Antonio Armano il Riformista, 01/08/2003, 1 agosto 2003
Le quattro accette di Lizzie Borden, in un caldo 4 agosto di 111 anni fa, il Riformista, 01/08/2003 In una rispettabile casa americana dell’Ottocento, non poteva mancare qualche ascia per ridurre la legna a dimensioni consone ai camini
Le quattro accette di Lizzie Borden, in un caldo 4 agosto di 111 anni fa, il Riformista, 01/08/2003 In una rispettabile casa americana dell’Ottocento, non poteva mancare qualche ascia per ridurre la legna a dimensioni consone ai camini. Ordinari strumenti del ménage invernale che d’estate, quando il caldo era tale da dare alla testa, potevano essere usati per dar sfogo a impulsi omicidi di diversa natura. Giovedì 4 agosto 1892, a Fall River, Massachusetts, mentre un impietoso sole mattutino portava la temperatura oltre i 30 gradi, Andrew Borden, agiato banchiere 70enne, e sua moglie Abby, poco più giovane, furono trovati cadaveri, il volto sfigurato da decine di colpi d’accetta. I sospetti caddero sulla figlia di primo letto del banchiere, Lizzie Borden, una moretta dalla faccia piena e decisa che a 32 anni era nubile, probabilmente a causa dell’inclinazione verso le esponenti del suo stesso sesso, e nel giugno 1893 sarà processata tra l’interesse morboso di tutto il Paese. Gli americani considerano quello di Fall River il primo big murder della storia statunitense. Dove per grande delitto s’intende un cocktail di febbrile attenzione del pubblico, diviso tra innocentisti e colpevolisti, massiccia copertura della stampa, con tanto di instant book e strascico di discussioni accademiche o da bar. In realtà, fu il prototipo mondiale, non solo americano dunque, di una specie che ormai conosciamo bene, quella del delitto tormentone. Andrew Borden giaceva reclinato sul sofà del soggiorno, dove si era seduto dopo un giro in città per affari. «Maggie vieni giù! Sbrigati! Il papà è morto!» fu l’urlo con cui Lizzie, rivolta alla domestica, diede l’annuncio del ritrovamento. Maggie era un nomignolo. La domestica si chiamava Bridget e scese di corsa le scale. Trovò sulla porta Lizzie che le disse di non entrare e di cercare il dottor Bowen. Immigrata irlandese di 26 anni, su di lei non mancheranno sospetti di una relazione con Lizzie e di avere addomesticato la sua testimonianza in cambio di denaro. Ipotesi senza riscontro. Come quella secondo cui Lizzie avrebbe ucciso in preda a una crisi epilettica aggravata da sindrome mestruale. Allarmata dal trambusto, una vicina, Adelaide Churchill, chiamò Lizzie. «Anything wrong?» Risposta: «Qualcuno ha ucciso papà!». «Dov’è la mamma?». Lizzie non lo sapeva. La polizia ricevette una richiesta di intervento al numero 92 di Second Street, dove vivevano i Borden. Erano le 11.15. Maggie tornò col dottor Bowen, che diede un’occhiata al cadavere e lo coprì con un lenzuolo. Lizzie chiese a Maggie di andare sopra a vedere dove si trovava la mamma. Maggie si rifiutò. La vicina si offrì di precederla. Giunte al piano superiore, videro la signora Borden nella stanza per gli ospiti, a terra, supina in un lago di sangue. Andrew Borden, uno degli uomini più ricchi della città, era alto, magro e risoluto, non generoso né buono ma neanche avaro e odioso. Abby era una piccola, obesa e timida zitella di 36 anni, priva di relazioni sociali, quando, nel 1864, aveva sposato Mr Borden, vedovo e con due figlie. Lizzie, allora aveva quattro anni, e mai la chiamerà mamma. L’altra figlia, Emma, ormai 15enne, era più remissiva. L’assassino ebbe un occhio di riguardo per Mr Borden. Gli riservò undici colpi, otto in meno che alla moglie. Probabilmente l’ascia era calata su di lui da dietro, mentre dormiva. Un occhio, tagliato a metà, pendeva dall’orbita. Il sangue era schizzato fino sopra un quadro in quell’austera stanza di un quartiere non proprio alla moda. Abby era stata colpita alla nuca. Quella stessa mattina, aveva detto al dottor Bowen che temeva la stessero avvelenando. Falso allarme. Non sarebbe morta per problemi di stomaco. Le indagini, com’era fisiologico ai tempi, si svolsero in modo approssimativo, senza individuare arma del delitto, movente, prove oggettive. La polizia stabilì la tempistica degli spostamenti in casa Borden, sia il giorno precedente che quello del delitto. Una tabella accurata però mancante dei momenti cruciali. Quando il sergente Harrington arrivò, chiese a Lizzie se in casa c’erano asce. «Dappertutto», disse la ragazza. Ne trovarono quattro. Una sporca di sangue e peli. Ma si trattava di quelli di una mucca. Altre due erano impolverate. La quarta, senza manico e coperta di cenere, sarà portata al processo. Un possibile omicida era lo zio John, fratello della prima moglie di Mr Borden. Aveva dormito nella camera degli ospiti quella notte. Ma la mattina aveva lasciato la casa presto, prima dell’omicidio. Così disse Lizzie al sergente. Emma, verso sera tornò a casa - era fuori città - e trovò il padre e la matrigna stesi sul tavolo della sala da pranzo, dove era stata fatta l’autopsia. Il sergente dispose un cordone protettivo intorno alla casa, circondata dai curiosi, e se ne andò. Le sorelle Borden dormirono nelle loro camere da letto, zio John nella stessa guest room dove era avvenuto l’omicidio. Maggie dai vicini. Si svegliarono che i giornali non parlavano d’altro. Una parente, intervistata, disse che Lizzie appariva stranamente priva di reazioni emotive. Sabato, il giorno del funerale, la funzione fu tenuta da due reverendi della Congregational church, ma la sepoltura non ebbe luogo. Al cimitero, la polizia fu informata che era stato chiesto un secondo esame autoptico. Le teste dei coniugi Borden furono staccate. Dopo averle scarnificate, si realizzarono calchi dei teschi. Il teschio di Abby fu rimesso nella cassa, quello del marito no. Il 12 agosto, Lizzie fu accusata della strage e rinchiusa nel carcere di Tauton. Tra le lacrime, il giudice per le indagini preliminari, Josiah C. Blaisdell, dichiarandola probabilmente colpevole, la mandò davanti al Gran Giurì. Il primo dicembre ci fu una testimonianza di Alice Russel: aveva visto Lizzie, l’amica del cuore, bruciare un vestito. Il processo ebbe inizio il 5 giugno 1893. Nella pubblica accusa, si distinse William H. Moody, che fece svenire Lizzie con un colpo di scena. Buttò un telo sul tavolo, da cui fuoriuscirono i teschi dei Borden. Movente del delitto, secondo Moody, la volontà da parte di Mr Borden di far testamento in favore della seconda moglie, confermata dallo zio John. La difesa, capeggiata dall’avvocato Jennings, riuscì a invalidare la testimonianza di un commesso di drugstore che sosteneva che Lizzie aveva cercato di comprare del veleno. Il 20 giugno, la giuria dichiarò Lizzie innocente, dopo un’ora di camera di consiglio. Le due sorelle, ricevuta l’eredità, si trasferirono in una casa vittoriana rosata di tredici stanze, che Lizzie battezzerà «Maplecroft», in French Street, una zona più alla moda rispetto a quella del luogo del delitto. Lizzie cominciò a farsi chiamare Lizbeth. Quattro anni dopo sarà accusata del furto di due dipinti di poco valore ma risolverà la controversia. Più scandalo, nel 1904, farà il suo incontro con Nance O’Neil, attrice ben più giovane di lei. Staranno insieme un paio d’anni, circostanza sgradita a Emma e che fu alla base della partenza di quest’ultima da Maplecroft. Nel 1927, ormai 67enne, Lizzie, dopo una vita sempre più ritirata - a parte rare puntate a Boston, New York e Washington, sulla sua limousine con autista - isolata da un alone di maligna leggenda e preoccupata solo della sorte di uccellini e scoiattoli, morì per una banale operazione alla cistifellia. Lasciò tutto ad associazioni animaliste. Nove giorni dopo, Emma cadde dalle scale e la raggiunse nella tomba di famiglia, accanto a una terza sorella morta bambina, al padre senza testa e alla matrigna. Dire che il caso continua ad attirare l’interesse degli americani è eufemistico. Tra mitizzazioni lesbo-femministe (fu vittima del sessismo vittoriano eccetera), siti (www.lizzie-borden.net), culti satanici giovanili, omaggi floreali sulla tomba, decine di libri e pièce teatrali (una in cartellone nella scorsa stagione al Babylon di Seattle, con raccolta fondi di beneficenza per la fame nel mondo), si può parlare di culto. Angela Carter ha scritto di recente un racconto, The Fall River Axe Murders, preceduto dalla famosa filastrocca colpevolista («Lizzie Borden con un’ascia/ Diede 40 colpi al padre/ E quando vide cosa aveva fatto/ Ne diede 41 alla madre»), che inizia così: «Mattina presto del 4 agosto 1892, Fall River, Massachusetts. Caldo, caldo, caldo». Antonio Armano