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 2003  agosto 05 Martedì calendario

L’’Economist” odia l’Italia, La Stampa, 05/08/2003 Su queste pagine, pochi giorni fa, Aldo Rizzo ha esposto il dubbio che molti si pongono di fronte agli ultimi attacchi dell’’Economist” a Berlusconi: quali motivi spingono il settimanale inglese a fare una battaglia così aperta, ripetuta e violenta? Che le vicende personali del Presidente del Consiglio si prestino a considerazioni etiche è indubbio e il diritto dell’’Economist” di esprimere giudizi negativi è fuori discussione

L’’Economist” odia l’Italia, La Stampa, 05/08/2003 Su queste pagine, pochi giorni fa, Aldo Rizzo ha esposto il dubbio che molti si pongono di fronte agli ultimi attacchi dell’’Economist” a Berlusconi: quali motivi spingono il settimanale inglese a fare una battaglia così aperta, ripetuta e violenta? Che le vicende personali del Presidente del Consiglio si prestino a considerazioni etiche è indubbio e il diritto dell’’Economist” di esprimere giudizi negativi è fuori discussione. Ma come mai tanto accanimento, tante copertine e tanti articoli contro chi, oltretutto, su molti temi di economia e di politica estera, non si presenta certo come un avversario delle idee che l’’Economist” professa? Una personale esperienza di cose inglesi mi induce a pensare che l’atteggiamento del settimanale sia il frutto non già di oscure connivenze politiche ma di antichi risentimenti e forse di una più vaga e più recente speranza. Molta simpatia per l’Italia, l’’Economist” non l’ha avuta mai; certo non da quando Craxi, imprudentemente, annunciò il famoso sorpasso italiano dell’Inghilterra. Meno ancora ne ebbe dopo che la presidenza italiana del 1990 - che il settimanale inglese aveva definito «un carrozzone guidato dai fratelli Marx» - isolò la Signora Thatcher nel Consiglio Europeo aprendo la strada a Maastricht e alla moneta unica, cioè alla maggiore sconfitta politica della Gran Bretagna dopo Suez. Perfino al tempo del governo Amato, il settimanale definì l’Italia «un imbarazzo», astenendosi poi dal pubblicare una ironica lettera di risposta del nostro Ministro degli Esteri. Berlusconi è dunque l’ultimo, certo il più visibile e certo il più ghiotto, dei bersagli. Ma vi è anche il proposito più propriamente giornalistico - o meglio la speranza - di emulare il ”Washington Post”, il quotidiano che con le sue inchieste e le sue insistenti domande fu determinante nella caduta di Nixon, e di passare alla storia come la testata che ha fatto cadere un capo di governo straniero. E non sarebbe, in verità, poca cosa. L’’Economist” si indirizza a un pubblico che non è quello inglese, che lo legge poco, né quello italiano, dove rischia di sollevare attorno a Berlusconi semmai più solidarietà che avversione, ma quello internazionale; ed è proprio lì che Berlusconi gioca ora le sue carte più delicate. Tutto ciò, se il settimanale sta nei binari della verità, è legittimo. Ma viene un dubbio: l’’Economist” dice che, prima ancora che una Corte si pronunci sulle accuse rivolte a Berlusconi dai Pm, e quindi in presunzione di innocenza, il Presidente del Consiglio avrebbe dovuto per correttezza astenersi dal guidare il governo e, di conseguenza, ora l’Europa. Ma un analogo scrupolo di correttezza non avrebbe dovuto spingere l’’Economist” ad astenersi dal muovere nuove accuse al suo avversario fintanto che una Corte non abbia giudicato sul fondamento di quelle contro le quali i legali di Berlusconi hanno ormai da tempo sporto querela? Boris Biancheri