Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2003  agosto 07 Giovedì calendario

”La perduta Brianza” si vendica del Gadda furioso, Corriere della Sera, 07/08/2003 Ancora oggi la casa, uno dei luoghi sacri della letteratura italiana del secolo scorso, è immersa in una «salamoia di cicale e di luce»

”La perduta Brianza” si vendica del Gadda furioso, Corriere della Sera, 07/08/2003 Ancora oggi la casa, uno dei luoghi sacri della letteratura italiana del secolo scorso, è immersa in una «salamoia di cicale e di luce». Ma non resta molto altro della villa in cui si svolge il dramma familiare narrato da Carlo Emilio Gadda ne La cognizione del dolore. vero, i muri esterni in parte sono quelli che nel 1899 fece costruire Francesco Ippolito Gadda, padre dello scrittore, affidandone il progetto al nipote Paolo. Ma solo in parte. I muri esterni, un tempo bianchi e casti, sono diventati giallo-salmone. Il portico ad arco sulla facciata è stato murato. Il terrazzo a occidente è stato rialzato di un piano. Il declivio antistante è stato appianato. Dicono che sotto i metri cubi di terra aggiunti siano state sepolte le vecchie porte finestre con le persiane «a battente» e le gelosie «a coulisse», sostituite da tapparelle in alluminio. Per non parlare dell’antico parco, di cui rimangono i cipressi, un cedro del Libano, un grande alloro circolare e poco altro e che rischia di essere invaso da villette a schiera. Non c’è più il frutteto sottostante ma una confusione di piante nuove intrecciate alle vecchie che costeggiavano il viale. L’interno, poi, è stato del tutto azzerato, per ricavarne quattro appartamenti in condominio, compreso quello seminterrato. Ristrutturazione durata oltre dieci anni e terminata nel ’90. La travatura dei soffitti è rimasta in minima parte, un affresco al pianterreno si va sbriciolando, le decorazioni sulle pareti sono sparite. il trionfo dei controsoffitti e del posticcio: simil-marmi, simil-cotto, simil-arcate, simil-tutto. Per accedere a quella che viene ancora chiamata «Villa Gadda», bisogna citofonare ai condomini e confidare nella loro cordialità. Eppure, la casa di villeggiatura dei Gadda figura, nel sito del Comune, fra le attrazioni turistiche di Longone al Segrino, accanto alla Torre quadrata medioevale. Quella casa in collina, nel cuore della Brianza, a un tiro di schioppo da Erba, per tante ragioni non piaceva allo scrittore, che la vendette appena la madre morì, nel 1936, ma fu eretta secondo le rigorose istruzioni del committente: compreso il numero delle pere limoncine e delle pere butirro da piazzare in giardino. Compare in qualche fotografia: con le impalcature nella fase di edificazione, poi in due o tre vedute laterali, con il terrazzo in bella vista solcato dall’ombra nera della madre e da altre presenze o con i Gadda che passeggiano sul selciato. Carlo Emilio finì per odiarla: «per la casa di Longone non ho avuto giovinezza», «è la bestia nera della mia psicosi». E il suo odio diventerà il motivo centrale del romanzo. Tant’è vero che il proposito di «narrare intorbidando le acque» dell’autobiografia, dichiarato nel ’63 (anno della prima edizione in volume), verrà smentito otto anni più tardi, quando la copertina sostituirà all’originaria riproduzione di un’opera del Bellotto un’immagine ben diversa, e cioè «la casa in Brianza di Gadda», come segnalato nella didascalia senza più occultamenti. Insomma, la storia di Gonzalo Pirobutirro e di sua madre ricalca esattamente la travagliata relazione filiale di Carlo Emilio. Del resto, il congegno di sviamento messo in atto da Gadda si presentava sin dall’inizio come un’esile foglia di fico. Anzi, fu lo stesso autore, nel romanzo, a stabilire delle similitudini inequivocabili. Precisando che la vicenda si svolgeva in una immaginaria regione del Sud America chiamata Maradagàl, «così simile, per molti aspetti, alla nostra perduta Brianza». Dunque il fatto che sotto il finto Lukones si nascondesse il toponimo storico di Longone era in realtà un segreto di Pulcinella che Gadda volle preservare per anni. Ma la villa oggi conserva ben poco della costruzione che l’impresario Francesco Ippolito volle a tutti i costi, fino a ridurre sul lastrico la famiglia, a doversi disfare delle sue partecipazioni alla Ronchetti & C., un’azienda milanese di filatura della seta, e a riciclarsi nella stessa come magazziniere. questa ostinazione paterna che Carlo Emilio non riuscì mai a digerire. Coinvolgendo nella sua furia persone e cose che stavano dentro e intorno alla casa. Per prima, morto il padre nel 1909, la Señora madre («vuol bene più ai muri di Longone, alle seggiole di Milano, che a me...»). Poi il paesaggio circostante. Paesaggio la cui bellezza è difficile contestare, benché la selvaggia e persistente speculazione edilizia faccia di tutto per deturparla. Se don Gonzalo-Gadda ironizzava sulle «villette otto locali doppi servissi» che invadevano il Maradagàl, sulle «principesche ville locali», sulle «villule» e sui «villoni ripieni», chissà cosa direbbe l’Ingegnere se vedesse com’è ridotta oggi la sua «Padania o Keltiké». Il quale Ingegnere se la prendeva con i fantasiosi «architetti pastrufaziani» (Pastrufazio è Milano, Novokomi è Como, Terepattola è Lecco e così via), cui tutto «era passato pel capo..., salvo forse i connotati del Buon Gusto». Ma oggi. Non più «l’umberto e il guglielmo e il neo-classico e il neo-neoclassico e l’impero e il secondo impero (...) il pompeano, l’angioino, l’egizio-sommaruga e il coppedè», ma una sola parola d’ordine: sfruttare il territorio come si può, senza farsi tanti problemi. Casette a schiera in costruzione e centri residenziali «esclusivi», ipermercati e capannoni («Felici di arredare», «Unieuro, l’era dell’ottimismo», «Mobili Promessi sposi»), e locali divertimento per tutti i gusti: Karaoke, Valentinos’ Strip tease, Music Dance, Roxy Bar, Cioccolandia. La Brianza felice e ricca di antenne paraboliche sui balconi. Dalla «rabbia infernale» di Carlo Emilio contro un padre «fantasioso e spropositato» che in piena crisi economica volle finanziare le cinque campane in mi bemolle della parrocchia di San Fedele («Cinquecento pesos! Cinquecento: di munificenza pirobutirrica!»), da questo delirio non si salvano gli abitanti di Lukones. un rancore da misantropo contro i «gaglioffi», i «maiali», gli estranei «più sozzi e gobbi e nani e gutturali e gorgonzoloidi», la «masnada di rusticoni», «peones» e «villici», i Giuseppi, le Battistine, le Beppe e «tutti i nipoti ciucchi e trombati» del Maradagàl che intaccano la sua solitudine. Viene da sorridere, guardando sul cancello automatico l’adesivo verde che segnala «Proprietà vigilata», pensando alle ossessioni di Carlo Emilio-Gonzalo per le inadempienze della Vigilanza notturna. Viene da sorridere, ma anche un po’ da intristirsi quando ci si ferma a chiedere ai longonesi se ricordano il nome, almeno il nome, di Carlo Emilio Gadda. «Ci ha sempre trattati come una compagnia di stupidi, di locchi. Ci ha sempre presi per i fondelli, ma è stata una cosa reciproca». A parlare è Luigi Ripamonti, guardiano-giardiniere figlio di Angelo che fu guardiano-giardiniere nella Villa Gadda per 25 anni, dal ’38 al ’63, quando già era passata alla famiglia Rossi, industriali farmaceutici di Milano e poi, dal ’53, al giornalista Bruno Roghi. «Gadda?», dice una signora ferma davanti alla macelleria del paese, «no, al cugnosi mia, non lo conosco, non esco mai di casa...». Pierino, 79 anni, lo ricorda bambino appassionato di sub e preoccupato della sua forma fisica per le immersioni in Sardegna («sa com’è, i sciuri ìn un po’ balòss, i signori sono un po’ strani...»). Peccato che quando Pierino nacque, nel ’24, Carlo Emilio aveva già trentun anni, e la cronologia non è un’opinione. Una mamma trentenne, davanti alla parrocchia, ammette: «Credo di averlo studiato a scuola, ma non sapevo che ha abitato qui». Credo? Possibile che nelle scuole di Longone Gadda sia tabù? Cecilia, di 16 anni, ci azzecca: «Carlo Emilio mi sembra un nome da scrittore...». Il parroco don Arnaldo sussurra: «Garda?», ma si corregge subito: «Ah, lo scrittore, certo». La signora Virginia, tabaccaia storica del paese, invece la sa lunga: «Qui a Longone ce l’abbiamo un po’ su col Gadda, perché non ha mai parlato bene di noi. Io so che dopo aver comprato la casa è andato in malora, ma la casa non so neanche dov’è». Sua figlia, sulla cinquantina, confessa di essersi avventurata nella lettura di un libro. Quale? «Il Pasticciaccio, ma l’ho lì piantato subito, troppo difficile...». In un angolo del cimitero di Longone, tra i vari Corti, Galli, Panzeri, Barlassina, Frigerio, Fumagalli, riposano in due tombe le spoglie di Enrico, il fratello aviatore di Gadda, che precipitò negli ultimi mesi della Grande Guerra, il padre Francesco «nobile, operoso, puro», la sorella Clara, la madre Adelaide Lehr Gadda. Nell’abbandono e nell’oblio, tra sterpaglie, piante grasse invasive, fiori secchi dentro vasi rovesciati. Anche questo potrebbe entrare fra le attrazioni turistiche di Longone al Segrino. Paolo Di Stefano