il giorno che si affacciò con il suo gruzzolo di 80 milioni, i risparmi di una vita, in una filiale della Bnl. Nel suo mondo perfetto, la banca era come la chiesa, luoghi di cui fidarsi alla cieca. Quando si sentì suggerire i Cirio Bond, scadenza dicembre 2005, come il massimo del save money, le scappò l’unica obiezione, a un mese dalla Torre Gemelle: «E se poi fanno la guerra che succede dei miei Cirio Bond?». «Se fanno la guerra? La pasta al pomodoro gli italiani la mangiano anche con la guerra». La risposta dell’impiegato, insulsa e rassicurante allo stesso tempo, si combinò alla stordente seduzione del nome amico. Cirio. Micidiale feedback. Lei, la casalinga, le salse, le imprese ai fornelli. Tutta una vita. Era l’antefatto, uno dei tanti, dello ”Spaghetti Bond”, che non è solo un western all’italiana brutto, sporco e molto cattivo sul tema del risparmio tradito, ma anche l’ultima frontiera del bidone nostrano, il caso ”Enron all’amatriciana” come è stato ribattezzato. A distanza di quasi due anni e 80 milioni finiti in fumo, la massaia di Carugate una cosa l’ha capita, che Wanna Marchi può annidarsi ovunque, in banca e in chiesa, nelle rispettabili divise dei teppisti della finanza e dei promotori bancari. Di quelle banche che prima assecondano spericolati azzardi e poi si rifanno su quelle come lei e altre migliaia come lei, sottoscrittori incauti di titoli fraudolenti. Imparò anche a riconoscere il suo nemico nella faccia da predatore di Sergio Cragnotti, l’uomo che avviò il gioco del cerino con l’ennesimo trucco da prestigiatore, mille miliardi di vecchie lire spariti dalle casse della Cirio. Eppure. Sarebbe bastato concentrarsi prima su quella faccia. Fidarsi del proprio disagio. Interrogare quelle due fessure da husky siberiano, intarsiate in un profilo da rapace. L’opacità delle pupille, minacciose perché inespressive, aperte e chiuse sullo stesso vuoto. Uno sguardo che non guarda, quello di Cragnotti. Che esclude il prossimo di fuori, ma anche quello di dentro, che non rispecchia nessuna anima e nessuna storia. Non è l’occhio maliardo del seduttore, ma nemmeno quello glaciale e paranoide del terrorista. Senza la traccia di un passato, di un incubo, di un desiderio, di una malinconia, di una ferita qualunque. Lo sguardo di un cinico da manuale, che conosce il prezzo di ogni cosa e il valore di nessuna. Zelo tardivo e un po’ masochista. La casalinga si documentò a fondo su quel Robocop della finanza, votato a spolpare tutto ciò che di solito capita nel suo delirante cammino di astrazione pura: l’Enimont, la Lazio, la Ciro, tutto il resto. Incline come una mantide a uccidere le aziende con cui si accoppia. Un uomo che non ha tempo di chiedersi se Dio esiste, ma che si è interrogato spesso sull’unico paradiso che lo interessa, quello fiscale. Biologicamente programmato a incasinare tutto ciò che incontra. Bilanci, assetti, stabilità. Con un talento raro. «Sogno poco. Sognare stanca, ruba energie», ha detto un giorno, genialmente sparlando si sé. Tra sé e lo stato d’incoscienza mai un’interferenza. I suoi nemici gli invidiano la capacità d’addormentarsi a comando. E di risvegliarsi anche un quarto d’ora dopo fresco come una rosa. Un anaffettivo, ma non per animo cattivo. Un caso, il suo, d’insufficienza emotiva. Ha partecipato al proprio matrimonio e a quello della figlia, ma solo perché non poteva farne a meno. Una volta che partecipa al matrimonio di amici, come quello del figlio di Jean Marc Vernes, banchiere francese alleato dei Ferruzzi in Enimont e decisivo nella costituzione della Cragnotti & Partners nei primi anni ’90, si fa notare per come sposta con destrezza i cartellini dei tavoli, allo scopo di sedersi a fianco del per lui fondamentale presidente della Banca d’affari Lazard. Con i funerali non se la cava molto meglio. A quello di Gardini un amico fraterno, non ce la fa nemmeno a simulare una lacrima. A furia di non piangere e di non sognare, a furia di vendere frigoriferi agli esquimesi, che nel caso suo sono latino-americani con inflazione a doppia e tripla cifra, francesi ingenui, tifosi languidi e banchieri complici, a furia di acrobazie, cilindri e conigli (l’ultimo la holding turca Cukurova, che avrebbe dovuto salvare lui e la Cirio dal tracollo) sembra essere arrivato al capolinea questo ex campione studentesco di corsa campestre, che da allora non ha mai più smesso di correre. «Devo correre sempre più veloce delle pallottole che gli sparano», dicevano di lui nel gruppo Ferruzzi. Ha staccato i cellulari e non risponde al telefono. Chi lo ha incontrato nel suo bunker romano dalle parti di via Veneto o in quello toscano di Montepulciano, una tenuta di 90 etteri con villa padronale incorporata d’inizio secolo, lo descrive confuso e smarrito, forse arreso. Nel frattempo, incalzato dai creditori, dalla Consob, dagli avvisi di garanzia e da sviluppi non certo rosei delle inchieste sulla Cirio e sul suo impero finanziario. Spregiudicato lo è sempre stato, l’ultimo dei mohicani dello scandalo Enimont. «Io lavoro con le idee e non con i soldi miei, altrimenti non avrei mai realizzato quello che ho fatto». Una decisa consapevolezza di sé, mai offuscata da inutili moralismi. Strozzare e strizzare, il suo metodo. Strozzare di debiti le società acquisite e strizzare di prestiti le banche amiche. Uomini come Cragnotti esaltano ciò che è realmente demoniaco nel denaro, l’astrazione. Ha costruito imperi, vinto scudetti e trofei con i soldi degli altri, mentre attorno a lui, vedi Massimo Moratti a Milano, non vincevano nulla sperperando i propri. Il paradosso Cragnotti ha dettato legge per un decennio: il denaro lo spende soprattutto chi non ce l’ha. Come sottolineò alla sua maniera Giovanni Agnelli, il giorno che Vieri finì dall’Atletico Madrid alla Lazio. «Noi non potevamo spendere 50 miliardi, Cragnotti sì». Un blitz rapido e invisibile, alla Cragnotti, che allora era proprietario della Centrale del Latte. I baristi lo accusarono di aver aumentato di 100 lire al litro per finanziare l’acquisto di Vieri, costringendo tra l’altro i tifosi della Roma a inventarsi allergici al lattosio pur di non sentirsi degli infami tutte le volte che ordinavano un cappuccino. Ma dove Cragnotti dà il meglio di sé è nella vendita. Il grande venditore è uno da cui non compreresti mai un’auto usata, e mentre lo dici, stai firmando l’ordine d’acquisto. Una definizione che sentiva congeniale. Finanza e stregoneria. Forse anche ipnosi, con quello sguardo da husky siberiano. Quanto basta a indurre Enrico Cuccia, che diffidava di lui ma lo teneva d’occhio, a battezzarlo «la fattucchiera». Le sue dismissioni alla Ferruzzi (più di 10 mila miliardi) sono ancora leggenda. Il suo capolavoro? La cessione della Standa a Berlusconi. Una delle sfide titaniche del secolo, paragonabile a quelle tra George Foreman e Cassius Clay a Kinshasa o Boris Spassky e Bobby Fisher in Islanda. Lo chiamano anche Houdinì. I soldi delle banche li fa sparire e ricomparire a suo piacimento. Un funambolo. Come il francese Philippe Petit che a New York camminava sulla fune d’accaio sospesa sul vuoto, a 412 metri d’altezza, tra le due Torre Gemelle. Cragnotti è un acrobata della finanza che non si fa tentare dall’abisso, anche perché lui l’abisso non sa cosa sia. Non lo conosce. Immaginazione zero. Questo lo aiuta. E quando precipita non è l’abisso che lo attrae, ma sono le sue Torri fin troppo Gemelle che gli collassano ai due estremi, Lazio e Cirio, le due perle in bacheca, le sponde lontane e congiunte del suo funambolismo da Superuomo della finanza. Sempre lì. Lo straordinario vantaggio di non scontare ingombri psichici. Varca il cancello del carcere di Opera in un pomeriggio novembrino del ’93 per definizione brumoso, in loden blu, sciarpa gialla e valigetta in cuoio. Quel carcere, che solo a pensarlo atterriva Gardini. Lui ne esce illeso e anche più leggero, dopo aver vuotato il sacco. Tre giorni, una bazzecola rispetto ai quattro anni dell’amico Cusani. Determinazione, concentrazione, capacità di lavoro sono da sempre le armi del Giapponese (così lo chiamava Gardini), detto anche il Piccolo Cesare, non si sa se per le sue analogie con Romiti o la sua devozione a Geronzi. Il ragazzo di Porta Metronia non era una cima. Uno dei tanti alla scuola di ragioneria al Leonardo da Vinci, uno dei tanti alla facoltà di Economia e Commercio. Non era uno dei tanti già al suo primo lavoro contabile di una ditta di Colleferro. L’idillio con Serafino Ferruzzi scoppia in Brasile dove Cragnotti lavora da tempo per la Cimento Santa Rita. Da Sergetto era intanto diventato Serginho, lucrando cruzeiros e combinando affari d’oro con Mario Garnero, finanziere molto chiacchierato, in combutta con i dittatori militari. Prima alla Ferruzzi e poi a Montedison, diventa l’uomo ombra di Raul Gardini. Il suo miracolistico genio della moltiplicazione lo circonfonde di divino. Cragnotti si rivela un asso della negoziazione. Arriva prima anche quando arriva dopo (ritardatario cronico, il difetto si acuisce negli anni brasiliani). «E’ l’uomo che sa come usare e moltiplicare i soldi delle banche», lo descrivono estasiati alla Ferruzzi, turandosi il naso per quel suo querulo vernacolo strascicato, le giacche burine troppo attillate, la sintassi cagionevole e l’abbronzatura perenne. Gardini, che non era un damerino ma sembrava un eroe di Hemingway, ingaggiò istitutori per avviarlo alle buone maniere. Invano. Cragnotti non riuscì mai a dire «concorrenza» con due erre. Quando si dimette dal vertice di Enimont è il manager italiano più pagato al mondo, un miliardo e mezzo l’anno, più di Paolo Fresco e di Marco Tronchetti Provera. Con la miliardaria liquidazione della Montedison inizia la sua avventura di finanziere-imprenditore in proprio. La Cragnotti & Partners è una multinazionale della finanza off-shore, una giungla di nomi su cui si scervellano i giornali economici dell’epoca. Tanti soci, una misteriosa holding con sede a Dublino e l’amicizia decisiva di tre pezzi da novanta: Ferdinando Ventriglia del Banco di Napoli, Carlo Zini del Montepaschi e, soprattutto, Cesare Geronzi, che sarà il mentore di tutte le sue operazioni future, prima di scaricarlo una volta per sempre. Le banche, un po’ azioniste, un po’ creditrici, aprono i cordoni della borsa e Cragnotti, come un bambino incontinente, si lancia in un vortice di acquisizioni. L’agro-alimentare è il suo campo, la Cirio il grande colpo, la Lazio la sua vetrina, il passepartout nel mondo degli affari, dove continua ad essere sopportato come un parvenu. Nel derby romano del calcio, riesce nell’impresa di far risultare uno come Giuseppe Ciarrapico (memorabili le loro sfide dialettiche tra fini dicitori) alla stregua di un vecchio romantico populista e un po’ trombone, esaltando già all’epoca il calcio-spettacolo come business, parlando di sinergie, di pay-tv e dell’importanza di battere la «concorenza». Nato lo stesso giorno, 9 gennaio, 40 anni dopo, la Lazio, diceva sempre, era nel suo destino. Tifoso da sempre, ma senza grandi slanci. Frigido anche in politica. Vaghe simpatie di destra, frequentazioni rare, ma non mancò di sperticare elogi per Amato e Prodi quando serviva. Si sdegnò di brutto al punto di risultare convincente quando lo accusarono di schiavismo per la storia delle piantagioni-lager di ananas in Sudafrica o di polso debole per il razzismo becero dei suoi tifosi. Rapporti sempre burrascosi con quelli della curva, un po’ per le loro intemperanze, ma anche per quella sua propensione a monetizzare tutto (stabilì e poi fu costretto a rimangiarselo un biglietto d’ingresso per gli allenamenti a Formello). Nella sua riduzione del mondo a mercato esagerò quando definì suoi «clienti» i tifosi della Lazio. Che replicarono con uno striscione all’Olimpico: «Non siamo pomodori». Tra diffidenze, ripicche, insulti e minacciati addii, un amore mai nato del tutto. Acquisti miliardari, ma anche cessioni traumatiche, l’ultima quella di Alessandro Nesta. Utopie realizzate come la quotazione in Borsa e mai realizzate come lo stadio all’inglese con discoteca e parco giochi. Sono passati tre anni e sembra un secolo da quando proclamava con orgoglio: «La mia Lazio è un modello da copiare in tutto il mondo». O sentenziava: «Il pallone è una gallina dalle uova d’oro. Bisogna solo farla covare bene». Parole profetiche. L’euforia dello scudetto nell’anno del Centenario e del Giubileo gli fu fatale. Cragnotti raddoppia l’ingaggio a tutti, anche alle più schiappe. l’inizio della fine. Spende e spande, il titolo in borsa sfiora lo zero. Pressato dalle banche è costretto a lasciare, non senza farsi liquidare con 500 mila euro per gli ultimi sei mesi di gestione. Cuore di papà, ottiene dalla Lazio anche uno stipendio di 20 milioni al mese per la prediletta figlia Elisabetta, che conserva una stanza nella sede di via Borgognona, dove però non si fa mai vedere. Ci prova anche con il figlio Massimo, 16 milioni al mese, e per un po’ ci riesce, ma la Lazio questa volta non ci sta. La rampolla basta e avanza. Oltre al senso degli affari, l’uomo Cragnotti ha il senso della stirpe. L’unica sua debolezza. L’errore del managment familiare gli fu rimproverato dall’allora ministro delle Finanze e tifoso biancoceleste Ottaviano del Tuco, che definì peraltro Cragnotti «un grande finanziere, geniale, moderno, spregiudicato, un imprenditore del 2000». Trovare un’occupazione per sè e per i suoi eredi è oggi il suo assilo. Lui, Cragnotti, ci riprova ora con i vini della sua azienda agricola (Corte alla Flora, in omaggio alla moglie), nel cuore del Nobile di Montepulciano. Per anni ha prodotto solo il necessario per sé e per gli amici. Dopo aver investito nei vigneti e nella cantina, conta di arrivare presto a 500 mila bottiglie. Ha venduto nel frattempo lo yacht a motore di 30 metri ormeggiato a Civitavecchia e si fa vedere sempre meno nella palazzina di tre piani e più di 2 mila metri quadri terrazzati con vista su Roma, dietro via Veneto. Non ci torna volentieri da quando sul muro sotto casa gli hanno scritto «Cragnotti, se ti servono altri quattrini, uccidi n’artro Gardini». «In dieci anni ho speso cifre da brivido. Non posso permettere che quattro cialtroni vengano a insultarmi sotto casa», ha detto in un sussulto di non simulato orgoglio. La moglie Flora è la sua stabilità. Si conoscono da ragazzi, da quando tubavano al parco della Caffarella. Dicono che ha tanta voglia di scappare. Ma dove? Nel suo Brasile non può più rientrare. Troppi carichi pendenti. Ma chi lo conosce bene giura, uno come lui non si arrende. Già pronta la nuova sfida. Vendere il suo vino agli astemi. Meglio se esquimesi. Giancarlo Dotto