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 2003  luglio 29 Martedì calendario

Cesarini sopravvisse alla storia per un minuto, la Repubblica, 29/07/2003 Questa è la storia dell’uomo che visse per un minuto solo e che per quel minuto sopravvisse alla storia, a se stesso, all’oblio

Cesarini sopravvisse alla storia per un minuto, la Repubblica, 29/07/2003 Questa è la storia dell’uomo che visse per un minuto solo e che per quel minuto sopravvisse alla storia, a se stesso, all’oblio. Su quell’ultimo minuto si costruì un mito, un modo di dire e di vivere, un’impossibilità. La vita ti condanna, non ti lascia tempo, ti fa uscire di scena, ora o mai più. Tempo scaduto. Ma tu a quella taccagna, fiera di averti rubato la speranza, puoi strappare una manciata di secondi, un’altra possibilità, la rinascita. Al 90’ appunto, in zona Cesarini. Così si dice da 70 anni, così c’è scritto sullo Zingarelli. Traduzione grezza: non è mai finita, fino a quando non è finita. Una partita, un gioco, una storia. Ma il bello è che Renato Cesarini, detto Cè, nato sulle colline di Senigallia nel 1906 e morto nel 1969 a Buenos Aires, la vita la fregò solo una volta al 90’, per il resto se la bevve bene e tanta in ogni momento. La sua famiglia partì in nave sulla rotta degli emigranti, Genova-Buenos Aires, nel 1907. Renato era figlio unico, suo padre Giovanni faceva il calzolaio, anche se il mestiere di casa era quello del muratore, la madre, Annetta, era casalinga. E Renato in Argentina si mette a riparare scarpe, ma non solo: fa anche l’acrobata in un circo, il pugile nei vicoli del porto con i marinai inglesi, l’acrobata di strada. Nasone, volto appuntito, occhi che brillano. Per uno abituato a volare sul trapezio, giocare a pallone è una magia facile. La squadra è quella del Chacarita Junior. Debutta appena 16enne in nazionale e lo chiamano subito ”El Pelotazo”, Il mago della palla, e ”El Tano”, L’italiano, soprannomi che nel calcio argentino sono riservati ai grandi. Nel 1929 per quattromila lire al mese, una cifra a quei tempi, arriva alla Juve. L’anno prima a Torino è sbarcato Orsi. In cinque anni vince cinque scudetti consecutivi, quella Juve ha Carlo Carcano allenatore, Edoardo Agnelli presidente e come vicepresidente il barone Mazzonis fissato con lo stile della società. Che non è quello di Cesarini. Renato ha troppo vita per giocarsela solo al 90’ e infatti gira con una scimmia sulla spalla, fuma un pacchetto di sigarette al giorno, impara l’italiano, dice lui, dalle maitresse e in piazza Castello apre una tangheria, con due orchestre e i musicisti vestiti da gauchos. E chi è quello in mezzo alla pista? Ola, è lui Renato, que bala. E chi è quel giocatore che in trasferta in Portogallo dice a un gruppo di monelli: «Regalo uno scudo a chi corre più veloce»? Sempre lui, il più monello di tutti. Infatti lo scudo che lancia in aria è legato ad un filo invisibile e ripreso ogni volta. Cesarini gioca con il numero 8 e 10, è una mezz’ala destra. In maglia azzurra finisce solo 11 volte, troppo ribelle per il ct Pozzo, che gli preferisce gente più solida. Poi c’è quel minuto lì. Straordinario, unico, invernale. il 13 dicembre del ’31, partita dell’Italia contro l’Ungheria, 2-2 al 90’. Cesarini la racconterà così: «Vedo il mio compagno Costantino che riceve palla al limite dell’area. indeciso, io invece sono deciso a forzare. Mi butto su di lui a corpo morto, quasi lo prendo per le spalle, ho la palla, finto su Ujvari, anche perché sulla sinistra sta arrivando Orsi, tiro assai forte a sinistra del portiere, segno, il cronometro svizzero indica il 90’». Una settimana dopo un altro giocatore segna quasi a tempo scaduto e su un giornale compare la frase, che resterà per sempre, «in zona Cesarini». Anche se Renato di gol così non ne segnerà più. Ne aveva realizzato uno simile nell’aprile di quello stesso anno, contro la Svizzera, 1-1 con pareggio al minuto 85. In serie A mette insieme 147 presenze e 54 gol, «normali». Non si dimentica le trasferte a Senigallia, dov’è nato, per portare regali ai parenti. E anzi visto che c’è gioca anche un’amichevole nella Vigor, squadra locale, contro l’Ancona. Nel ’35 riparte per l’Argentina, giocherà nel River Plate e vincerà altri due scudetti. alto 1,72 e pesa 70 chili, è ancora in buona forma, ma a 31 anni va da Antonio Liberti, presidente del River, e gli dice: «Vorrei smettere di giocare». La risposta è «va bene, ma ti affido il settore giovanile». Così Cesarini fonda una scuola di calcio e due anni dopo nel ’40 Liberti gli affida la prima squadra. A 34 anni quel pazzo istrionico di don Renato, che ha anche una tenuta di cento ettari fuori Baires, diventa l’allenatore più temuto dell’Argentina. La sua formazione è considerata la più forte di tutti i tempi, la Bibbia del futbol, una vera e perfetta macchina da guerra. Infatti il soprannome della squadra è la Maquina. Cesarini capisce molto prima dell’Olanda di Cruyff che «si difende e si attacca in undici». Non lo intuisce dai libri sul calcio, ma dalla sua vita. «Ho fatto di tutto nella mia esistenza, il calzolaio, l’acrobata, il pugile, l’artista di strada, il calciatore, il radiocronista, l’organizzatore di corse ciclistiche, il suonatore. Il calcio non può essere molto diverso, tutti devono sapere fare tutto». Allenerà altre squadre Cesarini, sarà anche per qualche mese nel ’68 ct della nazionale argentina, ma nascono subito delle divergenze perché lui vuole un calcio offensivo e spettacolare. Era stato sempre lui a scoprire Sivori e a portarlo alla Juve. Quel selvaggio di Sivori che non dava retta a nessuno, che s’inchinava solo a Cesarini e lo chiamava Maestro. E infatti nel ’57 don Renato è sulla panchina della Juve con Parola. Il suo compito è quello di tenere il guinzaglio ad Omar. Cesarini morirà per una trombosi cerebrale, a Buenos Aires. Ai suoi funerali la Juve è rappresentata da Sivori. Senigallia ricorderà questo figlio antico per tre giorni, su un’idea di Luca Pagliari, e gli titolerà un busto. Proprio nell’anno in cui la zona Cesarini nel nostro campionato ha quasi cessato di esistere, profanata dalla Juve dei gol ben oltre il 90’ di Camoranesi, di Tudor, di Del Piero, di Nedved, di Trezeguet e del recupero segnalato dalla lavagnetta luminosa. Cesarini lo sapeva, il 90’ non è poi così importante. la partita che bisogna giocarsi. E la vita, con tutta la sua montagna di minuti. Emanuela Audisio