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 2003  agosto 09 Sabato calendario

«Io sono le 18 ore al giorno lavorate per 22 anni prima d’incontrarti»: Stefano Ricucci, maggior azionista della Lazio, imprenditore 40enne con la faccia da adolescente, Corriere dello Sport, 09/08/2003 Roma

«Io sono le 18 ore al giorno lavorate per 22 anni prima d’incontrarti»: Stefano Ricucci, maggior azionista della Lazio, imprenditore 40enne con la faccia da adolescente, Corriere dello Sport, 09/08/2003 Roma. Stefano Ricucci ha 40 anni, un figlio di 10, una fidanzata di 31 bella e famosa, un giro d’affari di oltre mille miliardi di lire. Ed è uno dei nuovi proprietari della S.S. Lazio. Dopo la ricapitalizzazione da 110 milioni di euro, con il 12 per cento, è diventato il primo azionista della società che fu di Sergio Cragnotti. Una doppia novità: mai, nel calcio italiano, una società aveva avuto un azionariato così diffuso da farla assomigliare ad una public company. E solo Giorgio Chinaglia era più giovane quando arrivò al vertice della Lazio. A prima vista, poi, Ricucci, dimostra ancora meno anni: forse perché la camicia immacolata da manager e i gemelli in bella evidenza sono smitizzati dai capelli lunghi di un adolescente. Il suo quartier generale, tra i Parioli e via Veneto, sarebbe piaciuto a Grisham per un romanzo. Sulla boiserie in mogano scuro lucido campeggia una Treccani ancora intonsa. Le poltroncine di pelle azzurra sono in tono con la tappezzeria a righe delle pareti dove trovano posto grandi quadri a olio con la doppia cornice, nero e oro: paesaggi agresti o battaglie d’altri tempi. Molto british. Molto freddo, anche: l’aria condizionata va a pieno regime. Nell’ufficio del capo c’è una scrivania a mezzaluna; su un lato sei schermi al plasma dove scorrono cifre in continuazione come fossero su un rullo. Quotazioni di Borsa, si direbbe. In queste ore che lo separano dall’insediamento al vertice della Lazio, Ricucci è al lavoro: «Diciotto ore al giorno, come sempre», dice con la ”esse” leggermente blesa. L’altra sera si è preso una pausa per andare ad applaudire la fidanzata Anna Falchi che recitava al teatro di Ostia Antica nella Venexiana. Stanno insieme da due anni, «nessun uomo ha resistito tanto»: in primavera c’è stato un breve litigio per la gioia dei settimanali di gossip ma ora assicura che filano di nuovo d’amore e d’accordo. Lei ogni tanto irrompe nel suo studio british con tutta la sua esuberanza: un saluto e via. Chi li frequenta dice che è un grande amore. Al punto che è stato scritto che Ricucci avrebbe partecipato al salvataggio della Lazio «per regalarla alla fidanzata», ma è un abbaglio. «Quando si tratta di affari, il cuore non c’entra». E’ vero però che in tutta questa storia lui ci legge una sorta di predestinazione, «una imprevedibile catena di eventi». Che poi sarebbe questa: due anni fa lui si fidanza con Anna Falchi che è la madrina della Lazio; l’anno dopo compra il 2 per cento di Capitalia che è azionista della Lazio; sei mesi fa il presidente della banca Cesare Geronzi si trova a dover salvare la Lazio e cerca un imprenditore disponibile su Roma. «Ci sono alchimie che vanno al di fuori di noi». La storia di Ricucci raccontata da Ricucci è bella e incredibile. Al limite dell’agiografia. Sembra il soggetto di un film di Frank Capra sulla felicità, anche se è presto per scrivere il finale. Il papà Matteo faceva l’autista dell’Atac, la mamma Gina la casalinga. I nomi sono importanti perché le iniziali dei genitori e la sua comporrano la sigla della holding che gestice le sue attività: Ma-gi-ste. Stefano era un ragazzo sveglio e inquieto: a scuola andava così così ma tanto lui pensava che «i primi della classe non sono mai i primi della vita». A 14 anni dice al papà che non vuole più la paghetta: «Avevo cominciato a produrre soldi». Faceva di tutto, anche il cameriere del bar: voleva essere indipendente. A differenza dei suoi amichetti, del pallone non gli importava nulla: né della Roma né della Lazio, «ma avevo in camera la maglia di Rivera». Calcio d’altri tempi. Compie 18 anni con un pensiero fisso in testa: fare l’imprenditore. Un giorno in edicola scopre ”il Sole-24ore” e si illumina: «Lo leggevo e non ci capivo nulla. Andavo in giro a chiedere a tutti ”che vuol dire questo numero? E questa parola?”». Intanto San Cesareo, una piccola località alle porte di Roma si stacca dal comune di Zagarolo. Nel nuovo piano regolatore c’è un terreno che diventa edificabile: anzi, c’è già un progetto per farci un centro commerciale. Ricucci chiede al papà di prestargli la tredicesima, un milione e trecentomila lire, e di impegnarsi una casetta che ha proprio a San Cesareo. Dal direttore della Banca Rurale ottiene così in prestito venti milioni con cui partecipa alla lottizzazione: in cambio si fa dare tre appartamenti ancora in costruzione. Quando saranno finiti, due li avrà già rivenduti per 146 milioni. Il terzo invece non lo venderà più: «Neanche se mi offrissero un miliardo». come il primo nichelino di Paperone. L’inizio di una fortuna. Il metodo Ricucci è semplice: investe su terreni edificabili e rivende alla prima occasione. Il tutto con i soldi della banche. Lui ancora oggi se ne vanta: «Ho inventato la cartolarizzazione degli immobili quando la Goldman Sachs nemmeno sapeva cosa fosse!». Il secondo affare gli frutta più di un miliardo. Già che è nel giro, per un po’ vende anche sportelli bancari: 50-60 l’anno scontando gli affitti per avere altri affidamenti. Nel frattempo prende il diploma di odontotecnico all’istituto ”George Eastman’ e apre uno studio accanto a via Boncompagni. Ma più che occuparsi di carie fa pubbliche relazioni, entra in contatto con la clientela agiata del quartiere della Dolce Vita. E impara: «Io guardo tutti. Persino quando entro in un ristorante, osservo clienti e camerieri per rubare idee e comportamenti». Ruba un comportamento oggi, ruba un’idea domani, a 25 anni Ricucci ha già due miliardi da parte: allora lascia la cura dei denti e si lancia nel business dei Fondi comuni. «Sei mesi dopo i miliardi erano quattro». Come facesse a fare tanti soldi nessuno lo sa. Ricucci non ha studiato economia: è un autodidatta, ha imparato tutto sul campo. «Ma molti altri grandi imprenditori non hanno studiato. Prendete quel fenomeno di Emilio Gnutti: eppure è uno che può dare lezioni di economia». Qualche mese fa però Ricucci una laurea, seppure ”breve’, l’ha presa: in business da una oscura università di San Marino, e ora vorrebbe anche un Master. «Un fatto di immagine, a un certo livello un pezzo di carta può servire». Il certo livello è quello di un gruppo che movimenta oltre 520 milioni di euro l’anno. «Non parliamo di fatturato, io non fatturo niente, io compro e rivendo partecipazioni in società, chiaro no?». Sembra parlare di una cosa aleatoria, una ricchezza che può svanire da un momento all’altro, ma non è così: «Se fallisco io vuol dire che è fallita l’Italia. Il mio motto è guadagnare poco e sempre. Solo in questo modo si diventa grandi. E io un giorno voglio lasciare qualcosa di solido a mio figlio. Infatti investo solo in immobili, assicurazioni e banche». Le banche sono la sua passione. L’altro giorno ha comprato il 2 per cento di Mediobanca, «un investimento grosso, altro che la Lazio, ma quasi nessuno se ne è accorto fuori dal mondo finanziario, tutti mi chiedono solo di cosa farò alla Lazio». Nell’ambiente finanziario si sono accorti per la prima volta di Ricucci un paio di anni fa, quando, dopo aver comprato una partecipazione in Hopa, la finanziaria di Gnutti, è entrato nella Banca popolare di Lodi. E poi, l’anno scorso, in Capitalia. Nota bene: è entrato senza bussare. I giornali economici scrissero che il presidente Geronzi si adombrò moltissimo per quell’ingresso, diciamo così, brutale, nel capitale della banca romana. Ma Ricucci non è pentito: «Le novità fanno sempre paura, all’inizio». Eppoi lui pensa che i soldi non servono a niente se non ti invitano nei salotti giusti. A Roma per illustrare questa situazione c’è una specie di proverbio che dice: se vuoi parlare con qualcuno e questo non ti rivolge la parola, non ti resta che dargli una cinquina. La cinquina: praticamente uno schiaffone. «Magari l’interlocutore lì per lì si arrabbia un po’, ma poi si fa pace. E si parla». Cinquina a parte, con Geronzi è andata più o meno così. Ora il grande banchiere gli parla, a Ricucci, eccome gli parla. stata proprio la Lazio l’occasione per stringere rapporti che potrebbero portare il finanziere di Zagarolo persino nel patto di sindacato, cioè nella stanza dei bottoni, della potente banca romana. «Ma questo bisogna chiederlo a Geronzi. Chi non vorrebbe starci là dentro? come una cena con Anna Falchi. Un sogno. Chi non vorrebbe andare a cena con Anna?». Ma torniamo alla Lazio. A metà novembre dell’anno scorso il crack di Sergio Cragnotti è ancora caldo, e già nei giornali circola il nome di Ricucci come possibile acquirente della società. « il fidanzato della Falchi», scrivono scovando alcune sue foto allo stadio Olimpico. Tutti si chiedono: ma Ricucci chi? Lui risponde fiero: «Io sono le 18 ore al giorno lavorate per 22 anni prima di incontrarti». In realtà in quei giorni Ricucci non ci pensa per niente a comprare la Lazio: il calcio lo spaventa, troppo rischiosi gli investimenti per uno abituato alla solidità dei mattoni. La caduta di Cragnotti lo sgomenta: ripensa al figlio maggiore del finanziere, Andrea, che ha frequentato all’hotel Bellevue di Cortina. Un buon conoscente, perché negarlo? «Mettiamo da parte la Cirio. Io dico che i tifosi della Lazio dovrebbero essere comunque grati a Cragnotti per quello che ha fatto per portare la società dal niente al vertice del mondo». A marzo la svolta. Dopo alcuni abboccamenti informali, lo chiamano da Capitalia: è il presidente Geronzi. L’incontro che segue è subito risolutivo. Il banchiere gli dice: come sa stiamo formando una cordata per salvare la Lazio. Le interessa? Quanto è disposto a investire? Con lei ci sarebbero anche Vittorio Merloni, Salvatore Ligresti e la Banca nazionale del lavoro, oltre a Capitalia naturalmente. Ricucci racconta che gli scattò una molla. «A me del calcio non importava molto, non era il mio mondo. Mai tifato fino a quel giorno. Ma quando ho sentito quei nomi, ho pensato che erano una garanzia di successo. E poi si tratta di imprenditori del mio standing». Standing, dice proprio così. «Voglio dire che si tratta di persone che ragionano come me, anzi, sono io che ragiono come loro. In comune abbiamo il fatto di essere gente abituata a lavorare tutto il giorno, a leggere i bilanci, preparare budget, fare impresa. Tutte cose di cui il calcio ha bisogno». Da quell’incontro sono passati cinque mesi e per la Lazio la ricapitalizzazione è stata un successo aldilà delle più ottimistiche previsioni, tanto che non è stato più necessario coinvolgere Merloni. A sorpresa Ricucci è risultato il primo azionista ma su chi merita la palma di salvatore del club biancoceleste, non ha dubbi: « tutto merito di Geronzi, senza il suo intervento la Lazio non ce l’avrebbe mai fatta e sarebbe fallita». Lo stesso Ricucci del resto ammette di aver aderito all’invito ad entrare nel calcio anche «per l’onore di fare un piacere a un così importante banchiere». Se il primo sì è stato detto «per piacere», va detto che ora però Ricucci comincia a prenderci gusto. Primo, perché nel calcio ci sono tutti i più grandi imprenditori d’Italia: «Moratti, Berlusconi, Agnelli, ma anche Della Valle, Garrone... Tutti. Dalla serie A alla B non c’è un club che non sia guidato da un imprenditore che ha dimostrato di avere una marcia in più». In quell’elenco c’è anche Ricucci, ormai: «Non nego che in questa operazione per me ci sia un ritorno di immagine importante, stare nel calcio ti apre una serie di contatti con persone di altissimo standing». Ma il punto, secondo Ricucci, è un altro. Il calcio avrebbe una funzione salvifica sulla coscienza dei miliardari «perché ciascuno di noi qualcosa deve fare per la società, non parlo di business adesso, intendo la società in genere, fare del bene. Con qualcuno devi dividere quello che hai». Il pallone, insomma, sarebbe una sorta di beneficenza collettiva: «Con una squadra di calcio fai del bene, allo stadio fai divertire 50-60 mila persone a domenica. Come se tu ogni settimana facessi una festa. A casa tua tu inviti otto persone, io invece ne invito 50 mila. così». Se il calcio è una festa, «la Lazio è una società che ti può fare innamorare perché le è già stata data una impostazione aziendale con la nomina di Luca Baraldi come amministratore delegato e di Ugo Longo come presidente. E poi ci sarà Giuseppe De Mita direttore generale: viene dal Gea, così resta tutto in famiglia». Con queste nomine la Lazio è già un’azienda: «Come la mia: solo che io compro immobili e la Lazio fa calcio». Per Ricucci non fa nessuna differenza se uno vende «calci al pallone, ombrelloni, canoe o palazzi». Quello che conta, se fatturi centinaia di milioni di euro l’anno, è la cultura d’impresa. Certo, poi nel calcio c’è una forte componente emotiva, la pressione dei tifosi può spingere una società ad acquisti folli. Come accadde a Cragnotti. «Non parliamo di Cragnotti. Ma certo i tifosi vanno ascoltati. Se la massa ti chiede tre acquisti, tu ne devi fare sei. Ma per riuscirci devi trovare tre nuovi canali di finanziamento, sennò è vecchio calcio, quello dei debiti». Sui nuovi canali di finanziamento, Ricucci per ora è evasivo. Per saperne di più dà appuntamento a quando la nuova dirigenza laziale sarà insediata, «allora sentirete le mie idee». Che non sono campate in aria, no, forse solo un po’ vaghe: «Se una persona ha sinergie nel mondo finanziario, sicuramente si inventa una soluzione nuova, perché ogni imprenditore non è solo uno che legge i bilanci, è un inventore che la mattina arriva in azienda e si inventa un nuovo modo di guadagnare soldi. Nel senso pulito della cosa, naturalmente». In questo senso Ricucci si considera un artista: «Uno che entra nel calcio mettendo soldi cash come ho fatto io, apporterà novità strabilianti. Sicuramente la massa, i tifosi della curva, saranno molti contenti». Vuol dire che la campagna acquisti non è finita? «In che senso ”finita”? Sarebbe come se io la mattina entrando in ufficio dicessi ai miei collaboratori, sapete, per quest’anno è finita». Ricucci si descrive come una piantina che ha bisogno di sfide nuove ogni giorno per non appassire. «La mattina, quando mi sveglio, io non penso a quanti soldi ho ma a quello che devo fare per migliorarmi. Poi certo mi alzo in una meravigliosa stanza all’hotel De Russie, a piazza del Popolo c’è l’autista che mi attende per portarmi in ufficio. Se devo andare in un posto per chiudere un affare o per la finale di Champions League c’è il mio aereo privato. E in Sardegna ho uno yacht». Dicono che sia uno dei più lunghi di Porto Cervo. «Non è vero, è vero che amo il mare e il mare per godertelo devi avere una barca». E poi anche la barca è uno strumento di lavoro: «A un certo livello è impossibile non averla. Serve per fare relazioni, incontrare persone del mio...». Standing? «Quello». Il modello di Ricucci, nel calcio, è la Juventus: «Nel senso che lì c’è un amministratore delegato e c’è un direttore generale. Umberto Agnelli mica ha una carica operativa». Questo non vuol dire che Ricucci intenda restare nelle retrovie: ha già chiesto e ottenuto che lui e Paolo Ligresti, «il figlio di Salvatore, un amico», facciano i vice presidenti per dare un segnale di novità. Ma anche perché, «se uno compra un automobile poi la vuole guidare». Certo, l’automobile Lazio è di tante persone, «ma dove metto i miei soldi devo esserci anche io a gestirli».  uno tosto, Ricucci. Un anno fa è arrivato in ufficio e ha trovato i vetri di una finestra crivellati da colpi di pistola: un altro si sarebbe spaventato a morte, lui invece ha fatto denuncia e ha tirato dritto. Oggi declassa quella vicenda al rango di incidente: «Mica sono io che ho sparato a qualcuno». Sostiene che il suo miglior pregio è la tenacia mentre il peggior difetto è di non accontentarsi mai, «il che ti provoca sempre una certa inserenità». Non ha più amici d’infanzia, e mentre lo dice sembra dispiaciuto perché per lui l’amicizia è una cosa seria, «come un padre, una madre, una fidanzata». A proposito di fidanzata, la cosa che più lo irrita è il gossip su Anna Falchi. capace di tirare fuori l’accento romanesco se gliene fate cenno. «Siamo una coppia che suscita curiosità e la curiosità quando è cattiva diventa invidia». Si spiegano così certe illazioni apparse sui settimanali specializzati che lui giudica «cazzate». E delle quali non vuole che si parli più, «capito?». Perché la verità è che Anna è una bella ragazza, è famosa e se la vedono al bar con qualcuno si pensa subito che abbia un flirt. «Ma la vita mica deve essere una prigione». Nella nuova Lazio anche la Falchi probabilmente avrà un ruolo, diciamo così, istituzionale. Di più, per ora, è impossibile sapere, ma Ricucci ci tiene a che i laziali sappiano una cosa: «Sicuramente ci divertiremo». I tifosi si divertono solo quando la squadra vince: «Appunto. Io sono un vincente. E se il pubblico sarà felice, io lo sarò 50 mila volte di più». Riccardo Luna