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 2003  agosto 07 Giovedì calendario

Blasetti, eclettico delle idee altrui, La Stampa, 07/08/2003 Il padre del cinema italiano era romano di via Ripetta, figlio di un insegnante di oboe e corno inglese a Santa Cecilia; nacque il 3 luglio 1900 e morì il 1 febbraio 1987

Blasetti, eclettico delle idee altrui, La Stampa, 07/08/2003 Il padre del cinema italiano era romano di via Ripetta, figlio di un insegnante di oboe e corno inglese a Santa Cecilia; nacque il 3 luglio 1900 e morì il 1 febbraio 1987. Il suo retroterra era borghese, e borghesi rimasero molte sue abitudini, a partire dal look di bell’uomo anni Venti, baffetti e capelli allisciati all’indietro, che non cambiò mai. Perfino il famoso abbigliamento con cui Alessandro Blasetti entrò nella leggenda come il Regista per antonomasia - tuta bianca da aviatore guarnita di lunghe cerniere lampo, berrettino con visiera, megafono in mano e stivali - pare abbia avuto un’origine borghese, ossia che sia stato concepito in seguito ai rimproveri della moglie la prima volta che lui tornò a casa dal set, tutto inzaccherato. La moglie, sposata quando Blasetti aveva ventitré anni e stava per laurearsi in legge e per impiegarsi in banca, era una persona molto distinta che si tenne ostinatamente in disparte da quello che continuò a chiamare «cinèma» fino alla morte, avvenuta pochi anni prima di quella del marito. Blasetti la rispettò, temette e assecondò durante tutta la loro lunghissima unione, ma per mezzo secolo coltivò anche una relazione estremamente discreta con la paziente, elegante attrice Elisa Cegani, alla quale gli sceneggiatori avevano l’incarico di organizzare, quando possibile, una buona parte nei suoi film. Prima di rassegnarsi alla laurea in legge Blasetti aveva frequentato l’Accademia Militare, dalla quale fu congedato col grado di sottotenente e la definizione, nelle note caratteristiche, di «inadatto al comando». è facile pensare che la sua carriera di regista sia stata anche una rivalsa contro questo stigma; non per caso il «matto con gli stivali» (uno degli affettuosi soprannomi affibbiatigli nell’ambiente) sarebbe diventato un sommo specialista di scene belliche e di massa. Questo talento si rivelò con la battaglia di Calatafimi in 1860 (1934), continuò con la disfida di Barletta in Ettore Fieramosca (1938), si sublimò nei combattimenti di gladiatori e di belve girati nell’arena di Verona per Fabiola (1948); e fu messo al servizio anche di altri registi, quando dietro incarico di Dino De Laurentiis Blasetti diresse le sequenze dei combattimenti sul Carso nella Grande guerra di Monicelli, quelle dell’incendio del lago dei Due nemici di Guy Hamilton, e quelle delle battaglie nella Bibbia di John Huston. Blasetti era un uomo cordiale, vivace, curioso, ostinato, sincero, arrivato al cinema per vocazione irresistibile, forse senza nemmeno lui sapere perché. Giovanissimo aveva scritto molti violenti articoli, anche su giornaletti fondati da lui, per propugnare il rilancio della produzione nazionale, e a un certo punto aveva trovato il modo di creare una società allo scopo di autofinanziarsi un film, per il soggetto del quale indisse un concorso dalle pagine della sua rivista ”Lo schermo”: vinse quello intitolato Sole, spedito da un lettore di Cagliari. Questo voler fare un film (e saperlo fare, come dimostrò) senza avere una vera idea della storia sarebbe rimasto caratteristico di Blasetti, che a differenza di molti suoi colleghi non ebbe quasi mai dei progetti ”suoi”, ma li cercò o commissionò altrove. Bisogna aggiungere che manifestò sempre pubblicamente rispetto e gratitudine per gli scrittori, e che prese posizioni impopolari presso i sostenitori del cinema d’autore difendendo a gran voce la legittimità dei rapporti tra cinema e letteratura, nella quale pescò a piene mani. Quanto a Sole, che colpì qualche critico (il fine e intelligente Alberto Cecchi lo esaltò, scrivendo: «Per la prima volta i villani sono villani davvero, i lavoratori lavoratori, la palude palude, il clima quello umido e nebbioso, quello ”vero” delle Pontine»), uscì nel momento sbagliato, ossia nel 1929, in concomitanza con l’arrivo dei primi film sonori, che relegarono rapidamente quelli muti tra le anticaglie. Innovativo sul piano formale, se dobbiamo credere a Alberto Cecchi (il film non esiste più), Blasetti si era trovato in ritardo su quello tecnico, cosa che non gli sarebbe ricapitata. Infatti se qualcosa colpisce nel suo ricco curriculum è la quantità di prime volte ovvero di vere e proprie invenzioni. Già nel 1928 Blasetti concepisce (e brevetta) una specie di steadycam come quelle entrate in uso mezzo secolo dopo, ossia una macchina da presa fissata sulla testa dell’operatore, così da identificarsi col suo sguardo. Nel 1930, per Nerone, architetta un carrello montato su ruote di camion che gli consente di girare in un teatro passando sopra le teste degli spettatori ottenendo una specie di effetto di zoom. Per Fabiola fa perfezionare una gru speciale con braccio allungabile. Altri primati: nel 1938 gira il primo film a colori italiano, il documentario Caccia alla volpe, operatore l’inglese Jack Cardiff. è l’unico a portare sullo schermo due leggendari mostri sacri del teatro meno rispettabile ma oggi così rivalutato, come Petrolini (nel succitato Nerone) e Raffaele Viviani (La tavola dei poveri, 1932). Anticipa il neorealismo con Quattro passi fra le nuvole (1942). Lancia con Altri tempi (1952) la moda del film a episodi, poi sfruttatissima dal cinema nostrano negli anni del boom. Crea la coppia Mastroianni-Loren (Peccato che sia una canaglia, 1954) dando a Sophia, che oggi nelle interviste ricorda solo De Sica, la sua prima grande occasione da protagonista. Inaugura con Europa di notte (1959) un filone subito spremuto fino all’inverosimile da altri, di pseudoreportages su numeri di arte varia in giro per il mondo, primo grimaldello per forzare una censura ancora molto severa mostrando un po’ di carne femminile (del resto era stato lui a far biancheggiare il primo seno nudo del sonoro, quello mitico di Clara Calamai nella Cena delle beffe, 1941). è, infine, il primo regista italiano a girare nell’Urss, con Io amo, tu ami... (1961), pseudoindagine sull’amore nel mondo... Tutti questi record rendono bene il ritratto di un eclettico, sempre alla ricerca di qualcosa di diverso. Del resto la sua scarsa inclinazione a ripetersi era un portato, forse paradossalmente, della suaccennata mancanza di idee originali. Ci sono artisti che di idee ne hanno di base una sola, e la ripetono con variazioni. Blasetti ne voleva ogni volta una inedita, e ricominciava sempre daccapo. Dominava da maestro la forma breve, come il racconto - in questo era veramente italiano, ossia figlio di una tradizione ricca di novellieri, da Boccaccio a Pirandello, ma povera di romanzi; quando tentava quella ampia e complessa però si incartava, vedi il colossale fiasco di Fabiola, per il quale chiamò, dice la leggenda, più di quaranta scrittori, da ciascuno prelevando qualche minuzia. Lo splendido risultato del suo primo capolavoro, 1860, fu dovuto all’avere avuto pochi punti di riferimento, solo la pittura di Fattori e le noterelle dell’Abba. A suggerirglieli era stato mio nonno Emilio Cecchi, allora direttore artistico della Cines, e Blasetti lo ripagò con una riconoscenza spinta fino alla venerazione. Uomo d’azione, non leggeva, non andava mai al cinema, e quando aveva un progetto ci si buttava dentro a corpo morto, scegliendosi ottimi collaboratori (come, in alcune occasioni memorabili, Zavattini) e sfidandoli a convincerlo, anche con discussioni estenuanti. Artigiano provetto, sapeva fare tutto, ma sul posto e sul momento. Ci sono registi che sanno esattamente quello che vogliono, l’esempio classico è Hitchcock, si preparano minuziosamente e poi girano in fretta, senza lasciare niente al caso. Blasetti invece non sapeva cosa avrebbe fatto prima di avere messo l’occhio dentro la macchina da presa: il suo sguardo coincideva con l’obbiettivo. Ma appunto, questo gli rendeva difficile tenere in pugno l’arco di una storia complessa. Aveva un senso dell’umorismo tutto suo, che altri (come Flaiano, da lui coinvolto in un paio di avventure) condividevano poco. Nella vita lo facevano ridere più di tutto certe volgarità in romanesco, che offriva volentieri, oltre al vezzo di appiccicare insieme pezzi di parole, secondo lui per brevità (al mio zio costumista, creatore dell’immortale scollatura della Lollo nel Processo di Frine, diceva per esempio, invece che «Hai portato il disegno?», «Hai portegno?»). Ma sullo schermo non mise mai niente di volgare, e almeno una volta, quando diresse i surricordati Loren, Mastroianni e De Sica, fu assai spiritoso. Generoso, prepotente, vitale, Blasetti era fondamentalmente ingenuo; l’entusiasmo, il candore e la rettitudine erano a pensarci bene le qualità che lo contrassegnavano di più. Era stato fascista, ma senza eccessi. Il suo film di propaganda, Vecchia guardia (1934), aveva scontentato il regime perché tutt’altro che trionfalistico nel suo tentativo di raccontare la vicenda degli squadristi dal lato umano, quotidiano. Il suo smodato affresco fantastorico, La corona di ferro (1941), nelle intenzioni parabola sull’amicizia storica tra Germania e Italia, era risultato così antibellico che alla Mostra di Venezia, dove fu premiato, Goebbels famosamente commentò che se lo avesse diretto un regista tedesco, lo avrebbero messo al muro. Da vecchio Blasetti ricapitolò tutta la sua evoluzione di autore sostenendo di avere sempre e soltanto sostenuto la causa della pace. Non era proprio così, ma nella sostanza diceva la verità. Peraltro il sottotenente definito inadatto al comando aveva sempre provato una autentica ammirazione per i condottieri (negli anni Trenta si era candidato per dirigere Scipione l’Africano, che fu invece assegnato a Gallone) - un’ammirazione, appunto, ingenua. Mio padre lo incontrò per strada nel 1945, e tutti e due si misero a scambiare commenti desolati sullo stato del Paese. «Hai visto che disastro?» «Eh, sì. Come siamo ridotti male!» «E ora?» «Già, e ora?» «Lo sai che cosa ci vorrebbe ora?» concluse Blasetti, con un sospiro che gli veniva dal cuore: «Un uomo con due coglioni così». Masolino d’Amico