Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2003  agosto 03 Domenica calendario

L’estatica felicità di salir le scale dietro la Fenech, il Giornale, 03/08/2003 A Cinecittà Fellini aveva una cuoca che si chiamava Ubalda

L’estatica felicità di salir le scale dietro la Fenech, il Giornale, 03/08/2003 A Cinecittà Fellini aveva una cuoca che si chiamava Ubalda. Io quell’anno avevo fatto un film dal titolo così brutto...sì, Quel gran pezzo dell’Ubalda... che quando uscì non lo andai nemmeno a vedere. Così per Federico ero Ubaldina: ”La mia Ubalda e la mia Ubaldina”, diceva quando lo andavo a trovare. Ci eravamo conosciuti a un provino per il Satyricon, avevo diciott’anni. Mi disse: ”Questo non è un film per te, ma stai certa che ne faremo uno insieme”. Nel ’72 mi chiamò per Amarcord, la parte di Gradisca. Pranzavo con lui, passeggiavamo per Cinecittà mano nella mano, era molto affettuoso, senza malizia però. Alla fine scelse Magalì Nöel, che allora aveva l’età di mia madre. ”Mi sarebbe piaciuto, capisci”, mi spiegò, ”ma sei ancora troppo giovane e, purtroppo, troppo magra. Guarda che non ti ho preso in giro, veramente avevo pensato a te per quel ruolo”. Presa in giro? Per me quei mesi erano stati un sogno, l’essere stata lì con lui era già il mio film. Era un uomo strepitoso». Salire le scale di una dépendance di Palazzo Pallavicini Rospigliosi avendo davanti a te il didietro di Edwige Fenech ti fa comprendere l’estatica e panica felicità dei Lino Banfi, Alvaro Vitali, Renzo Montagnani, Mario Carotenuto (strepitoso) chiamati a recitare quella stessa situazione sul set. Insegnante, soldatessa, vigilessa, tassinara, infermiera, poliziotta, pompiera, la Fenech passava e loro le andavano dietro senza capire più niente. «Avrò girato un’ottantina di film, un anno ne ho fatti otto, uno di seguito all’altro. Alcuni non li ho mai visti, altri li ho dimenticati. Ogni tanto qualcuno mi cita un titolo, ma a me non viene in mente niente. Certo, ricordo L’insegnante perché fu quello che un po’ diede l’avvio al genere: andavo nelle sale dove era proiettato per spiare le reazioni del pubblico... E poi quelli in coppia con Lino Banfi, mio grande amico: Cornetti alla crema, per esempio, una piccola chicca, veramente divertente. L’Ubalda, gliel’ho già detto, non l’ho visto per anni, come Giovannona coscialunga, del resto, ma come si fa a chiamarli così... Eppure, lei non ci crederà, Giovannona è recensita nei ”Cahiers du cinéma”, e Quel gran pezzo dell’Ubalda tutta nuda e tutta calda ebbe una critica entusiasta di Walter Veltroni, sul ”Venerdì” di ”Repubblica”, mi pare. Quando la lessi mi dissi: ”Ma questo l’ho interpretato io! E allora è meglio che una volta tanto lo veda”. Così la sera mi sono messa davanti alla tv. Be’ era un filmetto delizioso. E che dire di Sono fotogenico, di Dino Risi? A Cannes, quando chiudemmo il Festival, ci furono venti minuti di applausi... Certo, la critica è strana. Pensi anche al filone del giallo all’italiana di Sergio Martino, anche lì ne ho fatti un bel po’... Per Quentin Tarantino sono dei capolavori e in Inghilterra ci sono saggi critici in materia alti così. Naturalmente non li ho letti. Così come non ho neppure una cassetta dei miei film. Debbo decidermi a comprarle. Per i miei nipoti». Negli anni Settanta Palazzo Pallavicini, dove ora, in un’ala, ci sono gli uffici della Immagine & Cinema, la casa di produzione di Edwige Fenech, era il simbolo della nobiltà nera della sua proprietaria, la principessa Elvira. Ci si tenevano i convegni della Fondazione Gioacchino Volpe, su iniziativa di Giovanni, figlio del grande storico, l’editore monarchico-fascista che cercava di dare alla destra politica del tempo quella cultura che non aveva e di cui comunque diffidava. Si salivano scalinate dove troneggiavano i busti degli imperatori romani, si entrava in saloni immensi dai tendaggi barocchi, alle pareti le tele del Seicento, i Santi e le Madonne della Controriforma. Magra, fine e altera la principessa sedeva sulla sua sedia a rotelle. Era un’altra Italia. «La principessa è una persona molto gentile. Mi ha persino concesso il Casino dell’Aurora, un piccolo gioiello dell’arte e dell’architettura, per presentare due mie produzioni. Io comunque di quegli anni ho un buon ricordo, un Paese bellissimo, meraviglioso, di cui mi sono subito innamorata. Ci venni per la prima volta per la finale di Lady Europa, a Cortina, avevo già vinto Lady Francia. Arrivai seconda, il pubblico protestò, mi voleva prima: volarono bicchieri, sedie, un casino. Ero con mia madre, gli organizzatori ci chiesero i danni.... ce ne tornammo di corsa a Nizza. Una settimana dopo telefonò un talent scout italiano per conto di una casa di produzione. Ripartimmo. Il film si chiamava Samoa regina della giungla. Ero lattea di carnagione, mi dipinsero di marrone... Ecco, è cominciata così. A ripensarci, era tutto facile: si andava alla Medusa, la casa di produzione, si diceva: ”Ho avuto questa idea per un film di questo tipo”. Ti ascoltavano, se piaceva ti dicevano: ”è bella, facciamolo”. Erano gli anni dei cinque colonnelli, Manfredi, Gassman, Tognazzi, Sordi, Mastroianni, di Pasolini, registi come Risi, Monicelli, Steno, Scola, era una cinematografia in cui c’era di tutto, per tutti i gusti. E veniva esportata all’estero... Oggi c’è qualche buon regista, ma non c’è stato il ricambio». Da anni ormai la Fenech non sta più davanti alla macchina da presa: organizza, produce, dirige. Non le è costato fatica. «è stato del tutto naturale. Ho cominciato producendo film di cui ero anche interprete. Debbo molto a Carlo Bernasconi, allora capo della fiction di Canale 5. Mettere in mano dei soldi a una donna, un’attrice che faceva anche la produttrice, non era facile. Lui intuì che ce l’avrei fata e mi appoggiò. Quando in seguito ho visto che riuscivo a gestire le due cose mi sono detta: ”Questo è il momento in cui ti devi mettere a leggere una sceneggiatura pensando a un’altra come protagonista”. E così ho fatto. La verità è che non mi andava più di recitare. L’avevo fatto anche in teatro e lo ricordo ancora come un incubo. La commedia era bellissima, D’amore si muore, di Giuseppe Patroni Griffi, il cast di prim’ordine, Fabrizio Bentivoglio, Massimo Wertmüller, Monica Scattini, il regista era Alfredo Terlizzi. Per me è stato un disastro. Mi sono ammalata durante la tournée, tosse, raffreddore, persino il colpo della strega... Ogni volta che si apriva il sipario era come una condanna a morte: vedevo i binocoli del pubblico in platea, sudavo, mi agitavo, sa, io sono timida... In un mese ho perso cinque chili. Una sera, dopo lo spettacolo, mi sono guardata allo specchio e mi sono spaventata. Ha presente il Ritratto di Dorian Gray? Avevo le occhiaie fino alla bocca». L’ultima nata della sua produzione si chiama Omicidi, sei puntate su Raiuno, che andranno in onda il prossimo anno, interpreti Massimo Gini, Chiara Conti, Omero Antonutti, sceneggiatore Sergio Petraglia, regista Riccardo Milani. La polizia va di moda, par di capire. «è un segno dei tempi. Viviamo in un mondo pieno di fatti di cronaca, la nostra esistenza quotidiana è infarcita di notizie con morti ammazzati. A me piaceva raccontare dall’interno la figura di un poliziotto, i suoi sentimenti, la sua psicologia, gente che quando va in pensione ha un cuore color catrame per tutto quello che ha dovuto vedere, la miseria, la ferocia, la follia umana». Fra televisione pubblica e reti private la Fenech non fa differenza. «Come spettatrice non è che la guardi molto, al di là della fiction, è ovvio. Sa, sono un po’ come un pescivendolo, non ho bisogno di assaggiare il pesce per sapere se è fresco oppure no... Oggi in tv ci sono poche idee e si passa il tempo a sfruttarle. Per uno Zelig ti ritrovi dieci imitazioni». Fra piccolo e grande schermo nemmeno, anche se qui la differenza è, come dire, congenita. «Ho prodotto Ferdinando e Carolina della Wertmüller, L’attentatuni di Claudio Bonivento.... Adesso ho in programma Ridi pagliaccio, la storia di un cantante lirico ebreo durante la Seconda guerra mondiale. Il cinema mi piace ma è più difficile: occorre una buona distribuzione che protegga e veicoli il film, grandi capitali. Se produci per la televisione sai fin dalla partenza quali storie possono andare e quali no, il meccanismo è chiaro e selettivo fin dall’inizio, insomma, così come la linea editoriale, del resto, è nell’aria, la fiuti anche se nessuno te la espone. Io ho fatto Il coraggio di vivere, Commesse, tanto per citare due titoli di successo, perché sapevo che quelle storie avevano un pubblico che le aspettava. Omicidi è lo stesso. Adesso sto lavorando a una fiction sul genere della commedia all’italiana, credo che i tempi siano maturi. E poi, come si dice, l’assassino torna sempre sul luogo del delitto!». Stenio Solinas