Paolo Isotta Corriere della Sera, 19/08/2003, 19 agosto 2003
Non serve scomodare Nietzsche per un Don Giovanni vestito da coatto, Corriere della Sera, 19/08/2003 Il Festival di Salisburgo nacque, per volontà e sforzo di due intellettualucci da quattro soldi, Richard Strauss e Hugo von Hofmannsthal, con un fine preciso: diventare il modello per tutto il resto del mondo dell’esecuzione musicale e dell’allestimento scenico delle Opere di Mozart, non solo quelle teatrali
Non serve scomodare Nietzsche per un Don Giovanni vestito da coatto, Corriere della Sera, 19/08/2003 Il Festival di Salisburgo nacque, per volontà e sforzo di due intellettualucci da quattro soldi, Richard Strauss e Hugo von Hofmannsthal, con un fine preciso: diventare il modello per tutto il resto del mondo dell’esecuzione musicale e dell’allestimento scenico delle Opere di Mozart, non solo quelle teatrali. A Salisburgo, il 14 agosto, ho assistito al peggior Don Giovanni della mia vita: della mia vita, beninteso, sin qui, giacché di certo l’inseguimento al ribasso, se è deliberato, non ha mai fine. Fine ha invece la civiltà europea, e vale voltare al metafisico la celebre enunciazione fisica aristotelica, «motus in fine velocior». Il pernio dell’argomento sta nella volontà da parte di chi il Festival regge di offrirmi precisamente il peggior Don Giovanni possibile, che con parziali modifiche nella versione attuale della regia ebbe il battesimo un anno fa. Non si tratta di ignoranza o di leggerezza. Il Direttore del Festival è persona capace, come mostra l’iniziativa di dar vita, negli anni, al ciclo completo del teatro musicale di Richard Strauss: a prescindere dal regista, ché se penso alla profonda commozione mitica dell’Amore di Danae, la penultima Opera di Strauss, torno alla mia eterna convinzione che i Tedeschi, creatori stessi del sommo patrimonio musicale della civiltà, quando sono cretini lo sono in modo che non soffre confronti. La volontà, dunque. Non è necessario, per spiegarsela, ricorrere agli sfondi storico-metafisici di Oswald Spengler o a profezie di Federico Nietzsche. Alla fine di una civiltà, vi sarebbe qualcosa di grandioso nel male ove tale volontà consistesse nel deturpare, nello schernire, nel fare a brani uno dei fondamenti di tale civiltà, quale appunto Mozart è. Spiriti alti sanno riconoscere l’eroismo atroce del Male portato alle estreme conseguenze: e dunque se tale Male nascesse da furia distruttiva per odio alla morente civiltà. Penso ancora a Nietzsche: «è meglio volere il Nulla che non volere» . I motivi sono invece pecuniarî e abbietti. Si ritiene che solo la cosiddetta «provocazione» abbia il potere di attirare il pubblico e indurlo a versare il pesante prezzo del biglietto. Qui entra in giuoco il perverso circuito creato coi mezzi di comunicazione di massa. Fra chi produce lo spettacolo e questi vige un non scritto pactum sceleris: Mozart non ha nessuna importanza, da fine è divenuto mero mezzo per la provocazione. Come si strizzano compiaciuti gli occhi a vicenda! Qualunque giornale, salvo forse, finché dura, il nostro, relegherebbe in poche righe la cronaca o la critica del Don Giovanni pur se fosse l’edizione più esemplare dell’intera Storia, se Mozart tornasse in vita e montasse sul podio. Ma sulla provocazione... pagine... fotografie... interviste... interventi... repliche. La complicità dei mezzi di comunicazione crea «eventi» che di per sé non esistono: e non esisterebbero se i giornali ne tacessero. Per la cronaca, il Don Giovanni del 14 di agosto vede sul podio N. Harnoncourt: non dirò di stile, di lettura, di visione della partitura, di fraseggio: basti la constatazione che definire dilettantesco il gesto direttoriale di costui è eufemistico. Nell’esecuzione vi è un grave, ripetuto e deliberato errore di lettura musicale d’un passaggio orchestrale tra i fondamentali. Dei Recitativi si fa così indegno strame che i muggiti onde si esplicano consentono l’omissione di parole e frasi senza che l’entusiasta pubblico se ne accorga. La regia è di un M. Kusej, i bozzetti di un M. Zehtgruber. La vicenda si svolge in una sorta di atelier di plastica con luci da sfilata di moda e abiti da «sociali», come si definiscono gli ex coatti delle periferie-lager; abiti non più distintivi della classe sociale di appartenenza: così «up» non «to date», «to the last minute», da comportare l’ombelico scoperto, i pantaloni a zampa d’elefante, quelli color prugna... Per inciso: il revival anni Settanta, i peggiori della mia vita. Duole giudicare la compagnia di canto potenzialmente ottima, a differenza di tanti altri allestimenti salisburghesi; adattandosi costei alle indicazioni del presunto direttore, la nominerò indifferenziatamente visto il risultato effettuale: Th. Hampson, A. Netrebka (donn’Anna) Ch. Stehl (d. Ottavio), M. Diener (d. Elvira), Ildebrando D’Arcangelo (Leporello), L. Pisaroni (Masetto), I. Bayakdarian (Zerlina). Per fortuna l’entusiasmo è unanime, gli «utili idioti» che protestano sono spariti. Concludo col ricordare che mai si dovrebbe fare qualsiasi citazione a memoria. Giorni or sono, alla stregua di un passo manzoniano, definii «sordida» la «canizie» di coloro che applaudono alle esecuzioni di taluna musica di presunta «avanguardia». Un controllo del capo XIII dei Promessi sposi mi consente invece di chiamar «vituperosa» quella delle persone d’età plaudenti e felici al Don Giovanni del 14 agosto e repliche. Paolo Isotta