Adriano Sofri la Repubblica, 02/08/2003, 2 agosto 2003
A lezione di leninismo da Fidel, la Repubblica, 02/08/2003 Mauro Pagani è, come sapete, un importante musicista italiano e ha pubblicato un cd dal titolo pagani/domani, molto bello, per i testi e la musica e gli arrangiamenti e tutto
A lezione di leninismo da Fidel, la Repubblica, 02/08/2003 Mauro Pagani è, come sapete, un importante musicista italiano e ha pubblicato un cd dal titolo pagani/domani, molto bello, per i testi e la musica e gli arrangiamenti e tutto. Niente paura: non mi avventurerò fin nella critica musicale. Invece farò una cosa che si fa di rado, e a torto: prenderò sul serio le parole d’una canzone di Pagani, e ne discuterò con lui. Le canzoni sono il più influente viatico delle nostre vite, e io per esempio darei via tutti i miei articoli per una sola bella canzone. È questa invidia che spinge per lo più noi, che non sappiamo fare una bella canzone, e siamo anche un po’ stonati, a scambiarci l’un l’altro articoli e comizi e saggi dall’aria seria, per consolazione. La canzone si intitola Frontefreddo, succede a Cuba e dice così: «dall’altra parte del mondo / a casa di un illuso / tradito e morto male / posso quasi guardarli / stringo mia figlia e la sua / meravigliosa innocenza a termine / oh / dio dei bimbi / guarda giù / guarda meglio ti prego / tra le canne del rio grida forte / il vento americano / troppo freddo per tutti / la casa del che / è così pulita e deserta / un gradino per una cerveza / oltraggiosa e silenziosa / ehi que pasa italiano? / nada / fa freddo e fa caldo / a la havana / fidel parla da ore / ricordando quarant’anni / a difendersi da tutti / con addosso il fantasma / del non fare / del subire / regarde mon ami / sont les enfants de chernobyl / sorridono davvero come bimbi / con il ventre caldo di dolore li vedo passare / sorridono davvero / e si tengono per mano / con le loro macchie / con le loro teste lucide / malate / che birra triste / comandante / fa freddo e fa caldo / a la havana». Bella, no? Non ho mai visto Cuba, i bambini di Chernobyl li ho visti in parecchi posti del mondo, anche in Italia, che si tenevano per mano, con i sorrisi, con le teste lucide. Una birra triste è triste in qualunque posto del mondo. Ma qui siamo a casa di un tradito e morto male, dovrebbe fare solo caldo, e invece fa caldo e freddo, e c’è quel Fidel che parla da ore ricordando quarant’anni. Parla da quarant’anni. Ma che cosa vuol dire: «A difendersi da tutti»? A difendere che cosa, intanto? La rivoluzione, intanto. ”Vamos a defender / la revolucion cubana...”. All’inizio il ”Che” era sembrato lo Yanez del Sandokan Fidel. (Li aveva letti davvero appassionatamente, il ”Che”, Salgari e De Amicis). Ognuno di noi ha la sua casuale data di fine dell’amore e almeno della giustificazione (io l’ebbi, la seconda, nei tempi successivi al golpe cileno, quando mandavo a Fidel il denaro raccolto per armare il Mir...). Quando, dunque, la difesa di una rivoluzione vittoriosa sconfina nella complicità con un regime arbitrario e i suoi titolari? Un po’ prima di quarant’anni, senz’altro. Fino ad allora si crede di difendere il nuovo regime dal tentativo di restaurare il vecchio; si difendono le sue conquiste - scuola, sanità, caduta della mortalità infantile, lo sport, la voglia di ballare; si difende la sua missione di bastione della rivoluzione internazionale, sempre meno, del resto, e le armi cubane finiscono sempre più a fare da mercenarie all’Urss, in qualche Angola. «Il fantasma del non fare e del subire»: che cos’è? Posso immaginare che sia quella amara esperienza di tutti i tentativi umani di rifare il mondo, che si accorgono presto di dover sostituire la fiduciosa messa alla prova delle proprie aspirazioni con la spaventata resistenza alle aggressioni altrui. Anche in Italia successe alla generazione che nel ’68 pensava di disporre di una meravigliosa innocenza, come la figlia bambina della canzone, e non sapeva che fosse a termine, e la vide scadere di lì a poco, nel ’69 di piazza Fontana, e così la sentì, come la perdita dell’innocenza: e di lì in poi credette di dover adeguarsi a un’agenda torbida dettata dagli altri, cui rispondere colpo su colpo, fino ad accorgersi che delle aspirazioni originarie non restava più niente, a furia di accantonarle in attesa di tempi sgombri dall’obbligazione a difendersi da tutti. un gran bene che lo scandalo cubano sia avvenuto, finalmente, e pur così tardi. Ci sono ancora milioni di persone, soprattutto in America Latina, persuase che le derisioni della libertà socialista a Cuba siano imposte dall’accerchiamento e le cospirazioni degli Stati Uniti e degli esuli di Miami e dell’embargo. Quarant’anni dopo - quarantaquattro, ormai. In questi anni la minaccia americana - vera, del resto - e il blocco sono diventati il pretesto di sopravvivenza della decrepita dinastia fidelista, e l’alibi alla sua caricatura della rivoluzione. Invece che difendersi da tutti, invece che rassegnarsi a non fare e subire, si può semplicemente lasciare. Uscire di scena. Non: si può. Si deve. Il potere consiste nel controllo dello stato d’eccezione, dicono i tecnici. Giorgio Agamben ha appena pubblicato un saggio sul tema (non l’ho ancora visto): sullo svuotamento di ogni democrazia contemporanea e sullo stato d’eccezione come connotato di fondo, se non fraintendo, dell’’impero”. C’è in generale una forte attenzione sul rincaro delle misure d’eccezione negli Stati Uniti dopo l’11 settembre, e a maggior ragione sugli slogan della guerra permanente. L’emergenza terrorista ha messo in mora importanti garanzie dello stato di diritto e delle private libertà. Guantanamo poi, che è un’altra Cuba, ha spodestato la memoria della seducente ragazza di un’altra canzone diventando un porto franco dell’eccezione ai diritti. L’eccezione - da noi la più invadente ”emergenza” - tende a essere la norma della vita pubblica e privata, e dunque a farsi, da episodica ed estrema, permanente e abitudinaria. Il confine fra normalità ed emergenza è delicato da stabilire, perché le emergenze esistono davvero: delicato come il confine fra cura dolce e chirurgia da campo. Ma lo stato della terra è diventato tale da disegnare ogni problema nella forma ultimativa dell’emergenza. L’allarme estremo, e la sospensione delle regole e dell’esistenza normali che ne seguono, sembrano imporsi con la forza dei fatti, dell’aria delle acque delle piante e della terra che agonizzano. Si potrebbe replicare, e non sarebbe soltanto un gioco di parole, che quando tutto è emergenza tutto deve tornare a essere trattato come una condizione normale, con regole normali. Sta di fatto che l’autogiustificazione moralmente superiore che le rivoluzioni rivendicano per sé tramuta per definizione i regimi che ne nascono in stati d’eccezione a tempo indeterminato. La Cina lo è, col record mondiale di teste mozzate, e pretende appunto di esserlo per sempre, in nome di una metafisica inappropriatezza della democrazia al suo clima, o chissà a cos’altro. In Russia, dove lo stato d’eccezione è durato quanto è durata l’Urss (e oltre) la contraddizione fu maneggiata equilibristicamente da Lenin nel più cattivante dei suoi testi, Stato e rivoluzione, che spiegava crudamente la necessità ineluttabile della dittatura, ma le offriva il risarcimento religioso della promessa - in un futuro remoto fino all’infinito - della estinzione dello Stato, di ogni forma di Stato. Inferno della dittatura oggi (e domani, e dopodomani) e paradiso dell’anarchia un giorno o l’altro. Sembrò, quel libretto, a generazioni di fedeli, uno slancio verso l’utopia, ed era il contrario. Il baratto fra emergenza (l’accerchiamento controrivoluzionario, la guerra civile, la cospirazione interna al partito, la sopravvivenza di classi e ceti irriducibili al socialismo, e dunque l’onnipotenza poliziesca, e la delazione universale eccetera) e democrazia si riproduce ogni volta di nuovo. Si misuri il tenore di libertà di un paese dal rapporto che vi regna fra regola democratica ed eccezione d’emergenza. A Cuba, il rapporto tende al nulla. La ”presidenza” è una farsa, poiché è una presidenza a vita, ratificata da plebisciti, e anzi resa dinastica dal tentativo di precostituirle una successione nel fratello di Fidel, figura affidabile sì e no quanto il cavallo di Caligola. Altrove, e più orrendamente nella Corea del Nord, la dinastia ha oltrepassato la frontiera della tirannide dinastica per toccare la divinizzazione celeste. Stato d’eccezione anche lì, spinto a giustificare milioni di morti per carestia di Stato e grandiosi programmi nucleari. Cuba è distante da Pyongyang come un caudillo latino e barbuto è distante da un satrapo glabro e orientale: ma la logica è comune. Occorre denunciare lo stato d’eccezione americano come un tradimento della libertà e della fedeltà democratica, e oltretutto una capitolazione al ricatto mosso dal fanatismo terrorista. Ma ricordarsi che lo stesso stato d’eccezione controrivoluzionario (dunque altro che antiterrorista), che passa per antonomasia come la revoca strumentale di ogni diritto, è a sua volta sfidato dallo stato d’eccezione rivoluzionario, che è tale per definizione, e a tempo illimitato. La rivoluzione proclama per definizione lo stato d’assedio, e si giustifica con la propria difesa mortale, salvo quando accetti di dissolversi nel momento stesso in cui si compia - non succede. Una rivoluzione che approdi all’instaurazione di una monarchia cinquantennale e aspirante ereditaria, ancien régime rifondato sull’audacia di cavalieri di ventura mutati in nuovi ricchi, burocrati dello Stato-partito e persecutori di dissidenti, segna la propria umiliante bancarotta. Vietati giornali e libri stranieri, vietata Internet e i cellulari, perseguitati i gay, vietata la conversazione con gli stranieri. Fidel, ora, parla dei cinquant’anni, da cinquant’anni. Odioso è il blocco americano. Odioso è il regime che non lo vanifica, semplicemente, andandosene: e anzi se ne fa scudo per durare dispoticamente. In galera sono decine di uomini e donne che hanno chiesto, a norma di legge, presentando petizioni di referendum corredate da più di diecimila firme, l’introduzione di regole elettorali. Sono condannati in processi ufficialmente sommari a pene che arrivano a 28 anni - per alcuni di loro gli accusatori avevano chiesto la pena capitale - qualcuno, come José Daniel Ferrer, sta forse in questo momento facendo lo sciopero della fame, qualcuna, come Martha Beatriz Roque, sta in una branda di malata. Una cella qualunque e la casa de Maria Antonia: en este momento ascolto la tua bella canzone, caro Mauro Pagani, e me recuerdo de muchas cosas, a costo di passare da poesia e musica a prosa e gemiti. Triste cerveza. Adriano Sofri