Renato Nicolini l’Unità, 05/06/2003, 5 giugno 2003
E Renato scoprì l’ambiguità, l’Unità, 05/06/2003 Il mio ultimo anno di Liceo, nel 1960 – un anno che finì per intrecciarsi con la nascita del governo Tambroni e con i moti del luglio, con la nascita di quella che fu chiamata la Nuova Resistenza, qualcosa che penetrava anche dentro la scuola dei Christian Brothers che frequentavo, soprattutto per merito del professor Ullu che ci insegnava storia e filosofia – l’ho fatto insieme a Fabrizio Capucci
E Renato scoprì l’ambiguità, l’Unità, 05/06/2003 Il mio ultimo anno di Liceo, nel 1960 – un anno che finì per intrecciarsi con la nascita del governo Tambroni e con i moti del luglio, con la nascita di quella che fu chiamata la Nuova Resistenza, qualcosa che penetrava anche dentro la scuola dei Christian Brothers che frequentavo, soprattutto per merito del professor Ullu che ci insegnava storia e filosofia – l’ho fatto insieme a Fabrizio Capucci. Fabrizio era in classe con noi perché era stato bocciato l’anno precedente, così come Gianni Cassata, un altro tipo notevole, capace di aprire, come gli ho visto fare senza nessuno sforzo, una Coca Cola con i denti. Soprattutto Fabrizio, stava con noi da persona che ha tutt’altre cose a cui pensare che non ai banchi di scuola, e poche cosa da dire a ragazzi più piccoli. Impermeabile alla serietà, sfottente con i professori al punto di passare la maggior parte delle ore di lezione fuori della porta, proprio per questo era molto popolare. Si aggiunga che giocava bene a pallone, virtù purtroppo sconosciuta ai primi della classe (come debbo con vergogna confessare di essere stato), e soprattutto era fidanzato – o addirittura già sposato – con Catherine Spaak. Ma questo mi sembrava impossibile, addirittura irreale. La Spaak non poteva avere nulla a che fare con il Marcantonio Colonna, e con il nostro gruppo di ragazzi di Prati – dove non era forse tanto rilevante la provenienza famigliare cattolica e borghese quanto il segno di austerità comunque impresso su di noi dal fatto di essere nati tra il ’41 ed il ’42, e di avere attraversato negli anni della prima infanzia la guerra, i bombardamenti su Roma, l’allarme che ci faceva scendere in cantina, l’occupazione nazista, Roma città aperta. Sentivamo quegli anni vicini anche perché il Marcantonio Colonna aveva dato il suo tributo di ex alunni alle Fosse Ardeatine – leggevamo i loro nomi e vedevamo le loro foto nell’atrio della scuola. Invece Catherine Spaak era un’attrice di cinema! Figlia di un uomo politico che aveva legato il suo nome all’ideale dell’Europa unita, aveva scelto un lavoro che a noi allora poteva sembrare invece un divertimento. Ma che al contrario era un segno di ripresa del piacere di vivere per il puro gusto della vita, di profonda libertà personale, di rifiuto del cupo mondo, segnato della necessità e dal dolore, ereditato dalla catastrofe della guerra. Non l’avevo molto notata nel suo film d’esordio, Le trou di Becker – ma la ricordo ancora nei Dolci inganni di Lattuada, un film che, per vederlo, ero andato a piedi (non che fosse una grande impresa) da Anzio a Nettuno, dove lo proiettavano durante le vacanze estive. Non poteva essere vero che avesse sposato Fabrizio! Il mondo dei Dolci inganni non era più il mondo tutto d’un pezzo, solenne, in bianco e nero, della nostra infanzia – e non era nemmeno il mondo dei film di Brigitte Bardot che aveva colpito la mia immaginazione di adolescente negli anni ’50, almeno dal tempo dei manifesti di Miss Spogliarello censurati per via del carattere sacro di Roma (dove proprio le strisce nere applicate sui seni finivano per assumere un’irresistibile, quasi dolorosa, valenza erotica). Era un mondo che non sapevo riconoscere perché era temporalmente sfalsato rispetto alle mie esperienze di vita – solo di pochi mesi, ma sufficienti a proiettarla su un piano non riconoscibile, fino a fami dubitare della sua effettiva esistenza – ma che poi non mi ha più lasciato. è il mondo delle ambiguità – non più l’ambiguità innocenza-corruzione, desiderio-repressione, sempre in fondo riconducibile ad un bene e ad un male – dei film di B.B. Un’ambiguità invece meno melodrammatica e più sottile, dove non esiste più un ruolo maschile e un ruolo femminile secondo schemi, e conseguenti implicazioni ideologiche, riconosciuti e fissi. Dove anzi non esiste più una legge morale oggettiva, riconosciuta da tutti e a cui tutti si debbono inchinare, altrimenti l’inevitabile punizione sancirà la colpa, ma esiste una piena incondizionata libertà dei comportamenti soggettivi. Il film che meglio mi sembra esprimere questa trasformazione, almeno agli occhi a volte ingannevoli della memoria (non l’ho più rivisto da allora, una cosa che mi sembra bizzarra e dunque notevole in un mondo ormai dominato da videocassette e Dvd, dall’estetica del vedere più volte e del rimontaggio), è La voglia matta di Luciano Salce. è un piccolo gioiello della ”commedia all’italiana”. Ugo Tognazzi interpreta in modo formidabile, da quel grandissimo attore che è stato, il ruolo dell’esponente di quella che vorrei definire la generazione dei padri, assuefatti invece irreversibilmente a schemi divenuti segni di identità sociale e creduti irreversibili. Prima fra tutte, pilastro ideologico del familismo e del maschilismo, la docile passività femminile, la donna strutturalmente incapace di resistere all’uomo arrivato perché il matrimonio e la famiglia sono in cima alla sua scala di desideri. Era stato questo il segno dei film d’esordio, per fare un esempio, di Stefania Sandrelli. Rovesciare il clichè, come nel caso della Bardot, finiva per ribadirlo come l’unica possibilità. Ma la Spaak della Voglia matta rovescia finalmente (e totalmente, in un modo che sarà irreversibile per la sua assoluta sincerità, senza quel tanto di condiscenza agli schemi che ancora segnava, che so, Jacqueline Sassard) uno schema che sembrava eterno, come l’egemonia patriarcale. Merito di regista, sceneggiatura, di tutti gli attori ma in primo luogo della forza della sua presenza di attrice, di quegli occhi, di quel viso, di quella grande allegria nel modo di muoversi. è questa gioia fine a sé stessa, il piacere della notte trascorsa in gruppo accanto al falò, della disinvoltura senza immediate implicazioni sessuali, dei giochi senza scopo e senza programma che affascina Tognazzi. Ed è insieme quello che il personaggio interpretato da Tognazzi non potrà mai capire, per quanti sforzi possa fare. Non gli sarà mai possibile uscire del regno della necessità, segnato dai conformismi, dal culto del potere e dall’opportunismo come abito mentale, per percorrere invece la strada della libertà per la quale si avvia la generazione nata tra il 1940 ed il 1945. Non tutto ciò che Catherine Spaak ha fatto dopo è segnato dalla medesima felicità. I film d’autore che interpreta con Pietrangeli, con Comencini, con Marco Ferreri, con Florestano Vancini, con Nanni Loy, con Monicelli, con Steno (grandi nomi del cinema italiano, destinati a resistere al tempo) non sono un antidoto sufficiente a sfuggire ad una progressiva decadenza della commedia all’italiana, ridotta piuttosto rapidamente a stereotipi (dove anche il rapporto maschile - femminile viene ricondotto a stereotipi da caserma). Del resto, questa non è solo la storia di Catherine Spaak, ma dei nostri anni ’60 e ’70 – e del loro approdo, che mi ostino a pensare non fosse però inevitabile, tanto meno fatale, al consumismo mercantile degli anni ’80 e’90. è per questo che credo si debba apprezzare, quanto l’infaticabile attivismo dei primi anni della Spaak attrice, il suo progressivo prendere le distanze da questo mondo, costruendosi una nuova identità come giornalista. [...] Renato Nicolini merito dell’infaticabile gruppo «Made in Italy», che cerca di abituarci a vedere il cinema con occhi diversi, a volte accoppiandolo ai luoghi della città di Roma (ma anche di Parigi), altre facendo centro su grandi personalità di attrice, se sarà possibile farsi un giudizio personale assistendo ai film della Spaak in programmazione dal 4 all’8 giugno nella sala dedicata a Sordi.