Giuseppe De Bellis il Giornale, 20/07/2003, 20 luglio 2003
Il sollievo di giocare una partita a tennis vestiti di sole scarpe, il Giornale, 20/07/2003 Cap d’Agde (Francia)
Il sollievo di giocare una partita a tennis vestiti di sole scarpe, il Giornale, 20/07/2003 Cap d’Agde (Francia). Nel carnaio del Green Bazar, Marie s’aggira convinta di fare l’acquisto giusto. Sceglie un costume da bagno. Lo prende, lo guarda, lo scruta, lo tocca, l’indossa con disinvoltura, davanti a tutti: nel negozio non ci sono camerini. Non servono: Cap d’Agde è una città nuda, non si usano vestiti e nei negozi non ci sono né tendine, né porte scorrevoli. Inutili. inutile pure il bikini rosso che adesso è sul bancone della cassa. «Trente euro, merci». Marie prende tre banconote da 10 da un portafogli custodito in un marsupio, unico indumento del suo abbigliamento. L’oggetto che questa quarantenne di Nimes ha acquistato con tanta soddisfazione lo userà quando uscirà da questo posto, al di là della recinzione del quartiere naturista di Cap d’Agde. Un quartiere che è una città, perché quarantamila abitanti ogni estate sono più d’un paese. Cinque ettari di superficie: s’estendono nell’entroterra, partendo da una striscia di spiaggia lunga un chilometro sulla riva mediterranea della Francia. Siamo nella bassa Provenza, una manciata di chilometri da Montpellier, trecento da Barcellona. Terra di vigneti bassi, terra di paludi, terra di Greci, terra di Romani. Terra di nudisti: alla fine degli anni 60, quando la Cap d’Agde normale era già luogo di vacanze per famiglie, l’amministrazione di Agde decise che lì si poteva e si doveva dare spazio alla libertà che i Movimenti stavano chiedendo. Il governo De Gaulle non ci fece poi tanto caso, impegnato com’era a Parigi. Nacque prima un campeggio, poi qualche palazzina-residence. Negli anni 70 l’inizio dello sviluppo, con le case, le strade e l’idea: urbanizzare tutto, trasformare l’appendice della cittadina turistica nel primo centro totalmente nudista d’Europa. Il primo e l’unico. Oggi il quartiere naturista è un’entità autonoma. Marie entra ed esce dal Green Bazar, poi va a fare la spesa al supermercato, dal fruttivendolo, in pescheria, passa dal parrucchiere per la messa in piega. Nuda. Sempre nuda. Come lei tutti gli altri: francesi, tedeschi, svizzeri, olandesi, italiani. Roberto e Giovanna vengono da Bologna: «Siamo qui da tre giorni, resteremo fino a metà agosto. Ci veniamo ogni anno, dal ’92. La vita senza vestiti è la nostra vita». La coppia è di ritorno dalla spiaggia. Senza cellulare, come tutti, perché per il telefonino non c’è posto. In loro compagnia, Carlo ed Elisa, milanesi: «Ci chiamiamo solo per nome, il cognome non esiste». Tutti e quattro hanno il rossore del sole che gli ha timbrato il corpo per l’intera giornata. Carlo ed Elisa filano via verso il centro commerciale, Giovanna e Roberto s’accompagnano verso l’appartamento affittato al di là del porto, nella zona di Port Vénus. Lui mette su una t-shirt, lei si annoda alla meglio un pareo intorno alla vita. La vestizione lascia comunque tutto praticamente scoperto e avviene sui primi metri d’asfalto del boulevard des Materlots, il principale stradone d’accesso al mare. Qualche passo prima sarebbero stati multati: sulla spiaggia l’obbligo del nudismo è tassativo. A farlo rispettare il cartello «Quittez vos abits en arrivant», «lasciate i vostri abiti, voi che entrate»: l’Inferno secondo i nudisti. Sulla sabbia non c’è alcuno spazio per i ”tessili”, quegli strani esseri umani che hanno l’abitudine di utilizzare vestiti. Sulla battigia passeggiano i custodi del nudo: i vigilantes assunti e pagati per assicurare il rispetto della regola quittez vos abits. L’ha deciso il comune di Agde nel 1993: otto tra ragazzi e ragazze ingaggiati per punire i trasgressori dell’integralismo. Passeggiano sulla sabbia per il chilometro della spiaggia naturista. Sono in borghese: nudi pure loro. L’uniforme d’ordinanza sarebbe un cappello bianco da marinaio. Solo quello. Per le strade, nei ristoranti, tra i palazzi, nelle banche, i tessili sono tollerati. Sono pochi e sono nudisti a riposo, in attesa di spogliarsi di nuovo. E comunque non cambiano la filosofia di Marie, venuta qui per assecondare il suo bisogno di mettersi a nudo. O quella di Sophie, trentenne di Beziers al lavoro dietro lo sportello del Banque Dupuis. «Io l’ho scelto di venire a lavorare qui. Sono nudista e lavoravo in una filiale di Beziers. Ho chiesto il trasferimento al bureau del quartiere naturista di Cap d’Agde. Così potevo venire in ufficio senza vestiti. Vivere tutta la giornata senza nulla addosso». Di fronte alla signorina c’è la fila. Come in una banca qualunque, di qualsiasi altro posto. In coda pure all’ufficio postale di Avenue di Port Ambonne. Aspettano di pagare bollette, di fare o ricevere vaglia. Da questo punto, il quartiere lo vedi tutto. Vedi il porto, i centri commerciali, la farmacia, il meccanico, la stazione di polizia; vedi gente a piedi, in macchina, in motorino. Vedi una città che si muove coperta solo della propria pelle. Vedi anche l’architettura: sulla destra la zona residenziale, villette con piscina, casette monofamiliari; di fronte i palazzoni di Heliopolis e Port Nature: cemento su cemento, mini-appartamenti che assomigliano molto più a delle celle d’un carcere che ad abitazioni da vacanza. In mezzo, sulle avenue e sui boulevard che tagliano tutta la città scorrono famiglie nude, single nudi, gay nudi. Più uomini che donne, più adulti che giovani: l’età media supera i 40. Sono corpi che si mostrano, si osservano, si sfiorano. Belli e brutti, grassi e magri, bianchi e neri: braccia, mani, addominali, pance, sederi, seni, sessi. Tutto in libertà, divertimenti compresi: visti due signori di mezz’età giocare a tennis sotto il sole pieno delle tre del pomeriggio. Abbigliamento: racchette e scarpe da ginnastica. Basta. Vista anche una trentina di persone, uomini e donne, ballare, muoversi, dimenarsi e sciogliersi al ritmo del battito di mani di un insegnate d’aerobica. Vestiti di solo sudore. Visti anche due signori di fronte all’autofficina con l’automobile in soprelevata dal crick: tutti sotto, il meccanico con la tuta, gli altri a pelle nuda. Schiena per terra e vai. Cap d’Agde è la mostra a cielo aperto di muscoli e difetti. Ma questo per quelli come Marie, per i desnudi, è il bello: «Qui sei veramente tu. Ognuno è come se fosse nella sua stanza. I tuoi occhi sono lo specchio per gli altri. I loro sono il tuo specchio. la città della libertà». Che per molti è trasgressione. Siamo in Francia, anche qui c’è un Pigalle. Anzi i Pigalle sono tanti: piccoli nuclei di sexy shop, locali con spettacoli di spogliarelliste, club privé, zone per scambi di coppie. Aprono quando chiudono i ristoranti, le famiglie vanno a dormire. Il sole è sceso da un pezzo e la notte sale insieme alla voglia di eccesso. Vicino al Waikiki Beach, nella casbah dove il muro di ogni casa entra in quella adiacente, passeggiano due signori. Il passo è spedito, la destinazione è Piercing X-Style: «Tout le qui domestiques au sexe», «tutto quello che serve al sesso». Hanno la faccia conosciuta e il corpo irriconoscibile: canottiera rossa a rete per lei e seno nudo tra le maglie; gilet di pelle, occhiali scuri e nient’altro per lui. Sono Carlo ed Elisa: si preparano per la loro notte. Senza censure e senza cognome. Giuseppe De Bellis