Franco Cordero la Repubblica, 19/08/2003, 19 agosto 2003
Biografia di Girolamo Savonarola
Savonarola, ”versuto” oratore con occhi di basilisco: ascesa e declino del frate domenicano, primo eroe mediatico della storia che incantava le masse parlando con Dio, la Repubblica, 19/08/2003 I miei rapporti con Savonarola cominciano 21 anni fa, quando sul banco d’un rivendugliolo scovo i due vecchi libri nei quali Pasquale Villari raccoglieva importanti materiali. Poi scorro l’untuosa Vita ridolfesca. I fondali intravisti valgono la pena d’uno scandaglio, tanto più che stanno uscendo gli Opera omnia. Presto racimolo tutto il reperibile, partendo da J. Schnitzer, Quellen und Forschungen. Appena posso, m’immergo restandovi 4 anni 1/2: fatica ingrata, perché l’uomo irradia antipatia, ma sullo scenario psico-politico-religioso sfilano fenomeni straordinari; il modo migliore d’intenderli è seguirlo quotidianamente dall’autunno 1494 alla primavera 1498, incrociando sermoni, opere, opuscoli, lettere, diari, cronache, memorie, Vite (da prendere con le molle quando le scrivono i devoti, alias piagnoni). Così scrivo un Savonarola (Laterza, 4 voll., 1985-88, pagg. 2423). La famiglia viene da Padova. Michele, doctor medicinae, arriva a Ferrara già vecchio, archiatra estense. Cresce alla sua scuola il nipote Girolamo, nato giovedì 21 settembre 1452. Guardiamolo nello pseudo-Burlamacchi, agiografo cinquecentesco: statura esigua, pelo rosso, fronte rugosa, occhi glauchi da basilisco, sopracciglia folte, naso a becco, viso pieno; il labbro inferiore grosso conferisce «gran venustà al (...) santo volto», ma è figura piuttosto repellente nella testa dipinta da fra’ Bartolomeo, dove spira tutto fuorché «aria mansueta»; «portamento retto, grave, constante et feroce». L’avversione acuisce lo sguardo. Luigi Guicciardini tramanda una meticolosa scheda segnaletica: «piccolo», «macilento», «pelosissimo», saturnino, «melancolico»; «carnagione livida et bruna», «petto et spalle larghe», «collo corto et grosso (...) alquanto da un lato pendente»; voluminosa anche la testa a pigna; occhi «piccoli, profondi, oscuri», troppo vicini; «guardatura ferma, cauta et acuta»; labbra gonfie; «voce altiera et risonante»; gran naso aquilino; «moto efficace» ossia gesti teatrali; parlata lenta. Gli viene tardi la vocazione, nel 25 anno: era e rimane misantropo, iroso, splenico; componeva fiacche canzoni apocalittiche; nella prosa familiare usa una scabra lingua padana. Dopo 4 anni bolognesi torna nella città natale, dove ne passa 3, indi 5 a Firenze: lettore biblico, insegna anche discipline profane, philosophia naturalis et moralis, assai bene; modesto esordio dal pulpito; e almanaccando possibili sermoni, scopre «7 ragioni» d’un «flagello» incombente sulla Chiesa. Ripassa a Bologna. Nel secondo e conclusivo ciclo fiorentino, dal 1490, è il partner dominante d’un trio: l’adora Domenico Buonvicini, energumeno dalla mente corta («presuntuoso et bestiale», secondo l’emissario milanese Paolo Somenzi); già emulo, pare sottomesso Silvestro Maruffi, sonnambulo, dotato d’una memoria automatica che poi svanisce, garrulo, pettegolo, intrigante, suo factotum, un querulo Martin Bormann senza le fosche abilità del segretario d’Hitler. Stavolta prende piede: letture en plein air sull’Apocalisse piacciono talmente che, a richiesta generale, le continua dal pulpito; e diventa priore. Nel quaresimale 1492 racconta cose future tolte dal Vecchio Testamento. Che neghi l’assoluzione al Magnifico morente, 8 aprile 1492, è una delle tante favole piagnone. L’erede Piero vale pochissimo: bravo atleta del pallone, gioca allo statista e perde tutto schierandosi contro Carlo VIII en route verso Napoli; nel vuoto d’uno Stato da rifondare erompe fra’ Girolamo. Voleva l’autonomia dalla provincia lombarda: l’ha ottenuta; ormai regna nel convento, pio terrorista. Ad esempio, spaventa i confratelli raccontando che 25 degli ultimi 28 defunti siano all’inferno. «Voglio rivelare uno secreto», annuncia dal pulpito domenica 23 novembre 1494: era in bilico «el conte Gioanni» Pico della Mirandola (morto lunedì 17, mentre sfilano i francesi); non avendo preso l’abito domenicano, rischiava l’eterno fuoco; «dicovi che l’anima sua è nel purgatorio», salvata da misteriose intercessioni. Sa tutto dell’aldilà e v’influisce. Figurava nell’ambasciata al re, sul cui trionfo giura. Caduto Piero, irrompono oligarchi da preda. Ogni parvenu ha titolo: le posizioni economiche sono inscindibili dalla fortuna politica; gli uffici arricchiscono e i ricchi politicamente inerti decadono; i perdenti o meno integrati subiscono confische, multe, imposte, taglie, ”accatti” (prestiti coatti). Sofisticati formalismi mascherano metodi brutali. Tra domenica 30 novembre e mercoledì, attraverso messinscene assembleari 5 magnati combinano un sistema oligarchico. Venti ”accoppiatori” designeranno i governi bimestrali (8 priori e un gonfaloniere) fino al dicembre 1495: depositari del potere; e sarebbe diversa la storia dei 40 mesi seguenti se Paolantonio Soderini non finisse nei Dieci, collegio senza potere. L’ha giocato Piero Capponi. Pagheranno caro l’imbroglio, tutti: l’escluso passa ai popolari, patrocinando un «governo largo»; e chiama al ballo fra’ Girolamo. Aveva cambiato chiave già martedì 11 novembre, dal nero apocalittico a imminenti meraviglie: purché gli ubbidisca, Firenze è epicentro del nuovo mondo; Carlo VIII esegue missioni divine; manca poco alla conversione dei turchi; e la rinascita spirituale produrrà affari opulenti. «Orsù chiudi l’arca». Eccolo mediatore tra Firenze e Dio: hanno degli automatismi le gesta divine; l’unico che li conosca è lui. La sua forza sta nell’audience, 13 o 14 mila ascoltatori (Luca Landucci, autore d’un diario). Chiamato alla ribalta come mass-medium d’un gruppo notabilare, l’occupa tutta. Nasce un Consiglio pletorico: organo legislativo e controlla le cariche designando i titolari con un meccanismo elettorale a due gradi (Signorìa esclusa, finché durino gli accoppiatori); include più o meno 2300 persone, quanti sono i cittadini con 29 anni compiuti, netti da pendenze fiscali, i cui padri, nonni o bisnonni risultino eletti almeno una volta a uno «de’ tre maggiori» (Signoria, Dodici Buonuomini, Gonfalonieri delle Compagnie). Nei sermoni pulsa razzismo dell’anima. La città era «in tre parti divisa»: una «infedele» tout court; una «credeva e non credeva»; infine, «i tiepidi», famiglia abominevole. L’aggettivo viene dall’Apocalisse, 2.14, dove Iddio detta sette lettere agli angeli d’altrettante chiese: l’ultimo (Laodicea) non è caldo né freddo; «siccome sei tiepido, ti vomiterò». Da qualche tempo atei ed esitanti aprono gli occhi, mentre i tiepidi, affetti da «natura inconvertibile», resteranno tali (giovedì 18 dicembre). Domenica 28 dicembre indica l’unico possibile monarca fiorentino, Gesù Cristo, e non simbolicamente: comanda «in virga ferrea»; governo forte ma essendo lontano e invisibile il re, qualcuno deve trasmettere gli ordini; Israele li riceveva da Samuele, Firenze ha fra’ Girolamo. Vuol fondare un regime teo-egocratico. Domenica 18 gennaio 1495 lo chiamano a Palazzo affinché spieghi l’asserita missione. Lontano dal pubblico, vale meno: «l’esperientia chiarirebbe tutto, imperoché capiteremo male se il consiglio suo non seguitassimo»; e «ne’ panni ristrettosi, partì» a spalle chine (la fonte è Piero Parenti). Quarantott’ore dopo agita l’argomento dal pulpito. Lunedì 16 marzo scopre le carte: «orsù fiorentini», concludano «questa lega con Cristo»; e chi sarà l’ambasciatore?; «Signore, perdonami s’io sono presuntuoso». In capo a 3 giorni stravince nel Consiglio su due questioni capitali: amnistia ai fautori del vecchio regime, omicidio escluso; e appello contro le condanne a pene corporali o pecuniarie, oltre i 300 ducati, emesse dalla Signoria (sono richiesti i due terzi, le cosiddette 6 fave nere) o dagli Otto. Mercoledì 1 aprile riferisce sulla visita alla Madonna: gli abiti, il viaggio, l’udienza, i decreti; e il pubblico devoto beve (divertissement allegorico, commentano i moderni agiografi). La spedizione su Napoli sovverte gli equilibri: Impero, Venezia, Milano, Genova, Roma, Spagna, stipulano una lega; ma lui scommette sui gigli, compromettendovi la Madonna. «Figliuol mio», gli aveva confidato, chi gode delle sciagure fiorentine piangerebbe sapendo cosa l’aspetta. Stare dalla parte francese è requisito del futuro glorioso: «promettevalo assolutamente», annota Landucci; «e la maggior parte del popolo gli credeva» (1 aprile). Domenica 3 maggio ripete le cabale, sicurissimo: non è matto e al momento risolutivo sarà lì a renderne conto; «tu che non credi imbiancherai» dallo spavento; «in persona d’Iddio», dà vittoriosa Firenze anche contro l’intero mondo. Gli empi domandano quanti miracoli vanti: «guarda Giovanni Battista, avvocato tuo»; non ne faceva nemmeno lui (martedì 19). Ormai sono mosse coatte: «questa gratia l’ho in mano» (9 giugno): vede nel futuro, dispone dell’apparato celeste, commina castighi; chiunque resista è adepto del diavolo. Arriva un breve 21 luglio da Alessandro VI, al secolo Rodrigo Borgia: sapendo quanto lavori nella vigna del Signore, vuol sentirlo sulle cose rivelategli da Dio; venga appena può. Volentieri, risponde, se non fosse impedito dalla salute malferma; e deve guardarsi da una canaglia diabolica cospirante «nunc veneno nunc gladio»; non muove passo senza scorta. A settembre quel forsennato fra’ Domenico lancia una pubblica sfida, prefigurante l’episodio finale: «vengano fuori li adversarii et contradicenti»; i savonaroliani proveranno con dei miracoli «le loro positioni essere vere». Idiota impetuoso, ventila due ordalie: aperta una tomba, gli antagonisti interpellino dei cadaveri sepolti da 40 anni e vincerà chi ottiene risposta; oppure passino nel fuoco sulla piazza, primo il domenicano. «Queste parole», commenta Parenti, «molto a ciascuno da pensare dettono». L’8 settembre interloquisce ancora Roma: forse ha i nervi scossi dalla «italicarum rerum commutatio»; spaccia cattivi dogmi; s’afferma mandato da Dio; sostiene che, se lui mente, sia bugiardo anche «Iesus crucifixus»; predica, gesticola, scrive, pubblica, inquina; convocato, non viene. Se ne occupi fra’ Sebastiano Maggi, vicario lombardo. A titolo cautelare Sua Santità vieta prediche e insegnamento pubblico. Idem nel terzo breve 16 ottobre, meno duro nella forma: rinvii il viaggio finché possa affrontarlo; resta sospeso «ab omni praedicatione» pubblica o «ad conventicula». Fra’ Girolamo era un ordigno vocale e i veti romani l’hanno rotto. Gran lavorìo diplomatico. Gl’interessati presuppongono una revoca tacita dei brevi. L’11 febbraio 1496 i Signori deliberano unanimi, 9 fave nere: tenga il quaresimale; gliel’ordinano sub poena indignationis. Martedì grasso, 16, sfilano a migliaia «i fanciulli», una gioventù del Frate inquadrata dal solito Domenico, cantando laudi; scandisce i passi lo slogan «viva Cristo e la Vergine Maria, nostra regina». Dopo 114 giorni d’afasia l’indomani riappare nel Duomo, dove un’impalcatura ad anfiteatro moltiplica lo spazio. Déjà ouï, annota ancora Parenti: ha ripetuto le predizioni; «il quando non determinava, ma che noi degni non eravamo intenderlo». La prova dell’investitura profetica è che tanti gli credano: fiorivano usura, lussuria, bestemmia, moda femminile disonesta, giochi, sodomia; e poiché la sua parola ha epurato i fiorentini, «bisogna (...) ch’ella sia vera». No, finge che obiettino: se li pungolasse soltanto alla virtù, nessuno protesterebbe; il fatto è che semina disordine politico arrogandosi autorità profetica. Argomento piuttosto forte, nemmeno scalfito dalla replica: sono incompatibili falso profeta e «buono uomo»; appena fosse smentito dai fatti, «biastemmerebbono Iddio che avessi lasciato tale uomo sulla terra» (domenica 7 marzo). Pubblico enorme, 14 o 15 mila teste: «la maggior parte lo tiene profeta» (Landucci, 8 marzo); fungono da claque i fanciulli; e conta sul popolo minuto; altrimenti non sfiderebbe le autorità romane, sollecitate dagli antagonisti locali. Sin d’ora dichiara invalide eventuali condanne ecclesiastiche (14 marzo). Perché vogliono ucciderlo?, domanda martedì 15 in posa falso-mansueta; e l’indomani avverte i persecutori: «polizze suggellate» contengono i nomi. Machiavelli lo definisce «versuto», un termine preso dalla nomenclatura del «dolus malus», applicabile alla furbizia subdola e losca. Micromiracolo domenica 20 marzo, era afono e ritrova la voce. Ogni tanto vilipeso, Sua Santità lascia correre (nello stemma borgesco figura un bue, animale paziente). Dalle chiose al sermone 23 maggio, ciclo Ruth e Michea, trapelano meccanismi teatrali: «il populo venne in tante lacrime e fervore, che ognuno» gridava «misericordia»; grido dissonante dall’epilogo erotico-mistico; e benedetta la massa, «il Padre partissi». «Veggo mostri» dappertutto (domenica 19 giugno). Nella Quaresima 1497 predica su Ezechiele. Il rombo d’acque con cui i quattro animali della visione battono le ali, gl’ispira una digressione: tale l’effetto delle preghiere; quando più gole lodano Iddio, «ci sono sempre li angeli»; nell’ultimo Carnevale volavano bassi prestando man forte ai fanciulli perquisitori (adempiono mansioni poliziesche); e chi ha affondato le navi imperiali davanti a Livorno?; «credo fussino li angeli». Sta visibilmente calando. Sabato 11 marzo: gli pende sulla testa una scomunica, dicono, ma lo dicevano anche l’anno scorso e non è capitato niente; finirà male chi vi metta mano. «Prego Dio che (...) venga presto»: «manderemo fuora una voce» come quella che risuscita Lazzaro; rammentino le carte sigillate. Non teme Roma e sa chi soffia nelle trame romane, un reggicoda dei potenti (fra’ Mariano Della Barba, campione agostiniano d’eloquenza chic, suo vecchio antagonista); Iddio l’aveva già punito; «avvisalo» che, se persiste, subirà l’«estremo» castigo (morte e inferno). «Oh Signore, perché me l’hai fatto dire?»: «non volevo»; «guardatevi, figliuoli miei, dall’ira divina». Eventuali scomuniche sono «una pappolata», visto che predica solo cose buone. Infine, due battute incompatibili: invoca il martirio e assicura vittorie; Dio «manderà lo adiutorio». Nel giorno dell’Ascensione, 4 maggio, sfida l’opinione ostile nel Duomo: «cum arrogantia sputò parole significatorie», segnala Paolo Somenzi; «sono pur qua et predico a dispecto de chi non voleria»; qualche dissidente batte sui banchi; i piagnoni estraggono croci rosse; panico e fuga; «Dio voglia che la cosa se aqueti, perché porta pericolo»; non esistono più opinioni neutrali; Freund-Feind, «tu sei amico del Frate, io inimico». La scomunica arriva nella forma d’un breve alla Signoria 12 maggio (su presumibile consiglio fratesco i Dieci volevano bloccare l’intera corrispondenza romana): chiese e varie famiglie conventuali la pubblicano domenica 19 giugno; in pari data esce una sua lettera aperta. Precariamente raccoglieva voti dai palleschi (stemma mediceo), detti anche ”bigi” perché sono poco visibili. Nella canicola d’agosto, invelenita da un’epidemia, il partito della Madonna se li aliena con due atti truculenti: illegale condanna a morte dei 5 rei d’avere cospirato; ed esecuzione immediata, sebbene siano appellanti. S’è moralmente affossato, commenta Machiavelli: l’appello dalle sei fave era un suo chiodo fisso; quella giustizia sanguinaria «gli tornava a proposito»; tacendo scopre «l’animo (...) ambizioso e partigiano». A Natale canta in pubblico tre messe «con dispiacimento non piccolo de’ suoi divoti» (Iacopo Nardi). Nell’ottava dell’Epifania guida un pio baccanale a San Marco. L’afasia durava da 252 giorni. Domenica 11 febbraio 1498, riappare nel Duomo, accolto dal Te Deum: predica sull’Esodo, o meglio sulla sua questione personale; «tutto quello ha predicto succederà senza manco» (Somenzi al Moro); ha meno pubblico; «non vi andavo», scrive Landucci; e l’audience scema ancora. Domenica 25 annuncia una finta ordalia: martedì grasso provocherà Dio stando coram populo col Santissimo in mano; lo fulmini; se no, vuol dire che lui ha ragione (con questo trucco da fiera Benito Mussolini sbaraglia Alfredo Tagliatela, pastore evangelico romano, Losanna, 25 marzo 1904: chiede un orologio al pubblico e sfida Padre Eterno; se esiste, lo folgori entro 10 minuti). Dura 30 minuti l’«experientia». Più tardi, rogo delle vanità, processione, ballo dei frati. Mercoledì trasloca il quaresimale nel convento. Non vengono più quelli che gridavano «misericordia!» o stanno muti. «Avemo a sommergere Faraone», 14 marzo. L’indomani vanta terribili risorse taumaturgiche (446 anni dopo diventano le armi segrete con cui Joseph Goebbels, ministro nazista della propaganda, illude le teste deboli): quanto più strepita, tanto meno incanta; la Signoria lo diffida. «Sappiate che ’l Signore è fortemente irato», avverte domenica 18, ultimo sermone. Nelle 5 lettere ai sovrani, non spedite, s’impegna a dei miracoli e chiede un concilio. Ormai è coatto ai «supernaturalia signa». Fra’ Domenico raccoglie una futile sfida al fuoco dal minorita Francesco. I due conventi stipulano lo iudicium Dei da consumare sabato mattina: il francescano non sogna nemmeno d’entrare nelle fiamme; fra’ Domenico vi salterebbe ma lui non vuole, sapendo quanto profondamente dorma Dio; e ancora meno ottimisti sono i quadri piagnoni secolari. In lucida mala fede gioca l’ultima partita: vuol spaventare l’avversario; spera una vittoria da forfait, senza mettere dito nel fuoco. «Hanno a essere miracoli oggi in piazza», proclama alla messa mattutina. Le donne stiano lì in preghiera. Appuntamento nella tarda mattinata: i suoi marciano fieri come avessero già vinto, ma i preliminari non finiscono mai; infinita disputa procedurale, prima e dopo un temporale, finché l’ordalia va a monte nel disgusto universale. Alle donne racconta d’avere vinto. Gli restasse un barlume d’intùito, sparirebbe subito, tanto prevedibili sono gli eventi. Assalita l’indomani, Santa Croce capitola nella notte. Così finisce l’avventura pubblica savonaroliana, ignobilmente. Nella prigionia appare diverso, assai migliore: ratificando la confessione davanti a sei confratelli, 19 aprile, chiede preghiere, affinché Iddio non l’abbandoni «al tutto»; gli aveva «subtratto lo spirito» (Bartolomeo Redditi). Muore impiccato con Silvestro e Domenico mercoledì mattina 23 maggio. Franco Cordero