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 2003  luglio 13 Domenica calendario

Campare costruendo castelli di sabbia, Il Sole-24 Ore, 13/07/2003 Leonardo Ugolini è nato a Forlì, vive a Fiumana di Predappio

Campare costruendo castelli di sabbia, Il Sole-24 Ore, 13/07/2003 Leonardo Ugolini è nato a Forlì, vive a Fiumana di Predappio. Trentatrè anni, studi di architettura, ha una moglie, Azzurra, ingegnere meccanico, e una bambina. Costruisce castelli di sabbia - lui, non la bambina - di un gioco infantile ha fatto un mestiere. «Castelli di sabbia, chi non ci ha messo mani?, io passavo le ore nelle lunghe estati sulla spiaggia di Cesenatico. Una vera passione, insieme al disegno e a modellare il pongo, la plastilina, astronavi, mostri, animali strani, li conservo ancora. Di maneggiare la rena ho smesso verso i 15 anni, mi vergognavo, ero alto e grosso, gli altri ragazzi mi prendevano in giro, gli sembravo un bravo figlio, un po’ ritardato. Ho ricominciato per caso, una mattina che ero andato al mare dopo un esame all’università, mi sono messo a giocare un vecchio gioco così, tanto per passare il tempo in pace, stare sereno. Mentre costruivo, s’è radunata una piccola folla, c’era chi dava consigli e chi si divertiva a dare una mano, poi si è sparsa la voce, un sacco di gente è venuta a vedere. Mi si è aperta una finestra, forse - pensavo - ho trovato un modo di pagarmi le vacanze più divertente del solito, la raccolta delle pere: meno faticosa, peraltro, che raccattare pomodori, stai sul trattore e non devi piegare di continuo la schiena, i pomodori sono bassi». «Cosi, per alcune estate, ho fatto il ”madonnaro della spiaggia”: arrivavo la mattina presto con pala e secchio, ammucchiavo la sabbia, costruivo castelli, animali preistorici, la sera raccoglievo le offerte del pubblico. Conosci tante persone, chiacchieri, alla fine sai un sacco di storie: e il guadagno, poi, non è malvagio». «Sapevo che all’estero, Stati Uniti soprattutto, c’erano mostre, gare, perfino un campionato del mondo, ma era tutto così lontano. Poi è esploso Internet, attraverso la rete sono entrato in contatto con Lucinda, una scultrice della sabbia, texana: stava organizzando un grande raduno in Italia, a Jesolo, mi ha fatto invitare. Vicenda bizzarra, c’è voluta una raccomandazione dal Texas per partecipare a un confronto che si sarebbe svolto a cento chilometri da casa mia. Sono andato, ho visto di persona molti di quelli coi quali mi ero intrattenuto via web: una piccola comunità, allegra, vitale, gente piena di progetti, e molto seria, come sono i bambini quando giocano». «Ho conosciuto Richard, un ragazzo della Florida, in coppia abbiamo partecipato al campionato del mondo. C’è ogni anno in settembre, e sempre nello stesso posto, Harrison Hot Springs, vicino a Vancouver, Canada. Abbiamo vinto il primo premio, per la migliore tecnica di costruzione. Così, sono entrato nel giro delle gare internazionali; subito dopo il campionato ce n’è una a Singapore, su un’isoletta davanti alla città, l’aria è tanto umida che si taglia a fette, ti portano la sera per una ricognizione del campo, i mucchi di sabbia sono illuminati dal basso, otto metri di altezza, dieci di larghezza, sembrano montagne. In settembre, a Virginia Beach, campionato nord-americano, e in primavera c’è la rivincita a San Diego, California. Il circuito approfitta anche dell’estate australiana, a Perth quando da noi è inverno organizzano un gran bel concorso. C’è una tappa in Canada; e in Europa a Scheweninghen, la spiaggia dell’Aja, in Olanda». «Il boom è in Cina, per il torneo di Shanghai arrivano da tutto il mondo; a Liulang la gara è in mezzo a un canyon di sabbie colorate. Molte competizioni internazionali vogliono che tu mandi mesi prima il disegno di ciò che hai intenzione di costruire. A Singapore, per esempio, non amano le sorprese, Paese musulmano, c’è un po’ di censura: un mio amico spagnolo una volta ha fatto il furbo e invece del busto di un’adolescente ha tirato su un torso nudo e popputo, a occhio una quarta misura; è cominciata una trattativa, ha coperto le poppe con stelle di mare, i pubblici funzionari sono stati inflessibili, a forza di scavare sono rimaste le stelle di mare e sparite le tette». «Il disegno a volte aiuta, in Cina ti danno otto o dieci aiutanti, parlano solo la loro lingua, ti mettono a disposizione un interprete, ma l’inglese è improbabile e le cose non migliorano: così carta alla mano, è l’unico sistema per ordinare il lavoro. Le sabbie colorate, del resto, obbligano a progettare prima, a calcolare in anticipo gli effetti, se non lo fai viene fuori un disastro. Le tecniche di costruzione sono due. Una è quella delle frittelle, in America le chiamano polpette, hai il tuo secchio, lo riempi mezzo di sabbia e mezzo d’acqua, mescoli bene, svuoti: ripeti l’operazione finché non hai fatto il mucchio che ti serve, poi cominci a lavorare alla scultura». L’altra è comune all’edilizia, si chiama casseformi, riempi le forme di legno, o di metallo, con la sabbia, la compatti a forza d’acqua e di pressione, le forme sono di dimensioni diverse e messe una sull’altra ne viene una sorta di piramide a gradoni: togli le armature e sei pronto per scolpire. La sabbia migliore è quella fine, e i granelli, se li guardassi al microscopio, dovrebbero avere spigoli vivi, così fanno attrito l’uno con l’altro, ne viene un materiale più sodo. Ogni gara, peraltro, ha una sabbia diversa, lo sai in anticipo e nel tuo progetto devi tenerne conto». «Quando hai finito l’opera fissi tutto con un nebulizzatore gigante, acqua e cola, se vuoi quattro mesi di vita sono assicurati. Sono tanti, di solito quel che faccio io è destinato a durare solo qualche giorno. Ho un contratto con una società che gestisce centri commerciali, costruisco in giro per l’Italia, è un’attrazione per i bambini e - non ci credereste - soprattutto per i loro genitori. Ora sto lavorando a Riccione, a un parco di sculture, perlopiù colorate, e in Europa è una novità». «Il Guinness dei primati per i castelli di sabbia: 22 metri in altezza; quattro anni di durata. A me, questi quattro anni sembrano troppi, una sorta di accanimento terapeutico. I monaci tibetani tirano su con una cannuccia granelli colorati, li sistemano su un piccolo piano di legno, vanno avanti lenti, ci mettono tanto a completare la loro costruzione. Appena finita, la distruggono con un soffio». «A me, il fatto di costruire oggetti che si guastano presto non leva la voglia e l’allegria. ”Ma si sfanno alla svelta”, capita che mi dicano. proprio questo il loro fascino, rispondo, e nel ricordo le cose sono sempre più belle. Del resto, tutti maneggiamo sabbia. Cheope, quello della piramide, a volte mi pare un collega con bizzarre manie di grandezza». Aldo Carboni