Geminello Alvi Corriere della Sera, 12/08/2003, 12 agosto 2003
Il sorriso meditabondo di Leopoldo Trieste (che visse di stupori), Corriere della Sera, 12/08/2003 Leopoldo Trieste nacque a Reggio Calabria il 3 maggio del 1917
Il sorriso meditabondo di Leopoldo Trieste (che visse di stupori), Corriere della Sera, 12/08/2003 Leopoldo Trieste nacque a Reggio Calabria il 3 maggio del 1917. Da bambino correva da casa sua, nel rione Ferrovieri, attraverso un breve tunnel invaso di rigagnoli fino alla spiaggia sterminata e deserta, come quelle della Papuasia. Aveva, come taluni meridionali da giovani, gli occhi a mandorla sporgenti e il naso degli indiani cherokee. E ridendo s’ipnotizzava a tirare sassi verso la costa della Sicilia, di Ulisse e Polifemo, la dov’era il profilo dell’Etna. Anche la sera in cui a dieci anni morì suo padre e restò sbigottito ma illuminato dalla luna. Poi uno zio ufficiale della marina mercantile decise che quel suo nipote meditante doveva divenire il gran scrittore di drammi e teatro che lui non era stato. Leopoldo che oltre allo sbigottimento aveva fiera e spontanea intelligenza di tutto, stette al gioco. Al liceo un suo vicino di casa era il superiore al genio civile di Quasimodo che lo colmò di venerazione, passione preziosa in giovinezza. Il sogno di suo zio lo rese invece immigrato a Roma, con madre e solerzie reiterate delle sorelle. Studiò e ottenne i voti migliori in greco e latino coi migliori filologi di quell’università. Però divagava, leggeva molto di psicologia sperimentale. S’accorse che per le donne aveva un sincero fervore, perciò le colmò di gentilezze e di galanterie discrete. Non voleva laurearsi. Tuttavia scrisse la tesi su un poeta cinquecentesco in venti giorni, per non dispiacere la madre. Mario Praz in commissione ne lesse solenne alcune pagine, a testimonianza della nascita di uno scrittore. Era pronto a quella carriera da sordido impiegato che è l’Università, ma studiò etnologia e si iscrisse al Centro Sperimentale per un corso di regia. Ma era meridionalmente certo che non c’era relazione tra scuola e lavoro, che quella era solo una sua mania. Doveva partire per specializzarsi in etnologia a Boston, quando scoppiò la guerra. Finì in fanteria raccomandato per il Genio cinematografico in Sicilia: da operatore filmò così le chiese bombardate in Sicilia. Quindi tornò a Roma sfiorando timido per i tavoli di Via Veneto dov’erano Cardarelli e Flaiano. Mi scusi signorina permette l’accompagni: s’invaghì molto di una soubrettina barese. Ma anche di molte altre. Intanto abituato dallo zio rilesse i sette drammi che aveva scritto prima dei suoi diciott’anni. Ne scrisse altri implacati. Furono rappresentati, divenne il giovane autore più brillante d’Italia. Bontempelli ne elogiò l’istinto teatrale, e il mestiere mirabile nervosamente disincantato. Invece lui nel 1951 si ritrovò sul mare a Fregene e nel parco dell’Ospedale San Camillo, vestito da Ivan Cavalli nella prima scena dello Sceicco Bianco. Ai macchinisti la prima volta veniva naturale fargli gli scherzi, ma poi divenne astuto talora furioso. Ma il giorno dopo ritornava quieto e stralunato. Federico Fellini capì subito chi era: suo amico prima ancora che lo conoscesse, per pigrizia incarnazione dell’invito a non drammatizzare, risolutore d’intrighi insolubili, fedele e colto Casanova calabro ma tifoso di calcio. Fellini con le sue matite colorate lo vestì nel carnevale dei «Vitelloni» da mandarino cinese. Una foto lo raffigura con Sordi, Interlenghi e Fabrizi che danzano per scherzo in fila. Anche lui ride, ma ancora meditabondo. Ha già piantato di cercare per lasciarsi scivolare sulle onde della vita: era già tutta riflessa sulla spiaggia di Calopinace, pronunciata con le vocali aperte dei greci antichi. Si mise a non fare niente partecipando a tutto. Negandosi al prossimo con rigore, se disturbato, ma concedendosi per non disturbare. E così senza curarsi, pasticciando col thermos del caffè, traversò miriadi di volte il cancello di Cinecittà. Si scelse una vita di stupori: per l’enigma che è l’intimità delle donne o per le gesta degli amici. Spiò a casa di Rossellini la Bergman che mangiava il gelato dentro un’arancia. Totò, vedendolo così riverente e mite e intelligente, gli confessò la pena della sua vita: la ragazza che era morta suicida di veleno per lui. E paterno gli dedicò sulla copertina di un libro «tutto il bene che desidero per me». Ma nel cinema Trieste si considerò a lungo un intruso, ladro nell’orto. Eppure fu capace di recite uniche e somme. Con quei suoi fissi occhi sporgenti che bruciavano di sbigottito desiderio, recitando miti timidezze invalicabili o burocrati odiosi, la disperazione e l’orgoglio, brave persone e criminali ripugnanti, inquisiti, usurai untuosi, aristocratici in miseria, eleganti direttori d’hotel, cafoni goffi. Fu Carmelo Patané in «Divorzio all’Italiana» e la bocca sdentata del Barone Rizieri Grifeo Zappalà di Sedotta e abbandonata. Ma tradì Germi senza accorgersene con Franco e Ciccio in Sedotti e Bidonati. Per non dispiacere ad un amico che glielo aveva chiesto; e poi i due lo divertivano. Nel Caligola di Tinto Brass fu meravigliato dalla comunità di irregolari e mostri che costui aveva attirato. Mai pentito per una parte, si mimetizzò sempre, nella mischia suo malgrado, per restarne fuori. Come a Fellini, non gli premeva la recitazione ma l’atto di vita che ne usciva; né c’era in lui traccia di invidia per nessuno. Degli italiani fu la luna e quei tali beati meridionali per i quali si può dire con il Canto II, 81 di Ludovico Ariosto: «La luna in mezo al ciel, che ritonda era vien lor mostrando ogni via diritta e torta». Geminello Alvi