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 2003  luglio 27 Domenica calendario

Il soldato Zatopek in Finlandia divenne l’uomo-cavallo, Corriere della Sera, 27/07/2003 Buongiorno a tutti, mi chiamo Dana Ingrova

Il soldato Zatopek in Finlandia divenne l’uomo-cavallo, Corriere della Sera, 27/07/2003 Buongiorno a tutti, mi chiamo Dana Ingrova. Il mio nome non vi dice niente, vero? Immagino che sia lo stesso se mi presento come Dana Zatopkova, giusto? Però se vi dico la moglie dell’uomo-cavallo... ecco, lo so, lo so, adesso il discorso cambia. Tutti si ricordano dell’uomo-cavallo. A me non è mai piaciuto che Emil venisse chiamato in quel modo. Certo, faceva impressione quando correva - tutto sbilenco, la bocca spalancata, la testa ciondoloni - ma, diamine, quello era il pluricampione olimpico Emil Zatopek. Insomma, un po’ di rispetto. Invece, anche dopo, da vecchio ufficiale dell’esercito, era rimasto per tutti l’uomo-cavallo. Fosse ancora vivo, mi direbbe: «Lascia perdere, Dana. Fa parte del gioco. La popolarità è così». Me lo diceva sempre. E in effetti, voi avete in mente quello Zatopek. Le foto di Londra ’48, Helsinki ’52. Qualche breve filmato di repertorio, dove un uomo corre come se stesse per scoppiargli il cuore. Vi ricordate i suoi occhi da matto, la polvere che si alza dalla pista, gli avversari persi in fondo al rettilineo, lui che alza le braccia e spacca col petto il filo di lana. Il re della corsa, l’atleta simbolo del dopoguerra, l’uomo-cavallo. Non sapete molto di più di Emil, giusto? Be’, sarà il caso che vi racconti tutto dall’inizio. Quando Emil arrivò a Helsinki aveva già conquistato l’oro nei diecimila e l’argento nei cinquemila, a Londra, quattro anni prima. Era un protagonista annunciato, ma aveva i suoi bravi trent’anni. «Chissà se ce la farò di nuovo», mi chiedeva in continuazione. Aveva cominciato a correre piuttosto tardi. Era il ’42, di giorno combatteva per la libertà del nostro Paese e di notte si allenava. Usava una lampada tascabile per illuminare il percorso. Correva con gli scarponi militari. Mai meno di trenta chilometri. Appena finita la guerra inventò «l’abitudine», un metodo di allenamento che prevedeva almeno quattro ore al giorno di corsa. C’era chi diceva che con tutta quella fatica gli sarebbe venuto il cancro al cuore, invece Emil diventò l’uomo-cavallo. A Helsinki vinse agevolmente i diecimila. Settantadue ore dopo bissò il successo sui cinquemila, nel giorno più bello della mia vita. Sì, perché - voi sicuramente non lo saprete - ma io assistetti al suo trionfo non dalla tribuna, bensì dal prato dello stadio: sissignori, proprio così, stavo gareggiando anch’io. Erano gli ultimi lanci, cercavo di non guardare in pista per non perdere la concentrazione, ma era più forte di me: Emil a ogni giro faceva sempre più rumore. Si lamentava, soffiava, fischiava come un mantice, era impossibile non soffrire con lui. Batté Schade, Pirie, Chataway, i fenomeni dell’epoca, con un rush finale che fece urlare i finlandesi, non so se mi spiego. Corsi al traguardo per abbracciarlo, non riuscimmo a dirci una sola parola, ci abbracciammo e basta. Cinque minuti dopo lanciai il giavellotto a 50,47 metri, stabilendo il record olimpico ed entrando, insieme a Emil, nel guinness dei primati: fu la prima e ultima volta che una coppia di sposi vinse due gare alle olimpiadi, nello stesso giorno. Ma Emil non si fermò lì. Si sentiva felice come non lo era mai stato, aveva una tale energia addosso. «E che me ne faccio di tutta questa energia ora? Dove la spendo?», mi diceva. Ovviamente una buona dose la spendeva con me, ma io avevo già capito che stava escogitando qualcosa. Tre giorni dopo si iscrisse alla maratona. Non l’aveva mai fatta prima. Una corsa di 42.195 metri non la improvvisi dall’oggi al domani. La stampa andò in fibrillazione: «Zatopek corre anche la maratona», «La fame insaziabile dell’uomo cavallo» e altri titoli del genere. Quella mattina gli telefonò il Capo di stato maggiore dell’esercito, un onore assolutamente straordinario, ma Emil si negò, e quando misi giù mi disse: «Eccoli i capi, si fanno vivi solo quando possono guadagnarci qualcosa». Era un militare, eppure non gli piacevano i militari, il che in seguito ci complicò non poco la vita, ma fu anche ciò di cui andai più fiera. Ma torniamo alla maratona del ’52. Già al ventesimo chilometro rimase in compagnia del solo Gustav Jansson. Al rifornimento lo svedese prese una fetta di limone. Emil tentò di imitarlo ma non ci riuscì. Io ero lì e non seppi trattenermi. «Bez, lasko!», gli urlai. La gente attorno a me si voltò, per fortuna nessuno sapeva il ceco. «Vai, amore!». Sì, così gli urlai. «Vai, amore!». Ero felice e preoccupata nello stesso tempo, capite? Qualche chilometro più tardi anche Jansson fu costretto a staccarsi ed Emil, temendo fosse a causa del limone, concluse la maratona senza bere né mangiare alcunché, com’era abituato a fare nelle gare in pista. Vinse in 2 ore 23 minuti e 3 secondi, conquistando una tripletta - cinquemila, diecimila, maratona - che resterà per sempre nella storia. L’esercito lo promosse tenente, dopo un po’ capitano. Avevamo una bella casa, e tutto il tempo per allenarci. Ma Emil era sempre più preoccupato. Le pressioni del regime erano forti per tutti, su di lui poi, non ne parliamo. Le responsabilità da eroe nazionale divennero presto insostenibili. Emil si inventò un altro metodo di allenamento, diciamo «potenziato». Un giorno, circa sei mesi prima delle olimpiadi di Melbourne ’56, mi disse: «Senti Dana, dovrei chiederti un favore. Ti andrebbe di salirmi a cavalcioni mentre faccio le ripetute sui quattrocento?». Non era uno scherzo. Da quel momento si impose tre sedute settimanali con me in spalla - all’epoca i corridori non facevano pesi. Il risultato fu una bella ernia duodenale, che lo costrinse al sesto posto in quella che si dimostrò essere sin dai primi chilometri l’ultima grande gara della sua carriera. Nell’ottobre di quello stesso anno ci fu la rivolta di Maleter e Nagy, in Ungheria. La nostra arrivò solo dodici anni dopo, ma fu altrettanto drammatica. Quando Alexander Dubcek divenne segretario del Partito, il quarantaseienne colonnello Zatopek si schierò subito dalla sua parte e rimase con lui anche sei mesi più tardi, al momento dell’invasione delle truppe russe in territorio cecoslovacco. Archiviato il caso Dubcek, restaurato il regime filosovietico, Emil e io venimmo accuratamente isolati. L’eroe Zatopek non poteva essere ucciso, né esiliato, venne quindi fatto precipitare nel dimenticatoio. Nelle interviste si schermiva sempre allo stesso modo: «Ho fatto solo il mio dovere di soldato. Perché mai i russi avrebbero dovuto avere il privilegio di entrare coi loro carri armati a Praga?». Un mese prima che morisse venne a trovarlo un maratoneta italiano. Era l’ottobre del 2000. Gli chiese di tutto: delle gare, del colonnello in divisa dietro le barricate, di tutto. Lo ascoltava come si ascolta un dio che si è messo a parlare. Emil era di buon umore, parlò a lungo, solo che non riusciva a staccare gli occhi dalle scarpette del ragazzo. Erano di un modello molto tecnico, da strada. Avevano già fatto il loro dovere, migliaia di chilometri di allenamento, ma erano ancora bellissime. Evidentemente ora il ragazzo le usava da riposo. Emil non gli disse niente, ma io sapevo che pensava ai suoi scarponi militari. Appena il maratoneta italiano se ne andò, mi chiese: «Dana, secondo te come si corre con quelle?». Mauro Covacich