Stenio Solinas Linea, 20/07/2003, 20 luglio 2003
Di Michele e l’elogio del verme sulla carne marcia, Linea, 20/07/2003 Si chiama I magnifici anni del riflusso (Marsilio, 142 pagine, 10 euro), ne è autore Stefano Di Michele, racconta il decennio degli Ottanta
Di Michele e l’elogio del verme sulla carne marcia, Linea, 20/07/2003 Si chiama I magnifici anni del riflusso (Marsilio, 142 pagine, 10 euro), ne è autore Stefano Di Michele, racconta il decennio degli Ottanta. un libro fatto bene e scritto ancora meglio, costruito però al servizio di un’idea sbagliata: che si stesse meglio quando si stava peggio. Di Michele è una delle firme del ”Foglio” di Giuliano Ferrara, il quotidiano più cinicamente snob e più ferocemente intelligente che ci sia, da tempo impegnato a veicolare l’idea che l’attuale governo di Centrodestra rappresenti la rivoluzione di cui l’Italia ha bisogno. Uno guarda le facce di chi ne fa parte e capisce quanto cinico snobismo ci sia nel considerarle presentabili; ne analizza i comportamenti e si rende conto di quanta feroce intelligenza occorra per dar loro un senso compiuto. Ma questo è un altro articolo... Impegnati comunque in una simile impresa Giuliano Ferrara, che non a caso firma la prefazione al volume, e Stefano Di Michele, che non per caso ne è l’autore, cercano per l’attuale clima culturale, sociale e politico un precedente nel quale rispecchiarsi e strategicamente, e giustamente, lo vanno a pescare non negli usurati e un po’ patetici Sessanta o nei terribili e molto settari Settanta, ma in quegli Ottanta «gloriosi e fangosi» in cui trionfò sì la volgarità, ma si innalzò il prodotto lordo, esplose sì il consumismo, ma venne abbattuta l’inflazione, vennero meno sì gli ideali, ma diventammo la quinta potenza industriale del mondo. Non è con il moralismo, ci dicono, che si misura e si fa la storia, ed è meglio un Paese caotico, pieno di contraddizioni, animalesco quasi nella sua voglia di fare, nella sua ansia di conquista, del suo contraltare finto-austero, severo e un po’ bigotto, trincerato nei suoi formalismi e nei suoi privilegi, con le élites sclerotizzate nella difesa dello status quo. In breve, fu allora che l’Italia divenne moderna nei costumi e cercò di essere decisionista nella politica ed è oggi che Silvio Berlusconi è chiamato a portare a termine ciò che Bettino Craxi non riuscì a finire. Messo così il repechage nostalgico-futurista ha una sua logica, non fosse che dopo gli Ottanta arrivarono i Novanta, il che è nell’ordine numerico delle cose, ma dal punto di vista storico significò la fine traumatica di un’epoca e l’aprirsi di un nuovo ciclo di cui nemmeno Il Divino Otelma può prevedere l’evolversi. E quella fine traumatica qualche cosa dovrebbe pure insegnare in termini di conduzione della vita pubblica, selezione delle classi dirigenti, non ingerenza dei partiti politici e dei poteri economici, linearità dei comportamenti intellettuali, dignità statuale. L’impressione, insomma, è che gli Ottanta non furono «gloriosi» nonostante fossero anche «fangosi», ma che furono «fangosi» anche nel loro essere «gloriosi». La loro vitalità era sana quanto il brulicare dei vermi su un pezzo di carne andata a male. Ordinato cronologicamente, il libro di Di Michele è una miniera di ricordi, sensazioni, frammenti. Nella conta dei fagioli di Raffaella Carrà c’è la televisione dei Fatti nostri che trionferà in seguito, l’Italia di Toto Cutugno anticipa quella del presidente Ciampi, il Bon ton di Lina Sotis prepara quello di Flavio Briatore, lo storico primo incontro fra metalmeccanici e comunità gay a Bologna («Sono d’accordo con il compagno busone che ha parlato prima...») è il viatico per i Vattimo politici... Ci sono gli yuppies, i paninari, le finte bionde, le casalinghe che giocano in Borsa, i Rambo di Sylvester Stallone e i Fichissimi di Diego Abatantuono. Manca, e lo suggeriamo a Di Michele in caso di augurabile ristampa, Popi Saracino che quegli anni come mandrillo fu processato e condannato per poi ritrovarsi cinque anni dopo assolto per non aver commesso il fatto; una sentenza che racconta la parabola del femminismo in Italia meglio di un trattato sociologico. Ci sono anche i fatti tragici, talmente tanti che l’idea del decennio riflussato e deideologizzato necessita di qualche messa a punto. Strage di Bologna, scandalo dei petroli, terremoto in Irpinia, Ustica, assassinio di Walter Tobagi, dell’ingegner Taliercio, del generale Dalla Chiesa, sequestro Dozier, attentato al Papa... Scrive giustamente l’autore: «Non sono poi così gai e frivoli questi anni Ottanta. un decennio pure attraversato da molte morti. Di personaqgi straordinari o di povere vittime oscure. C’era ancora il terrorismo, allora. E c’erano le stragi». Di Michele è bravissimo nel mischiare il sacro al profano, Gei Ar e Enzo Tortora, i Duran Duran e Sigonella, Michele Sindona e il segretario del Pci Alessandro Natta, sfottuto sulla copertina di ”Tango”. Memorabile è il ricordo dei politici canterini alla trasmissione ”Cipria”: il socialdemocratico Michele Di Giesi che canta L’uccellin che vien dal mare, il repubblicano Oddo Biasini che gorgheggia Signorinella, il democristiano Calogero Mannino impegnato con la Turandot, il liberale Alfredo Biondi con Buon anniversario... Poi ci si domanda da dove venga il discredito della nostra classe politica. Il decennio italiano si apre con la morte di Pietro Nenni e si chiude con l’esordio televisivo di Gigi Marzullo, e questo vorrà pur dire qualcosa. A livello internazionale però c’è il crollo del Muro di Berlino, c’è Tien An Men. Solo allora il Pci penserà di cambiare nome. E anche questo vorrà pur dire qualcosa. Ciascuno si porta dietro i propri ricordi e non è detto che generazionalmente siano gli stessi. Edonisti reaganiani, ”ragazzi dell’85”, postfemministe, postrivoluzionari, postcompagni, postfascisti, pentiti e postpentiti del giornalismo, dell’ideologia, del sesso, mai della vita, impiegati stile Dynasty, nuovi soggetti politici ed economici: marxisti delusi e liberali perplessi, teorici appassiti dell’effimero e teorici dell’utile personale. Nel 1983 un delitto esemplare, quello di Francesca Alinovi, ricercatrice al Dams di Bologna, racchiude il trapasso di un’epoca, il passaggio dai Settanta agli Ottanta, dagli indiani metropolitani, dall’arte come rottura a una maître-à-penser da cataloghi patinati e a un presunto assassino trasgressore che fa il pendolare fra Pescara e Bologna. Nota Di Michele che in quel decennio «cambiò il modo di vedere il tempo, di consumare, di vivere. Cambiò la vita di giorno e la vita di notte. Mutò la gerarchia delle cose che consideriamo importanti». Probabilmente è così, e probabilmente ha anche ragione nel dire che lo stabilire se il mutamento sia stato in meglio o in peggio «è una valutazione assolutamente soggettiva». La mia antipatia verso esso, per esempio, la si può anche collegare al fatto che fu allora che cominciai a lavorare, e certi traumi non si dimenticano... E però, e alla fine, quello che del decennio non mi piaceva è proprio quel combinato riposto di rampantismo, menefreghismo, cinismo, arrivismo, fancazzismo, qualunquismo (di sinistra, pensa un po’) che emerge plasticamente dalle pagine del volume. C’era un generale ritorno all’ordine nell’idea che tutto fosse stato già tentato, già detto, già pensato, e nella speranza che lo sfruttamento intensivo delle posizioni, il cambiare disinvoltamente bandiera, garantisse comunque il funzionamento del sistema. Non si credeva più nei partiti, ma si continuava a usarli come moneta di scambio, non si sognavano più rivoluzioni, ma l’averle sognate garantiva la cooptazione nei centri di potere, si praticava l’edonismo di massa con la stessa disinvoltura con cui prima si era vissuto il pauperismo da comune. Non sorprende che poi sia saltato tutto, casomai è sorprendente che un tale meccanismo sia riuscito a durare così a lungo. Generazionalmente, un’altra riflessione va fatta. Prefatore, autore e recensore del volume hanno più o meno la stessa età, parlano tutto sommato lo stesso linguaggio. Se c’è una differenza essa va cercata nell’attualità dei primi due rispetto al tempo narrato, laddove il terzo, ovvero il sottoscritto, sconta una condizione di inattuale che a piacere si può definire patetica o consolatoria. Ferrara e Di Michele quel decennio lo frequentarono, ci furono dentro, lo vissero, a me faceva talmente ribrezzo che cercai di starmene alla larga il più possibile. Delle undici domande che concludono il libro, «Si è figli degli anni Ottanta se...», non ce n’è una a cui sappia rispondere positivamente. E però sarebbe interessante capire come gli Ottanta vengano oggi recepiti non da chi li fece, li rifuggì e/o li subì, ma dalla generazione che vi si affacciò in pantaloni corti e ne uscì con la patente in tasca, i trentenni di oggi per i quali i trentenni di allora più che un esempio sono una tassa, più che uno sprone, un freno. E in quest’ottica sarebbe interessante chiedersi quanto il recupero e la sistematizzazione di quell’epoca non venga allora visto sub specie reazionaria, la difesa del proprio passato per rafforzare il proprio presente. Flussi, riflussi. anche possibile che il Duemila che viviamo riporti in superficie qualcosa di allora. Dopo le mareggiate a riva riaffiorano sempre i relitti di ciò che venne spazzato via. Basta saperlo, e non farsi illusioni. Stenio Solinas