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 2003  luglio 24 Giovedì calendario

Per consacrare l’impero, Napoleone si rivolse a Paisiello o’ Tarantino, Corriere della Sera, 24/07/2003 Tutti sanno che il vescovo di Autun e futuro principe di Benevento, Talleyrand, aveva a propria divisa il prender qualsiasi cosa con un volto annoiato ed espresso distacco

Per consacrare l’impero, Napoleone si rivolse a Paisiello o’ Tarantino, Corriere della Sera, 24/07/2003 Tutti sanno che il vescovo di Autun e futuro principe di Benevento, Talleyrand, aveva a propria divisa il prender qualsiasi cosa con un volto annoiato ed espresso distacco. Chi crederebbe mai che una delle poche da lui considerate serie nella vita fosse la musica da camera? Eppure è così: se alle fastose receptions, peraltro per lui e per lo Stato anche strumento politico, da lui offerte in una delle sue fastose dimore era previsto anche un concerto, uno dei più grandi conversatori della Storia si chiudeva in assoluti silenzio e concentrazione, obbligando così al medesimo comportamento anche i suoi ospiti. In questi giorni turbinosi non sono riuscito a perseguire quanto m’ero proposto, frugare tra l’epistolario del conte di Périgord (tale l’autentico suo titolo famigliare, antico quanto quello dei Capetingi) per trovar traccia d’un qualche commento suo alla prima esecuzione della «Proserpina» di Giovanni Paisiello (o’ Tarantino), il più grande esponente della Scuola Napoletana fine Settecento e inizio Ottocento. Non posso credere che alla première d’un’opera commissionata dal Primo Console e andata in scena, se la memoria m’aiuta, alle Thuileries, il 28 marzo del 1803, un personaggio quale Talleyrand, che d’una Corte pesante imitazione di quella Ancien-Régime e già quasi pronta a trasformarsi in imperiale era uno dei principali personaggi, potesse assentarsi. Di certo, a cercare fra madame de Rémusat e altre fra le amiche del gran vizioso, qualcosa uscirebbe. V’è un particolare, tuttavia, che travalica lo stesso interesse erudito per il Serenissimo di Benevento. L’origine sociale e la disposizione psicologica fondamentale sua e di Napoleone non potrebbero essere più diverse. Eppure l’allora Primo Console aveva un gusto musicale sicuro e raffinato da sbalordire. Di primo acchito, si penserebbe a un suo ethos beethoveniano, e non solo per l’incerta vicenda della dedica dell’«Eroica», ma perché a modo loro Napoleone e Beethoven incarnano uno stesso vento storico destinato a spazzare le rovine del mondo. Nulla di ciò, e infatti Napoleone disprezzava Cherubini, un imperfetto Beethoven italo-francese pur essendo in seguito destinato a puntare su Spontini, ancor più beethoveniano all’apparenza. Napoleone sentiva un fortissimo bisogno di legittimazione regale e, ancora una volta, Ancien-Régime; si sarebbe imparentato coi Borboni emigrés, se avesse potuto, invece di farne assassinare a tradimento uno innocente col perfido consiglio proprio di Talleyrand, il duca d’Enghien. E Paisiello, nel vaporar della sua eleganza e nella forza del sentimento, fu il «suo» musicista sin dai tempi ove Bonaparte era un ufficialetto. Fino a quel momento Paisiello, spintosi fino a Pietrogrado e non alieno dal restarvi, col mondo francese nulla aveva avuto da fare. Era, in fondo, uno dei pochi Napoletani non usati da politici o intellettuali per alimentare le perpetue e sterili polemiche intorno alla superiorità della musica francese su quella italiana e viceversa, che avevano coinvolto a opporsi a Gluck: tedesco, italiano di stile e preso a difendere il prestigio della musica francese opponendovisi almeno metà di tale Nazione da mammasantissima come Piccinni e Sacchini. Paisiello era ben più autorevole a Vienna, ove s’era compresa la sua superiorità sugl’Italiani contemporanei, Cimarosa compreso, e per la quale aveva per l’ennesima, ma eccelsa volta, messo in musica la commoventissima «Passione» di Metastasio che durante la composizione gli era valsa una delle ultime epistole del moriente Sommo. Un grato saluto, per inciso, all’esule maestro Raffaello Monterosso che per la prima volta, negli anni Settanta, ce l’aveva fatta ascoltare sotto la sua bacchetta dopo averne curato l’edizione moderna. Poi Paisiello rientrò a Napoli: non nella natìa Napoli come, incredibilmente, scrive un taluno considerato il sommo specialista della Scuola Napoletana, M. Robinson. Venne a suo malgrado coinvolto in vicende relative alla Repubblica del ’99, riuscì a dimostrare la sua innocenza borbonica, riacquistò tutte le cariche di Corte. Proprio in quell’occasione, col sommo della sua fortuna e della sua gloria, incominciò la sua disgrazia. Il Primo Console già si comportava monarchicamente (ah, se gl’ignoranti comprendessero il gusto che c’è nel leggere le infami «Memorie» di Barras!) e per vera trattativa diplomatica chiese a Ferdinando IV, di nuovo e ancora sul suo trono, che per amor suo gli cedesse Paisiello. Questi di andarsene a Parigi non aveva nessuna voglia, non era compositore di stile francese e se ne attendeva guai. Ottenne da Napoleone il possibile, pur contrastato dal mediocre mondo dei compositori francesi; e dopo la commissione della «Proserpine», testo sacro della Tragédie Lyrique perché, sui versi di Quinault, era stato musicato da Lully nel 1688, ricevette addirittura la commissione di scrivere la musica dell’intero «Sacre» onde Napoleone sarebbe sortito Imperatore. Per inciso: altro che il «Viaggio a Reims»! In dottrina, ma dovrebbe dirsi in ignoranza, della «Proserpine», adattata dal Guillard alle più moderne forme musicali, ché altrimenti si sarebbe ripetuto il caso della scommessa di Gluck con l’«Armida», in ignoranza della «Proserpina» si fa strame. Leggi le solite sciocchezze sulla natura ufficiale della composizione, sulla tendenza di Paisiello verso il mezzo carattere e la «verità psicologica», quasi che in musica ciò esista ed abbia importanza; infine, addirittura infamie sull’ignoranza da parte di Paisiello della prosodia francese e della sua incapacità espressivo-rappresentativa a tal riguardo. Tutto questo verrà d’un colpo spazzato stasera, nel cortile del Palazzo Ducale di Martina Franca, ove per il Festival della Valle d’Itria, povero di mezzi ma tra i più prestigiosi d’Europa, la «Proserpine» verrà per la prima volta «da allora» (salvo due esecuzioni in una non sappiamo quanto autentica versione italiana) ascoltata e messa in scena. Si scoprirà la delicatezza del pathos di Paisiello, quel velo di melancolia ch’egli distende sopra ogni vicenda, fosse pure il festino femminile in onore di Cerere. Poi, la genialità della sua strumentazione e il valore dei suoi Recitativi accompagnati, superiore forse a quello delle stesse Arie e autentica lezione, fino a Berlioz, per la musica francese. Non per questo Paisiello rinnega i legami col mondo del Classico viennese, ancorché dalla sua musica esali un accento delicato e francese se altri mai: egli scompone e ricompone il testo letterario in forme e modi sempre diversi per dar luogo ad ampie forme musicali più vicine a Haydn che a Cherubini, come d’altronde il suo melos. E scene intere vengono unificate da impressionanti ripetizioni di materiale tematico orchestrale. Con la «Proserpine», diretta da Giuliano Carella e interpretata da Sara Allegretta, il maestro Sergio Segalini celebra anche i suoi dieci anni quale direttore artistico del Festival: nel frattempo, ha ricevuto la stessa nomina al Teatro della Fenice, che verrà riaperto il 14 dicembre con un concerto sinfonico diretto da Riccardo Muti. Gira e volta, almeno il secondo centro del mondo, in musica, è costituito da Napoli e dalle Puglie. Paolo Isotta